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Oggi, approfittando del tiepido
sole autunnale, mi avvio per le stradine di Rakovski, tanto per
fare un giro e godermi un po' il tepore. Esco dal cortile della
casa parrocchiale ed imbocco una strada asfaltata solo per metà.
Eh sì, perché qui son asfaltate solo le strade principali,
tutte le altre sono sterrate o lastricate.
Una sola cosa accomuna tutte le vie: le buche! Immense, "kato
moreto", come il mare dice ridendo la gente. Di notte bisogna
fare attenzione perché, non essendoci l'illuminazione, si rischia
di cadere dentro i vari canali che le costeggiano, come è successo
a Otez Yovko. Sorrido ancora a ripensarci, quante risate quella
sera! Cammino lentamente sul marciapiede, mi supera una bicicletta,
poi un'altra, e un'altra ancora.
Mi viene in mente il soprannome di Rakovski, la "Malëk Pekin",
la piccola Pechino perché il principale mezzo di trasporto è la
bici e verso l'ora del tramonto decine di biciclette spuntano
da ogni dove con tutte le donne che tornano dal lavoro.
Un rumore di zoccoli mi distrae dai miei pensieri. Mi supera un
carretto pieno di carbone, trainato da un cavallo ciondolante. L'uomo
che lo guida mi accenna un saluto chinando appena il capo. Contraccambio.
Seguo con lo sguardo il suo percorso. È usuale vedere carretti per
la strada tirati da sonnacchiosi chiuchini o cavalli superbi. Di
solito è il mezzo di trasporto da lavoro, ma per alcuni è l'unico
mezzo a disposizione.
Oltrepasso un garage aperto: è pieno di noci, due "babe",
due
nonne, son sedute per terra a pulirle, chiacchierando allegramente.
Scendo dal marciapiede per non pestare tutte le pannocchie stese
a seccare. Quasi ogni casa utilizza lo spazio davanti a sé come
vuole, ho visto di tutto sul marciapiede: l'erba da seccare, covoni
di fieno, grano, pannocchie… Osservo attentamente i muri che circondano
ogni abitazione, domandandomi quale realtà nascondano.
Infatti, è difficile dal di fuori capire le condizioni di una
famiglia perché ogni casa è coperta dal proprio muro di recinzione.
Già il muro di per sé ti può dire qualcosa: se è di sasso lavorato
puoi intuire che potrebbero stare bene, quando è di terra puoi dedurre
che forse quello è il granaio o la stalla oppure le condizioni sono
un po' precarie. Son solo deduzioni, però!
Tre volte la settimana accompagno le infermiere del centro medico
della Caritas durante la visita ai malati. A tutti si controlla
la pressione e la glicemia per chi ha il diabete. Più o meno visitiamo
70 - 80 malati. E allora sì che posso varcare i famosi muri e toccare
con mano la realtà della gente bulgara.
Ripenso a tutte le persone visitate: l'incontro con la malattia
è sempre disarmante, ma quando anche l'ambiente in cui vivono
è squallido e povero, non si hanno le parole per esprimere le proprie
emozioni.
Mi viene in mente Baba Pena.
Dalla strada la casa sembrava abbandonata, ma non si vedeva molto
per il muro. Come abbiamo aperto il cancellino, ho visto erbacce
alte più di me, la carcassa di una macchina vecchia, una casa tutta
di mattoni a vista, come il 90% delle case qui a Rakovski. Davanti
a casa uno scivolo in cemento dove, seduta su un mucchio di stracci,
ci stava una vecchina con due foulard in testa, vestita leggera
per la giornata fredda che era, una gamba amputata. Di fianco a
lei una carrozzella piena di sacchetti con dentro vestiti arrotolati,
un pezzo di pane, e altre cose che non son riuscita a distinguere.
Come ci ha visti si è messa a piangere. All'interno della casa potevo
vedere solo una lampadina pendula e nient'altro.
Baba Pena abita da sola. Ha due figli, ma non si interessano a lei.
Ci ha raccontato tutti i suoi ricoveri in ospedale, quello che fa
durante la giornata, chiedendomi intanto come si chiama la mia nonna
e se è malata. Ogni tanto l'infermiera mi rispiegava quello che
diceva perché parlava solo in dialetto, il dialetto cattolico che
ha uniti i cattolici durante il comunismo e si parla solo nelle
comunità cristiane qui del sud. Poi l'abbiamo aiutata a sedersi
sulla carrozzina e l'abbiamo messa fuori al pallido sole, dove si
stava un po' meglio. Abbiamo portato via i vestiti da lavare, perché
le infermiere provvedono a lavare gli indumenti di coloro che non
son in grado di farlo da soli.
Son tante le domande che mi ha suscitato questo incontro,
anche perché qui si avvicina l'inverno e dura più o meno sei mesi.
E poi altre visite: ciechi, diabetici, vecchietti che ti guardano
silenziosi e si mettono a piangere o ti chiedono scusa se stanno
male perché, visto che sei italiana, vorrebbero accoglierti bene.
