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Questa mattina il paesaggio
fuori dalla finestra ha cambiato colore. Quando ho aperto la porta
tutto era bianco e silenzioso.
Io, la neve e il vento. Soli.
Io: giaccone verde mimetico,
guanti spessi e berretto ben calato a coprire le orecchie, al momento
di uscire un'esitazione, e poi, via, nel bianco freddo di questa
giornata.
La neve: come polvere, ghiaccio
grattugiato finissimo, asciutta. Ogni folata di vento spostava quella
che già si era posata sulla strada. Tranquilla è scesa per tutto
il giorno, con costanza.
Il vento: freddissimo.
Per tutto il giorno sarà una
dura battaglia.
E' lunedì, vado a Plovdiv
per aiutare le suore di Madre Teresa nella preparazione e
nella distribuzione del cibo alla mensa dei poveri che loro hanno.
E' questo che mi porta ad uscire di casa nonostante le condizioni
meteo mi spingerebbero a fare il contrario. Quando, arrivato a Plovdiv,
scendo dall'autobus, scopro che in città, per qualche strano motivo,
fa ancora più freddo che a Rakovski. Alla fermata dell'autobus cittadino
non posso fermarmi dal tremare, in piedi, accanto ad un baracchino
dietro al quale mi nascondo per ripararmi dal vento, chi aspetta
accanto a me invece è tranquillo e fermo. Sull'autobus l'idea di
scendere mi spaventa ma, una volta attraversata la città, per forza
di cose scendo. E subito mi rifugio nel Cafe di un supermercato
per prendere qualcosa di caldo, fare la colazione che ancora non
ho fatto. The caldo e brioche. Quando ho finito mi preparo per uscire
di nuovo.
Ciò che mi aspetta è quella
che normalmente si chiamerebbe una passeggiata di cinque minuti
ma che oggi ha tutta l'aria di essere una lunga traversata. I primi
cinquanta metri vanno senza particolari sensazioni negative, poi
i pensieri si riducono ad uno solo: "freddo, freddo, freddo, ... ".
Qui inizio a pensare a come raccontare questo momento, a quali particolari
inserire, a come renderne la drammatica epicità. All'inizio metto
le mani come paraocchi per proteggere il viso dalle folate, poi
accelero, faccio qualche saltino per far circolare il sangue, proseguo
e pian piano mi accorgo che quelle che non sento più sono le gambe,
un rapido massaggio e via, supero il blok che mi proteggeva e il
vento si fa ancora più forte, allora penso che da domani metterà
sempre due paia di pantaloni, corricchio, salterello, cammino un
po' all'indietro per dar tregua alle gambe, ora inizio a intravedere
la chiesa delle suore di Madre Teresa, là dove devo andare, la vedo
ma non la raggiungo mai, penso a quanto ho freddo e rido fra me
e me, poi, finalmente, supero un cassonetto in cui qualcosa brucia
e fuma e ... ci sono, ce l'ho fatta!, ancora qualche metro protetto
dal muro, svolto l'angolo e finalmente suono il campanello.
Fuori con me ci sono già alcune
persone che aspettano di entrare a mangiare. Quando suor Massimiliana
apre entro io con loro, subito il caldo mi ristora, mi chiedo
e chiedo come possano loro vivere in strada o in case abbandonate
con questo freddo terribile, che mi fa sembrare pochi metri
un'impresa epica. Raggiungo il calorifero e là mi raggiunge la suora,
che mi offre un the che io di nuovo accetto, per ristorarmi. Mentre
bevo e mangio qualche biscotto, le persone entrano, siedono, stanno
un po' al caldo e aspettano la distribuzione del cibo. Dopo poco
scendo anch'io in cucina, a ricevere le prime istruzioni.
Tagliare il formaggio, tagliare
il pane, una fetta di formaggio ogni tre di pane, tutto per cinquanta
persone circa. In questo tempo ho modo di parlare un po' con suor
Massimiliana, di cosa fanno in questi giorni, di cosa facciamo noi,
del freddo, di loro, ecc. Quando la prima distribuzione è finita,
la suora mi invita ad un momento di preghiera cui io partecipo volentieri
e al termine del quale mi viene offerto da mangiare. Quando ho finito
scendo, finisco di tagliare il pane, apparecchio i tavoli e poi
torno su a godermi un momento di pausa in cui bere un altro the
caldo, leggere e pensare.
Verso le due arriva però una telefonata, in seguito alla quale andiamo tutti
in cantina a preparare degli scatoloni pieni di scarpe e vestiti
per bambini, sei scatoloni per dieci bambini, li portiamo su, li
ammucchiamo e poi torniamo a quello che rimane della pausa. Dopo
un altro momento di preghiera diamo da dare da mangiare agli uomini
che vengono alle tre. Oggi sono pochi, poco più di una ventina.
