Aggiornamento del 28/04/2010
La situazione ad Haiti
A più di tre mesi dal terremoto che ha devastato Haiti, l’emergenza non è ancora finita. Poco meno di 500 mila sfollati vivono nelle tendopoli costruite nella capitale e nelle città vicine, in condizioni igieniche precarie, che rischiano di aggravarsi ancora di più. E almeno altrettanti si stanno trasferendo nelle zone del Paese meno colpite, mettendo a rischio la convivenza in villaggi rurali che si ritrovano a fare i conti con un aumento di popolazione imprevedibile.
Gli sfollati nelle tendopoli
A Port au Prince, che contava con la sua area metropolitana almeno due milioni e mezzo di abitanti prima del sisma, 460 mila persone vivono sotto i teli blu. Un formicaio caotico e brulicante d’attività prova a sopravvivere giorno dopo giorno tra calcinacci, puzzo insopportabile e immondizia. Nel centro città, una delle zone più colpite dal sisma del 12 gennaio, la gente improvvisa la vita accanto alle macerie della cattedrale, dei palazzi del potere sconquassati, delle chiese smembrate, degli edifici accartocciati su loro stessi. La situazione già drammatica degli sfollati, ora rischia di peggiorare a causa dell’arrivo della stagione delle piogge. Dei 315 campi di fortuna allestiti nella capitale, sette sono stati dichiarati dalle autorità in zona “rossa”, perché minacciati dalle inondazioni. I loro abitanti dovranno essere sistemati altrove. Ma, in mezzo alla devastazione, è difficile trovare aree adatte. Spesso bisogna andarle a cercare fuori città. È questo ad esempio il caso di Petionville Club Camp, una delle tendopoli co-gestite dalla Caritas. Il sito alternativo si trova ad una ventina di chilometri dalla capitale, a Corail Cesse-Lesse. Ma al momento solo 100 famiglie sulle 7mila del campo, hanno scelto di trasferirsi volontariamente.
Chi non sarà sfrattato dalle piogge, dovrà vedersela con i proprietari dei terreni. Nel campo sfollati di Delmas 33, un altro campo dove è presente Caritas, vivono 1.875 persone. «Eravamo abbandonati a noi stessi finché non ci ha trovato la Caritas – dice Dorismand Diyms, portavoce del Comitato di autogestione del campo, ex insegnante che ha perso casa e lavoro –. Ora abbiamo l’acqua potabile e le latrine. Ma sappiamo che non potremo rimanere qui a lungo». Non solo perché il terreno è acquitrinoso e nei prossimi mesi, le abbondanti piogge tropicali, lo trasformeranno in una distesa di fango. Ma anche perché i privati che posseggono parte dell’area ne rivendicano il possesso.
«È un incubo, una situazione terribile mai accaduta in nessun’altra parte del mondo», riconosce Mauro Ansaldi, coordinatore del team di Caritas Internationalis, tutti alloggiati tra tende e camere affollate nella sede nazionale di Caritas Haiti. A più di tre mesi dal terremoto, sostiene Ansaldi, «la gente vive ancora in alloggi di fortuna sopra le macerie e migliaia non hanno le tende», nelle aree più urbanizzate, che sono anche quelle che più hanno risentito del sisma, manca letteralmente lo spazio, per cui «non si sa dove costruire gli alloggi temporanei».
Il contro-esodo nelle aree rurali
Tuttavia questa lunga emergenza post terremoto non riguarda solo le zone più colpite dal sisma. Sempre più interessa anche quelle aree del paese che avevano risentito delle scosse solo marginalmente o addirittura per nulla. Chi ha perso la propria casa a Port au Prince, Jacmel, Léogâne, infatti, fa ritorno nelle cittadine e nei villaggi, sparsi nel resto dell’isola, cercando ospitalità da parenti e amici. Un viaggio a ritroso rispetto a quello compiuto dalla popolazione haitiana che negli ultimi vent’anni anni si è riversata nella capitale e nelle zone urbane centrali del Paese, a causa di un disboscamento estremo e di un’agricoltura sempre meno redditizia. Le Nazioni Unite stimano che il contro-esodo stia riguardando almeno a 600 mila persone dirette verso le aree rurali e le province più periferiche. Nelle terre di origine questa gente trova una rete sociale pronta ad accoglierle. Ma il loro arrivo mette in crisi la già precaria rete di servizi e infrastrutture: nelle scuole non ci sono aule e insegnanti per i nuovi alunni; gli ospedali non hanno posti letto e medici sufficienti; manca il lavoro per tutti; le case sono sovraffollate. Una situazione che alla lunga potrebbe far sorgere tensioni tra vecchi abitanti e gli ex emigranti di ritorno . Ne sa qualcosa don Giuseppe Noli, sacerdote ambrosiano da sette anni a Haiti. Nella sua parrocchia di Mare Rouge nel Nord Ovest del Paese, dove vivono 30 mila abitanti sparsi in diversi villaggi, sono arrivati nel giro di qualche settimana oltre 3mila sfollati, in totale 567 famiglie, ospitate da parenti, amici o conoscenti. Gente senza lavoro che ha perso tutto e che ha bisogno di essere assistita. «Queste zone sono povere – dice il sacerdote –. Gli sfollati aggiungono nuovi bisogni a bisogni vecchi». Emblematica la situazione nelle scuole.