Le domande che ti pongono son quasi sempre le stesse. Appena sanno
che sei italiana, ti chiedono se ti manca l'Italia e alla tua risposta
negativa ne succede sempre un'altra: "Karesvash li Bëlgaria?"
(ti piace la Bulgaria?). E il loro viso si illumina alla tua risposta
affermativa e son felici se parli un po' di bulgaro, tanto che a
volte ti abbracciano quando dici che lo stai studiando. E ti offrono
wafer, pere, noci, fiori, semi di girasole da cuocere al forno con
del sale per farne i famosi "slëncioglet", invitandoti a
tornare che sei sempre il benvenuto.
L'ospitalità bulgara è stupenda!
Come offrire una rosa è uno dei doni più belli che qualcuno possa
farti. 
E qui ci sono rose ovunque, in ogni giardino. Ne noto una che fa
capolino da un muro, appena sbocciata, bianca con le venature rosa.
Hubava! I ragazzi della parrocchia mi prendono sempre in
giro chiedendomi se in Italia non ho mai visto una rosa perché mi
fermo sempre ad ammirarle!
Sobbalzo.
Un grosso maiale mi attraversa la strada, camminando pigramente.
Cerco con lo sguardo il suo padrone, sicuramente non va a spasso
da solo! Compare un uomo con un bastoncino in mano, con cui batte
l'animale non appena rallenta il passo. Giro a destra. Non ho una
meta precisa. Davanti ai cancellini, seduti per terra o su panche
di legno, ci sono degli anziani che guardano la gente che passa.
Al mio saluto, rispondono alzando la mano e mostrando un sorriso
il più delle volte sdentato. Scorgo sulla terra battuta impronte
di cavalli ed intravedo un disegno puerile inciso forse con un legnetto.
Han disegnato dei fiori e due individui, non riesco a distinguere
bene, forse un maschio e una femmina. Può essere, perché quella
dovrebbe essere una gonna.
Mi raggiunge un vociare di bimbi.
In fondo alla via quattro bambini giocano. Una, di sei o sette anni,
mi riconosce da lontano e sussurra qualcosa nell'orecchio del suo
vicino. Tutti si voltano a guardarmi.
Lei, prendendo coraggio, mi dice con un sorriso: "Ti si slënze!",
tu sei il sole! Scoppio a ridere, annuendo con la testa (in realtà
per gli italiani starei dicendo di no, ma qui è tutto al contrario!).
Abbiamo appena festeggiato la festa patronale il 29 settembre, festa
dell'Arcangelo Gabriele, che è durata tre giorni. Una solenne liturgia
presieduta dal vescovo e da tanti sacerdoti di questa diocesi ha
aperto la festa.
Il giorno dopo, invece, è stata la volta delle danze, una serata
tutta di korò e altre danze popolari, accompagnate da kebachke
e kjuftè (rispettivamente una specie di salsiccia e polpetta
alla griglia).
È il piatto tipico delle feste!
Non son mancati ballerini un po' brilli che si sono cimentati nella
cialga, la danza del ventre. L'ultimo giorno di festa è stato
preparato dai giovani e dai bambini della parrocchia. Abbiamo realizzato
una scenetta che partiva dalla creazione del mondo. Ogni bimbo impersonificava
una cosa creata da Dio, come la luce, l'acqua, i fiori… Ebbene sì,
io ero il sole!
E tutti mi cantavano "Oh sole mio"!
È stato molto bello. Poi si passava al racconto dell'Apocalisse
in cui san Michele e gli angeli sconfiggono il diavolo, per poi
inscenare una possibile attualizzazione delle tentazioni per i giovani
d'oggi: la discoteca! I giovani bulgari, infatti, soprattutto nei
villaggi, non hanno molti svaghi o proposte per il tempo libero.
Per questo la maggior parte di loro va in discoteca, dove molte
volte si ubriacano… E questo è il loro venerdì o sabato sera.
Un gruppo di pensionati richiama la mia attenzione. Seduti
attorno ad un tavolo, sul ciglio della strada, stanno giocando a
carte. Sicuramente a belot, un gioco molto interessante che
mi hanno insegnato i giovani e a cui spessissimo gioco anch'io.
Incontro nonni con nipotini che si nascondono dietro le loro ginocchia,
intimiditi dalla mia presenza. È difficile incontrare le mamme con
i loro figli, di soliti sono i nonni che si occupano dei piccoli.
Davanti a me ora
svettano i due campanili della chiesa, illuminati dal sole che tramonta.
Inizia a scendere la sera con il suo freschino autunnale.
Il cortile della chiesa si riempie pian piano di babe vestite
di nero, venute tutte per la messa serale.
Alcune mi salutano cordialmente, altre mi guardano incuriosite.
Sono arrivata a casa, la mia casa bulgara!
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Grazia
"Grace" Bizzotto,
volontaria in servizio civile in Bulgaria
24 ottobre 2005
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