Terremoto Haiti: gli aggiornamenti sugli interventi
 
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Aspettando il grande viaggio

Campesinos che lavora la terra infertile“Scendiamo dal bus e ci infiliamo guanti e berretto. Ci avvolgiamo nella sciarpa. Ci guardiamo intorno. I nostri piedi hanno appena toccato l’umidiccia terra di Tres Cruces, pueblo (villaggio ndr) di poche case a due ore di distanza da Cochabamba. Siamo a quattromila metri, le montagne intorno sono verdi – per gli ultimi strascichi della stagione delle piogge – altissime e ripidissime: solo a guardare la loro pendenza, i muscoli delle gambe soffrono. Dei monti si scorge solo la sagoma: siamo circondati da nuvole basse che portano con sé un’umida pioggerellina. Ma le nubi passano veloci e presto nel bianco si apre uno squarcio di cielo blu. Così prende forma Tres Cruces con le sue venti casupole di mattoni di terra e il tetto di paglia, le strade sterrate che si perdono tra i saliscendi e il timido santuario celeste carta da zucchero con la croce gialla. I colori accesi degli aguayo, le mantelle andine, brillano al sole; la biancheria stesa pare strapparsi dal filo per il forte vento. Alle porte si affacciano le persone per scrutare quali nuove ha portato oggi la pista asfaltata.
Siamo qui a Tres Cruces per conoscere e intervistare tre campesinos (contadini ndr), Andres, Cecilio e German, che presto parteciperanno al trasferimento nell’oriente della Bolivia: la terra promessa per alcuni, la terra di nuove sfide per altri, la terra di pericoli sconosciuti per molti. Per la gente degli aridi monti andini, l’oriente rappresenta la possibilità di disporre di una terra comunitaria in cui ognuno possa allevare vacche, maiali, galline, coltivare riso, yuca, banani, e «magari, un domani, costruire una scuola per i figli, che non sia a tre ore di cammino da casa» mi dice sognante Alberto Leon, capo pueblo di Tres Cruces.
Il trasferimento è stato voluto e organizzato con tante difficoltà dal Movimento dei Senza Terra (MST) boliviano.
Campesinos lavora il suo pezzo di terraQualche giorno fa i partenti hanno frequentato un corso di formazione, promosso dall’MST: hanno parlato di quali materiali e quale forma potrebbero avere le nuove abitazioni, quali coltivazioni si avranno, quali temperature si dovranno affrontare nel tropico e quali sono i pericoli legati a insetti e bestie.
Nell’oriente le famiglie partenti sperano di non dover più coltivare striminziti fazzoletti di terra sassosa aggrappati alle pareti dei monti, dove spesso «la poggia torrenziale e il vento portano via la semina, distruggono il raccolto, annullano il nostro lavoro e ci costringono a spaccare le pietre e rivenderle per sostenere la famiglia», si lamenta Cecilio.
Le speranze non fanno dimenticare le paure dell’ignoto tanto diverso e tanto lontano per colture e culture, temperature e temperamenti: «non abbiamo mai coltivato la yuca», «qui parliamo il quechua, ma non saremmo capiti là», «qui abbiamo il freddo che ci irrigidisce gli arti, ci fa soffrire, ma ci protegge anche da tanti insetti che troveremo nel tropico» pensano le mogli dei coraggiosi mariti in partenza. Paure legittime.
«Noi siamo cresciuti nella terra, viviamo dei suoi frutti, non potremmo provare a vivere in città» mi spiega il ventenne German in un castigliano stentato; «non so cosa troveremo nell’oriente, ma qui non possiamo più vivere: ora ho anche una famiglia da mantenere».
Paure e speranze di persone che non hanno forse una chiara visione di quello che potrebbe essere il loro futuro, ma che si lasciano accompagnare dalle organizzazioni come l’MST, la Chiesa e la Caritas di Cochabamba e la Caritas Ambrosiana. E mentre attendono pazienti che il tempo sia propizio per il grande viaggio, preparano nei loro sogni e nei loro desideri la nuova comunità dell’oriente.”
 
Giulia Mazzer
Volontaria Caritas Ambrosiana in Servizio Civile all’ Estero in Bolivia

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