Tra i terremotati che hanno cercato rifugio a Mare Rouge poco più di mille sono bambini in età scolare. Il loro inserimento nel sistema scolastico locale, gestito al 90% già prima dell’emergenza dalle Chiese e da privati, ha creato qualche problema. «Nella nostra scuola parrocchiale “San Giovanni Bosco, abbiamo dovuto aggiungere i banchi e chiedere agli insegnanti di venire anche il pomeriggio, per consentire a tutti di seguire le lezioni».
Caritas, un intervento su due fronti
In questi mesi la rete Caritas sta cercando di intervenire su entrambi i fronti dell’emergenza: quello delle tendopoli, concentrato nella capitale e nel centro dell’isola, e quello degli sfollati che nel frattempo si sono sparsi per il resto del paese.
Fino ad oggi ha distribuito cibo e acqua a oltre un milione e mezzo di persone, kit per alloggi temporanei a 85.000 persone, materiale per l’igiene personale (10mila kit) a 47 mila terremotati. Più di 350mila haitiani hanno beneficato del programma Salute in 21 ospedali e dispensari che hanno fino ad oggi garantito 480 operazioni chirurgiche e di pronto soccorso, la fornitura costante di farmaci e kit sanitari. A Port au Prince, l’ospedale St. François de Salles visita circa 300 pazienti al giorno, 60 il nosocomio Notre Dame de Lourdes. Nei 320 ambulatori sono state effettuate 33.544 visite. Inoltre il personale Caritas aiuta 2 mila bambini nei centri per l’infanzia allestiti nei campi. Sono state montate 25 tende scuola ed è stato fornito il materiale scolastico ad altre 53. Già in questa prima fase, la preoccupazione è stata di contribuire, per quanto possibile, alla ripresa delle piccole attività economiche locali, incominciando dalla distribuzione di sementi a più di 5 mila agricoltori del sud e dal varo di un programma cash for work (pulizia dei detriti e allestimento degli spazi sanitari nei campi)) che ha al momento coinvolto 2 mila persone.
Dal canto suo Caritas Ambrosiana ha contribuito ad alimentare questa rete di aiuti. Nei giorni immediatamente successivi al terremoto ha offerto 50mila euro per l’intervento d’urgenza gestito da Caritas Haiti (cibo, acqua, kit igienico-sanitari, tende). Grazie alla raccolta fondi realizzata con la colletta nazionale promossa dai vescovi in tutte le diocesi d’Italia, ha potuto mettere a disposizione di Caritas Italiana un milione di euro: circa un terzo di questa cifra è servito a finanziare i Piani Globali di emergenza e post-emergenza predisposti dal network internazionale.
«Siamo in contatto permanente con l’equipe di Caritas Italiana che è stata inviata a Haiti e verrà rafforzata entro l’estate per supportare la Caritas nazionale locale – afferma Davide Boniardi, del settore internazionale di Caritas Ambrosiana, recentemente rientrato dalla prima missione esplorativa nell’isola -. Dopo questa prima fase di emergenza, Caritas Haiti ci chiederà di seguire con particolare attenzione una zona o un intervento più specifico, come in una sorta di “gemellaggio”. Nel frattempo stiamo vagliando alcune proposte nel quartiere di Cité aux Cayes, dove vive suor Luisa Dell’Orto, missionaria ambrosiana delle Piccole Sorelle del Vangelo che abbiamo incontrato e accompagnato durante una delle sue visite quotidiane ai campi sfollati. Contemporaneamente Caritas Ambrosiana si mobiliterà anche nelle aree più lontane dall’epicentro che hanno riportato meno danni materiali, ma che ora rischiano di subire un terremoto sociale a causa dell’arrivo degli sfollati. Don Giuseppe Noli e don Mauro Brescianini, i nostri fidei-donum incaricati della parrocchia Sant’Anna a Mare-Rouge, nella diocesi di Port-de-Paix, stanno facendo un ottimo lavoro e insieme stiamo elaborando un progetto più preciso di ampliamento e costruzione di nuove case».
Approfondimenti:
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Photogallery - Nino Leto (Famiglia Cristiana)
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