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E’ stato l’incontro con Andrea l’ultimo forte e bellissimo episodio che ha segnato la mia esperienza di SCN. Andrea studia scienze motorie a Milano e ha forti problemi di deambulazione , dopo il parto devono esserci state delle complicazioni che hanno reso molto difficoltosa la sua capacità motoria. E’ una matricola con una testa piena di boccoli e due occhi verdi bellissimi ed espressivi.
Capisce pienamente tutto quanto, quando parla è un po’ difficile capirlo, ma dopo un po’ si entra nella sua modalità di linguaggio, si entra un pochino nel suo mondo e tutto diventa più chiaro; le difficoltà spariscono piano piano, le barriere mentali più che quelle architettoniche crollano e avviene l’incontro vero con l’altro.
Il mio compito è stargli accanto mentre cammina e accompagnarlo dalla stazione alla sede dell’università.
Devo solamente camminare accanto ad Andrea, dandogli un braccio cui aggrapparsi se ha bisogno, ma tutto il resto lo vuole fare da solo.
Quando sto con lui cammino in modo lentissimo, perché lui dal mio punto di vista cammina lentamente, ma dal suo punto di vista invece è abbastanza veloce…la sua specialità in atletica è la velocità.
E’ bello camminare accanto a lui, devo andare lentamente, è come se avessi il tempo di pensare che camminare è davvero un’opportunità, è come se condividessi con lui la fatica di mettere un piede davanti all’altro, di fare le scale, di stare in piedi e mantenere l’equilibrio in mezzo alla fola di persone che in metropolitana corre sempre senza fermarsi mai. Quando gli sto vicino lungo la strada spesso non ci diciamo nulla, ma è bellissimo camminare l’uno vicino all’altra, aiutandosi a vicenda se ce n’è bisogno, è un modo di comunicare il nostro fatto di passi, di occhiate, di sorrisi, non di parole. La prima volta che l’ho incontrato confesso di aver visto in lui prima di tutto la sua disabilità, non la sua persona: mi ha colpito il suo modo così “strano” di camminare e il suo bisogno di volersela cavare da solo. Poi mi hanno colpito i suoi occhi verdi e il suo sorriso, i suoi discorsi brevi, ma essenziali. Io che parlo “bene” posso permettermi di spendere anche parole inutili, lui per farsi capire deve usare poche parole, ma fondamentali. Imparo ogni volta stando accanto a lui ad accogliere l’altro per quello che è, vedendo in lui la “divers-abilità” ma trovando anche tra me e lui, tra lui e i giovani in generale un profondo punto di contatto, che è la voglia di lottare, di faticare, di scontrarsi con le difficoltà per poterle superare, la voglia di sognare e di essere accettati per quello che si è.
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