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le ragazze raccontano...

FEDERICA FURLAN

Federica Furlan, 23 anni, di Oggiona con S.Stefano (VA), è una delle ragazze che stanno svolgendo il servizio civile dal 30 dicembre 2002. Ordinariamente svolge il suo servizio nel Progetto Pangea a Cernusco sul Naviglio (MI). Questa estate si è sperimentata in due realtà nuove che ci racconta in questa testimonianza.

Non è facile scrivere "due righe" su quella che è stata per me una ricchissima esperienza di volontariato estivo.
Sto facendo l'anno di Servizio Civile con la Caritas Ambrosiana e nei mesi di luglio e agosto ho svolto il mio servizio presso il Centro S.Antonio di Milano, al centro di ascolto e in mensa, ed ho partecipato ai Cantieri della Solidarietà in Romania.
Queste due esperienze, così diverse tra loro ma allo stesso tempo così simili, mi hanno insegnato a guardare il povero da un altro punto di vista.
Quando ho deciso di iniziare l'anno di Servizio Civile non avevo molto chiaro cosa avrei fatto e quali sarebbero state le persone che avrei potuto incontrare; la mia idea del povero era in effetti molto vaga e, devo ammetterlo, alquanto limitata. Ho sempre considerato "povero" colui che manca del necessario per vivere, senza rendermi conto di cosa fosse davvero "necessario".
Al centro di ascolto ho incontrato tante persone, quasi tutte in cerca di un aiuto concreto, chi per un lavoro, chi per avere dei vestiti o un piatto caldo. All'inizio mi veniva quasi spontaneo considerare l'utente del servizio "un utente", una persona cioè, a cui fornire indicazioni concrete sulla possibilità di mangiare in mensa, ritirare dei vestiti o cercare un lavoro. Tendevo a considerare solo o quasi l'aspetto più concreto del servizio, la possibilità di aiutare una persona a risolvere un problema. Le persone che frequentano il centro sono moltissime, e mi sono subito resa conto che le richieste di aiuto, dette e non dette, erano molte di più. Mi sono scontrata subito con una questione che per me si è rivelata fondamentale: non sempre è possibile aiutare una persona che ha bisogno. Molte volte si è costretti a tirarsi indietro, ad ammettere di non avere le possibilità di offrire aiuto. E' difficile accettare i nostri limiti, tanto più se il nostro limite (anche involontario) non riguarda solo noi ma anche chi ci sta accanto.
Poi, a metà del mio servizio al centro, sono stata in Romania per due settimane. Sapevo che anche lì avrei trovato la povertà, e sapevo che sarebbe stata diversa da quella che conoscevo. Matasari è una piccola cittadina in una delle zone più povere della Romania, ed è nata per i lavoratori di una grande miniera di carbone. Ora la miniera sta chiudendo e molte persone rimangono senza lavoro. La povertà è davvero grande, anche perché è una zona poco piovosa e non adatta alle coltivazioni. Anche qui il rischio era di partire con la speranza di poter migliorare concretamente la vita delle persone.
E anche qui mi sono scontrata subito con il limite umano: non sempre è possibile aiutare chi ha bisogno. Quando però mi sono trovata sul campo, il primo giorno, con intorno un'ottantina di bambini felici perché qualcuno stava con loro e li faceva giocare, ho iniziato a capire che lo stomaco vuoto non è l'unica povertà esistente, poco alla volta mi sono resa conto che la gioia e la serenità sono un grande dono per un bambino, anche se ha fame o non possiede nemmeno un paio di scarpe. Lentamente ho imparato ad accettare la povertà che vedevo, e a spostare lo sguardo dalla povertà al povero. Ho capito che, anche quando è impossibile dare un aiuto concreto, c'è sempre la possibilità di aiutare una persona mettendola al centro delle tue attenzioni, imparando ad ascoltarla, appassionandoti alla sua storia, partecipando delle sue sofferenze e delle sue gioie. Nella povertà che incontravo iniziavo a riconoscermi povera, a sentire il bisogno di ascoltare e di essere ascoltata, di cercare una relazione profonda con le persone che avevo accanto. Ho capito che non potrò mai bastare a me stessa e solo nell'incontro con l'altro avrei potuto conoscermi meglio e imparare a migliorarmi. Quando sono tornata dalla Romania ho ripreso il servizio al centro di ascolto; le persone che venivano erano le stesse ma io avevo iniziato a capire che non era solo di cibo e vestiti che avevano bisogno. Durante gli ascolti o nel servizio in mensa mi sono accorta che spesso l'attenzione verso le povertà materiali mi impediva di vedere le povertà spirituali, le richieste di aiuto più profonde, il bisogno di essere ascoltati. Mi sono resa conto che spesso vale di più un minuto speso in un ascolto attento che un elenco di soluzioni pratiche.

Federica Furlan
mercoledì 10 settembre 2003


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