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Quando la chiesa gioca d'anticipo

Lo sappiamo bene, non è sempre così. Ci sono stagioni della storia in cui la Chiesa sembra giocare di rimessa, inseguire gli eventi e le situazioni, arrivare “dopo” a riconoscere che determinate intuizioni maturate in ambito “laico” hanno a che fare con il Vangelo e con la verità dell’uomo raccontata da Gesù.
Ce ne sono altre in cui invece provvidenzialmente il Magistero riesce a “dettare l’agenda”, a incoraggiare la riflessione dei credenti e degli uomini di buona volontà lungo binari poco praticati dai sapienti di questo mondo.
È da poco iniziato un nuovo anno e sappiamo come il mese di gennaio tradizionalmente è dedicato, nel suo primo giorno a pregare e riflettere per la pace nel mondo, mentre il 17 del mese - da ben 96 anni - viene celebrata la Giornata mondiale del migrante. Per entrambe queste occasioni Benedetto XVI ha offerto, attraverso un messaggio pubblicato già da alcune settimane, spunti di riflessione di grande attualità e profezia.

Se vuoi la pace custodisci il creato. È questo l’argomento della Giornata della pace 2010. Il dato è interessante, dal momento che per troppo tempo le tematiche ecologiche sono state consegnate a prospettive culturali che le hanno talvolta assolutizzate, portandole di fatto al loro svuotamento.
In maniera illuminante, Benedetto XVI osserva che: «La questione ecologica non va affrontata solo per le agghiaccianti prospettive che il degrado ambientale profila all’orizzonte; a motivarla deve essere soprattutto la ricerca di un’autentica solidarietà a dimensione mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune» (n. 10).
Il Santo Padre rigetta quindi i due estremi dell’ego-centrismo, che consentirebbe all’uomo di tiranneggiare sul creato, e dell’eco-centrismo, che priverebbe l’uomo della sua trascendente e superiore dignità. Quello indicato dal Santo Padre è un percorso di profondo equilibrio, interiore ed esteriore, tra il Creatore, l’umanità e il creato.
Benedetto XVI non è nuovo rispetto a questi argomenti. Li ha affrontati nella grande enciclica Caritas in veritate dello scorso luglio dove il tema dell’ambiente viene connesso con quello dello sviluppo e li ha fatti oggetto di riflessione anche in occasione della recente Conferenza mondiale della FAO, laddove denunciò con parole forti che «non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori».
Da cristiani dobbiamo pensare ad un ambiente che è stato donato da Dio a tutti e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera. Secondo Benedetto XVI la crisi ecologica mostra la necessità di una solidarietà che si proietti nello spazio e nel tempo: «i costi derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni non possono essere a carico delle generazioni future … Si tratta di una responsabilità che le generazioni presenti hanno nei confronti di quelle future» (n. 8). In maniera speculare vi è inoltre l’urgente necessità di una solidarietà intra-generazionale, specialmente nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e quelli altamente sviluppati, senza alimentare visioni parziali che tendano ad estremizzare alcune responsabilità rispetto ad altre.
Come Caritas Ambrosiana non possiamo non lasciarci istruire da questo Magistero perchè la nostra azione educativa si sviluppi in un orizzonte capace di offrire spunti di riflessione di respiro mondiale. Sarà nostro compito il riuscire a percepire e far percepire come anche le azioni più minute e quotidiane di prossimità si inseriscono in un progetto di pacificazione universale. Sarà nostro impegno mostrare come la sobrietà di oggi è un investimento sul futuro di tutti, un segno di rispetto per le generazioni future e per la terra, l’habitat umano da coltivare, custodire e consegnare a chi verrà dopo di noi. Che la sobrietà è solidarietà nel tempo, protesa verso il futuro.

I migranti e i rifugiati minorenni. Questo il tema scelto per la 96^ Giornata mondiale del migrante. Già nella Caritas in veritate Benedetto XVI aveva sottolineato - contro ogni rozza banalizzazione e tentativo di semplificazione - come il fenomeno delle migrazioni “impressiona per il numero di persone coinvolte, ... per le sfide drammatiche che pone alle comunità internazionali e nazionali”. Ora rilancia la questione dal punto di vista dei minori: “se gli immigrati in genere sono vulnerabili perchè si trovano in un Paese che non è il loro e nel quale la protezione può non essere garantita, molto più lo sono gli immigrati minorenni, soprattutto se non accompagnati, e dunque privi di rappresentanti legali o di tutori”. Il Papa è consapevole di quanto in questi anni le parrocchie e le associazioni cattoliche hanno fatto per alleviare il disagio di questi fratelli e sorelle più piccoli. Basterebbe elencare i servizi di dopo-scuola che compensano ad una amministrazione scolastica incapace di sostenere adeguatamente le esigenze di alfabetizzazione e di mediazione culturale necessarie specialmente a quei minori che giungono in Italia a seguito dei ricongiungimenti familiari. Per questo invita “tutti i cristiani a prendere consapevolezza della sfida sociale e pastorale che pone la condizione dei minori migranti e rifugiati”. Chi più dei cristiani sa di un Dio che non si è accontentato di farsi uomo e che “ha vissuto l’esperienza del migrante perchè, come narra il Vangelo, per sfuggire alle minacce di Erode dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria”? Dunque, chi più dei cristiani porta la responsabilità di un agire coerentemente conseguente?
Come Caritas, nelle nostre parrocchie e comunità pastorali siamo chiamati a mettere in luce questa identità e questa responsabilità, perchè la Chiesa sia semplicemente fedele al suo Signore.

Don Roberto Davanzo

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