Dicono una preghiera, leggono il vangelo del giorno, una suora dice
due parole e poi ... si mangia. Distribuire i piatti, il pane, il
bis, il tris, fino a che la zuppa non finisce. Poi poco a poco se
ne vanno tutti, anche se qualcuno resta a dare una mano per pulire.
Dalle loro stanze scendono le signore che qui vivono, lavano le
stoviglie mentre noi puliamo e laviamo la sala.
A un certo punto appare la
direttrice di una ong. Io, con lo straccio in mano, la saluto, ma
non mi riconosce. Dietro di lei ci sono degli uomini in divisa che
poi scopro appartenere ad una sorta di assistenza sociale comunale
dedicata alle emergenze. Lei parla un po' con le suore e poi, ancora
con indosso i grembiuli, ci mettiamo a portare in un grosso camion
gli scatoloni, che da sei sono diventati otto. Poco dopo, salendo
per una scala di sei sette scalini, siamo noi ad entrare nel retro
di questo camion speciale, che tanto ricorda quelli per il trasporto
dei carcerati o i grossi carri del circo. Chiusi là dentro, senza
vedere nulla, in compagnia della direttrice, veniamo sballottati
per un lungo tempo fino al luogo di destinazione.
Quando scendiamo dal carro
la situazione è a dir poco strana. Siamo in mezzo al nulla.
C'è una casa piccolissima e tre enormi mezzi delle forze per la salvezza dell'umanità: il
nostro enorme camion, una jeep dello stesso ente e un'ambulanza.
Un bambino in maglione viola
lascia la casa e inizia a camminare diretto verso il nulla, lasciandoci
così esterrefatti. Nel frattempo noi ci guardiamo attorno e
ciò che si vede sono solo campi e campi innevati e montagne anch'esse
innevate, solo in lontananza si può scorgere un'altra casa isolata.
Senza ben capire scarichiamo i nostri pacchi, fra noi un po' scherziamo
sul numero che pare spropositato e poi entriamo in questa casa/stanza.
Questa è completamente spoglia, circa venti metri quadrati ma ben
riscaldati da una stufa a legna. I bambini ci sono e oltre a loro
ci sono altrettante persone venute non si sa bene per cosa, forse
per prender parte a diverso titolo a questo evento, ognuno in qualità
di direttore di qualcosa. Tutti danno fondo alle loro capacità retoriche,
chi chiedendo se vanno a scuola, chi chiedendo invece se pregano
Dio, altri tacciono. Nessuno sembra esser là per ascoltare. I bambini
sono stati appositamente lavati per l'arrivo dei visitatori, sono
molto belli, sorridono molto, ci sono anche due gemelli di quattro
mesi. La loro bellezza, i loro occhi, la loro giovialità non possono
non colpire chi per un attimo si fermasse a guardare. E allora viene
voglia di stare fra loro, scambiarsi parole e sguardi di complicità,
ritagliarsi un angolo di intimità in questa confusione. Un po' vorrei
che capissero che io e le suore non siamo come "loro" e in tutta
questa abbondanza vorrei regalare a Venko il cioccolatino che ho
in tasca, come se fosse un tesoro prezioso, ma non ne ho la forza.
Lui, con il suo maglione viola, era andato a chiamare la mamma chissà
dove, forse all'altra casa che si vedeva in lontananza, dove, in
due stanze, con la nonna, vivono altri bambini e qualche adulto
per un totale di circa venti persone. E' una famiglia rom molto
allargata e, alla luce di questi numeri, forse i nostri pacchi non
erano poi così tanti. Dopo un poco, senza aver fatto nulla che giustificasse
quella calata da esercito, prendiamo la via del ritorno, questa
volta però saliamo sull'autoambulanza, e, seduti su una portantina,
torniamo alla casa delle suore.
Una volta là mi viene offerto
ancora un the, che diligentemente rifiuto, e io, a piedi, vado a
perder l'autobus. Quando salgo su quello dopo mi accorgo di avere
un freddo cane ai piedi, invoco il caldo ma prima che questi si
siano riscaldati devo scendere e raggiungere l'altra fermata dove
aspetterò l'autobus per Rakovski. Dopo lunghissimi venti minuti,
quando ormai disperavo, l'autobus arriva, salgo, mi siedo vicino
al bocchettone dell'aria calda, mi libero delle scarpe e metto i
piedi, le cui punte sono ormai congelate, a godere del getto caldo
che i potenti mezzi bulgari offrono. Ormai la casa è vicina.
Una volta a Rakovski la giornata
si può dire conclusa, pochi metri mi separano da casa, da una bella
doccia bollente e, non prima di aver scritto qualcosa, dal letto.
Poi, domani, riposo.
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Francesco
Malossi,
volontario in servizio civile in Bulgaria
14 febbraio 2006
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