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“Studi o lavori?”. “No, sono in Servizio Civile!”. – Ti rimane per un attimo, solo per un attimo, quella strana sensazione di non essere nessuno: quell’attimo in cui ti identifichi con la gente che per capirti ti deve incasellare in un’attività normalmente calata dall’alto – studi quello che ti fanno studiare, lavori per fare quello che ti dicono di fare… Poi ritorni ad essere quello che sei: strano il nome, preciso il vestito: un vestito né troppo largo, né troppo stretto, perché è un progetto cucito a misura per te.
Certo quando sono andata a scegliere la stoffa non avevo la minima idea di come sarebbe venuto il vestito: il “negozio” Caritas era rinomato, ma non vi avevo mai acquistato capi da portare per molto tempo, quindi mi stavo semplicemente fidando… Ho scelto la stoffa degli stranieri e l’ho messa nella mia valigia… quella valigia da portare con me per le strade di Varese, da aprire nella stanza di un Centro d’Ascolto, da disfare nei locali di una mensa…
Quella stoffa che era da misurare, da tagliare e da cucire è diventata, con un lavoro paziente ed accurato, il vestito che ho indossato per incontrare i richiedenti asilo… il vestito dell’accoglienza. Un abito da donna, a volte un po’ ampio e comodo, perché deve essere un abito da mamma… a volte un po’ troppo leggero, che non ti basta per farti mantenere in salute… a volte un po’ attaccato alla propria terra da non far venire la voglia di parlare una lingua così diversa come l’italiano… a volte così strano che deve essere iper-controllato dalla polizia… a volte così impossibile da cambiare che ti blocca in un’identità che non hai più e in un’identità che non hai ancora…
Sono diventata così… donna, un po’ mamma, un po’ malata, un po’ analfabeta, un po’ clandestina, un po’ disoccupata, un po’ non cittadina… un po’ straniera a me stessa…
…ma quando mi guardo allo specchio, con questo vestito, mi riconosco… riconosco il mio volto, il mio nome, la mia storia… incrociati con il volto, il nome, la storia dell’altro - ricamati sul mio vestito prezioso.
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