Leggere le statistiche aiuta a comprendere la situazione di tante nazioni, ma non bisogna farsi ingannare dai numeri. Prendiamo la Bolivia: è un paese con una superficie di 109 milioni di ettari di terra e conta 9 milioni circa di persone. Va de sé che se esistesse un’equa ripartizione delle risorse ogni Boliviano avrebbe di che vivere senza alcun problema.
Facendo le debite sottrazioni, togliendo quindi dalla quantità totale tutto il terreno improduttivo (perché rappresentato dalle montagne, dai corsi d’acqua, dai centri abitati, dalle strade, ecc.), arriviamo a contare 63 milioni di ettari di terreno produttivo: potenzialmente sette ettari per ogni abitante.
Ma a volte i numeri illudono perché accanto ai dati ci sono le dinamiche storiche, sociali e politiche.
Oggi un Boliviano su quattro vive sotto la soglia di povertà.
Perché in un paese ricco di terra fertile e di risorse naturali (stagno, oro, argento, zinco, tungsteno, rame e petrolio) la gente muore di fame? Perché centinaia di quechua e aymara dell’altopiano andino sono costretti a emigrare ogni anno verso le grandi città per vivere di elemosina?
Forse la chiave di lettura è la proprietà della terra.
Forse è da qui che bisogna partire per comprendere la realtà boliviana.
Eppure nel 1952 in Bolivia si era realizzata una storica riforma agraria: masse di contadini ridotti alla fame al grido di: “la terra è di chi lavora” avevano ottenuto una legge molto progressista. Però, le regioni orientali, quelle con la maggior quantità di terra fertile avevano osteggiato la riforma che si era compiuta solamente nella zona andina.
Paradossalmente, il Presidente Victor Paz Estenssoro che aveva promulgato la riforma della proprietà della terra, per compensare le altre concessioni offerte al popolo come il suffragio universale e la nazionalizzazione delle miniere aveva regalato 6 milioni di ettari alle grandi famiglie di latifondisti. Il susseguirsi di colpi di stato e di dittature militari hanno portato alla dilapidazione di quasi tutto il patrimonio terriero dello Stato e alle concessioni, legate all’appoggio ai piani golpisti, di circa 50 milioni di ettari di terreno ai grandi latifondisti.
Oggi la Bolivia è un paese diviso in due: la zona andina nella quale vivono 6 milioni di persone con 5 milioni di ettari di terreno poco fertile e scarsamente produttivo a disposizione e la zona orientale, in cui vivono circa tre milioni di persone, che vanta 58 milioni di ettari di terreno estremamente produttivo in mano a poche famiglie e a grandi multinazionali.
A questo stato di cose si stanno opponendo parti importanti dell’opinione pubblica boliviana. Prima tra tutte la Chiesa che nel 2000 ha redatto e diffuso un’importante lettera pastorale dal titolo “Terra: Madre feconda per tutti”. Nel documento vengono ripresi i principi della dottrina sociale della chiesa e la Conferenza Episcopale Boliviana sottolinea e ricorda che la terra è innanzitutto un bene comune e come tale deve compiere una funzione sociale. Non può essere tenuta improduttiva a soli fini speculativi, ma deve essere utilizzata per il sostentamento delle persone e la loro conseguente emancipazione dalla povertà. La Diocesi di Cochabamba ha quindi deciso di rendere concreto quanto scritto nella lettera pastorale sostenendo il Movimento dei Senza Terra della Bolivia (MST) in un cammino sia formativo, sia progettuale. L’MST ha come obiettivo la rivendicazione dell’accesso alla terra per i popoli originari e la formazione dei contadini più poveri per informarli sui loro diritti (la legge di riforma agraria) e sulle possibilità di utilizzo delle terre statali lasciate incolte. Il lavoro comprende anche l’analisi e lo studio dei titoli di proprietà della terra in mano ai latifondisti perché spesso, a causa della corruzione di funzionari compiacenti, molti grandi proprietari terrieri hanno ottenuto vasti appezzamenti di proprietà statale in modo fraudolento.
Ma l’azione dell’MST si compie anche attraverso la realizzazione di progetti concreti.
Uno in particolare, Madre Tierra, prevede il trasferimento di 100 famiglie dalle province di Cochabamba, Chuquisaca, Oruro, Potosí verso un nuovo insediamento nelle terre orientali.
Il nuovo villaggio si svilupperà nelle terre statali lasciate incolte e le famiglie diventeranno proprietarie collettive delle terre. Nell’oriente, grazie alla fecondità della terra, le famiglie potranno uscire dall’incubo dell’agricoltura di sussistenza e sperare in un futuro migliore.
Il percorso è lungo e articolato. Nei mesi di preparazione sono stati individuati i terreni adatti grazie a uno studio condotto dall’MST e dal Ministero delle Terre; a questa attività è seguita la formazione delle famiglie perché lo spostamento dai climi freddi della alture boliviane al caldo tropicale dei bassipiani amazzonici richiede una particolare preparazione in quanto cambiano le colture che si possono piantare, le modalità di coltivazione, lo stile di vita (accesso all’acqua, difesa dagli insetti, organizzazione del villaggio, ecc.). Ora le famiglie sono pronte per il grande viaggio e le aspettative e le speranze sono molto alte accompagnate inevitabilmente dalle paure e dalle incognite. Ma questa è l’unica alternativa possibile per queste 100 famiglie e per permettere la realizzazione del loro sogno è indispensabile sostenere il progetto Madre Tierra.
Caritas Ambrosiana vuole dare un aiuto concreto, grazie alla generosità di tutti i sostenitori, in particolare per la costruzione del pozzo e del sistema di acqua potabile, per l’acquisto di sementi e di attrezzature (tende, materassi, zanzariere, attrezzi agricoli) e per la costruzione, in una seconda fase, di laboratori per sviluppare le attività produttive (costruzione di una falegnameria, costruzione di piccole strutture per l’agricoltura, …).
Alessandro Comino
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