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Ho incontrato Ray poche settimane dopo il mio arrivo al centro di ascolto.
Avevo in testa ancora moltissimi stereotipi sul tipo di persone che possono frequentare abitualmente un centro di ascolto per persone in difficoltà e Ray ha contribuito non poco a farle crollare.
Ray ha origini africane, vive di espedienti ed è sostenuto da una fede grande.
Viene al centro per chiedere dei vestiti e subito, parlando con lui, emergono alcuni tratti della sua vita: vive in un capannone e fa piccole commissioni per gli anziani di Milano che vivono soli, in cambio di cibo e di pochi soldi. Si capisce subito che questa vita è frutto delle circostanze ma anche di scelte precise e che queste scelte hanno molto a che fare con la sua fede. Poi, improvvisamente, Ray inizia a fare a me delle domande:
come mai sei qui?
perché hai scelto di occuparti di noi?
(noi chi?…noi che viviamo sulla strada, noi poveri, noi “barboni”)
…
Io allora cerco di spiegargli del servizio civile nazionale (!?) e poi ancora mi chiede:
lei signorina ha i genitori?
vuole bene ai suoi genitori?
si prende cura di loro?
E’ importante curare i propri genitori quando sono vecchi o malati, non lasciarli soli…
…i giovani in Italia spesso li abbandonano….
Ecco, di fronte a queste domande mi sono sentita impreparata e colpita.
Ray, che con così grande lucidità distingueva tra un “noi” e un “voi”, mi chiedeva conto della mia coerenza, del mio stile di servizio non solo nei suoi confronti ma anche con tutte le altre persone che incontro e con cui vivo ogni giorno, a partire da quelle più vicine a me.
Uscito dall’incontro con me ha ripreso a fare quello che aveva interrotto in precedenza: leggeva il Vangelo.
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