Anzitutto un caro augurio di buon anno a tutti i collaboratori e volontari di Caritas Ambrosiana. Come avevo preannunciato in un precedente numero dell’inserto Farsi prossimo, lo scorso mese di novembre abbiamo partecipato al 35° Convegno delle Caritas diocesane in cui venivano celebrati i 40 anni di Caritas in Italia. Il tutto si è concluso con l’udienza che Benedetto XVI ha riservato ai 10.000 rappresentanti delle 220 Caritas diocesane. E’ dal suo intervento, pubblicato integralmente sul numero di dicembre, che viene l’espressione usata per dare il titolo a queste note.
È mio desiderio, in questo primo numero del nuovo anno, condividere con i nostri lettori sia alcuni passaggio del discorso che il Papa ha indirizzato a quanti erano convenuti in San Pietro, sia alcune riflessioni sintetiche che dal Convegno di Caritas Italiana sono a mio modo di vedere scaturite. Le riassumerei dicendo, per quanto possa apparire paradossale: per fortuna che ci sono i poveri, per la chiesa e per la società stessa. E mi spiego.
Senza i poveri, la loro pressione, il loro bussare alle porte del nostro benessere, … le nostre chiese rischierebbero grosso: di accontentarsi di un annuncio della Parola e di una celebrazione dei misteri della vita di Gesù incapaci di fare i conti con gli ultimi della storia. Rischierebbero di eludere domande impegnative: che significa annunciare la buona novella ai poveri, che significa farli sentire a casa loro nelle nostre comunità, che significa renderli protagonisti nelle nostre liturgie? Così si esprimeva Benedetto XVI:
Ed è per questo motivo che c’è bisogno della Caritas; non per delegarle il servizio di carità, ma perché sia un segno della carità di Cristo, un segno che porti speranza. Cari amici, aiutate la Chiesa tutta a rendere visibile l’amore di Dio. Vivete la gratuità e aiutate a viverla. Richiamate tutti all’essenzialità dell’amore che si fa servizio. Accompagnate i fratelli più deboli. Animate le comunità cristiane. Dite al mondo la parola dell’amore che viene da Dio. Ricercate la carità come sintesi di tutti i carismi dello Spirito (cfr 1 Cor 14,1).
Senza i poveri lo stesso vangelo sarebbe incomprensibile, perché non si capirebbe più a chi è stata indirizzata questa buona notizia, a chi sarebbero stati destinati i “cieli nuovi e la terra nuova” di cui ci parla l’Apocalisse. Continua il Papa:
Scorrendo le pagine del Vangelo, restiamo colpiti dai gesti di Gesù: gesti che trasmettono la Grazia, educativi alla fede e alla sequela; gesti di guarigione e di accoglienza, di misericordia e di speranza, di futuro e di compassione; gesti che iniziano o perfezionano una chiamata a seguirlo e che sfociano nel riconoscimento del Signore come unica ragione del presente e del futuro.
I poveri ci scuotono, ci svegliano. Potremmo anche cercare di cavarcela sostenendo che non tocca a noi, che compete allo Stato affrontare certi problemi. Ma poi il loro grido, il loro sguardo, non potremmo evitarli troppo a lungo e con questi dovremo fare i conti e dovremo rispondere alla domanda: che c’entra il Vangelo con i poveri, con chi sta male, con chi è ai margini, con chi è colpito da catastrofi, …
Rispondere ai bisogni significa non solo dare il pane all’affamato, ma anche lasciarsi interpellare dalle cause per cui è affamato, con lo sguardo di Gesù che sapeva vedere la realtà profonda delle persone che gli si accostavano. È in questa prospettiva che l’oggi interpella il vostro modo di essere animatori e operatori di carità.
E allora sì: per fortuna che ci sono i poveri che ci impediscono di addormentarci sulle nostre false sicurezze a buon prezzo, che interpellano la Chiesa sul modo di affrontare la povertà senza trasformarsi in un’organizzazione sociale. I poveri che ci costringono a ripensare al rapporto tra la Chiesa e le istituzioni pubbliche nel capitolo decisivo dell’assistenza.
L’umile e concreto servizio che la Chiesa offre non vuole sostituire né, tantomeno, assopire la coscienza collettiva e civile. Le si affianca con spirito di sincera collaborazione, nella dovuta autonomia e nella piena coscienza della sussidiarietà.
Ma non basta. La costante permanenza dei poveri al nostro fianco diventa l’antidoto culturale contro quell’illusione disgraziata che in questi anni ci ha portato a espandere all’infinito le nostre capacità. Avere i poveri al nostro fianco ci insegna che non siamo illimitati, che non ci è lecito pensarci onnipotenti, che c’è una realtà con cui fare continuamente i conti. I poveri ci costringono a tenere i piedi per terra, se non altro per la frustrazione che spesso proviamo nel non riuscire a dare risposta ai loro bisogni. Diamo ancora una volta la parola al Papa:
L’individualismo dei nostri giorni, la presunta sufficienza della tecnica, il relativismo che influenza tutti, chiedono di provocare persone e comunità verso forme alte di ascolto, verso capacità di apertura dello sguardo e del cuore sulle necessità e sulle risorse, verso forme comunitarie di discernimento sul modo di essere e di porsi in un mondo in profondo cambiamento.
Riprendiamo dunque il cammino, confortati e confermati dalle parole del Santo Padre che dovremo fare oggetto di un più attento approfondimento. Con coraggio e tenacia: c’è di mezzo la missione stessa della Chiesa e il volto più autentico che riuscirà a mostrare ai poveri e al mondo. Almeno per i prossimi quaranta anni.
Don Roberto Davanzo |
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