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Il Servizio di Accoglienza Milanese ripercorre vent’anni di servizio agli ultimi
di Ettore Sutti (redazione Scarp de’ Tenis)
Dodicimilanovecentoquattro storie. Tante sono quelle delle persone che hanno chiesto aiuto agli uffici del Sam (Servizio di accoglienza milanese) dal lontano 1984, anno della sua fondazione. Storie di miseria, di emarginazione, di esclusione sociale, a cui il servizio della Caritas Ambrosiana ha sempre cercato di assicurare il lieto fine.
Un lieto fine non sempre scontato né facile da raggiungere, data la tipologia degli utenti che si sono rivolti al Sam. In questi 20 anni sono stati oltre 93mila i colloqui effettuati dagli operatori: si tratta soprattutto di uomini tra i 25 e i 40 anni, anche se negli ultimi tempi la tipologia dell’utente medio sta cambiando in maniera radicale. Negli ultimi cinque anni, infatti, si sta assistendo ad un aumento costante di giovani (età compresa tra i 15 e i 24 anni) e di anziani (55-65 anni) a dimostrazione che, evolvendo e cambiando la società, cambiano inevitabilmente anche le categorie a rischio. Punto di raccordo tra queste tipologie sono l’evoluzione del mercato del lavoro e le sempre maggiori difficoltà di accesso al mercato della casa. La precarizzazione dei canali di accesso per i neoassunti e le dinamiche di espulsione di lavoratori in età avanzata (derivanti dalla crisi economica) stanno generando bisogni sempre maggiori tra giovani e adulti prossimi alla pensione. Non potendo più contare su ammortizzatori sociali adeguati, molti si ritrovano sempre più ai margini della società. Società che non è più nemmeno in grado di garantire loro alloggi quantitativamente e qualitativamente adeguati.
«Chi frequenta il Sam – spiega Rita Giuso, assistente sociale, una delle colonne del Sam –, vive, normalmente, al di fuori della cosiddetta “normalità”, in uno stato di privazione assoluta, senza legami affettivi e, per questo, scarsamente capace di instaurare validi rapporti con gli altri. Nella maggioranza dei casi si tratta di persone che presentano multiproblematicità (alla mancanza di mezzi economici, di lavoro e di alloggio sono sempre correlate altre situazioni di disagio, quali la carcerazione, la dipendenza da droga e alcol, la malattia o la sofferenza psichica), progressività (la storia di queste persone è un cumulo di eventi negativi e la tendenza è quasi sempre verso la cronicità) e difficoltà di accesso, se non esclusione dai servizi (per la caratteristiche proprie delle persone, per la rigidità delle procedure di accesso e per la mancanza di residenza anagrafica)».
E proprio alla residenza anagrafica – per lo stato chi perde la residenza o subisce il blocco anagrafico di fatto non esiste più e, quindi, non può in alcun modo far valere i propri diritti – è legata una delle più belle vittorie del Sam. Nel 1996, infatti, la Caritas, con l’appoggio di altre realtà che si occupano di emarginazione grave, ha ottenuto che alcuni centri di ascolto e di accoglienza possano concedere la residenza anagrafica ai senza fissa dimora. Questo ha permesso agli interessati di tornare a essere cittadini a tutti gli effetti e di poter quindi fruire di sussidi, di pensioni di invalidità, di assistenza sanitaria e di poter accedere ai bandi per l’assegnazione di alloggi popolari.
«Poter contare sulla residenza anagrafica nel comune di Milano non significa abitare in una casa del comune di Milano, ma vivere abitualmente nel territorio comunale. Può essere anche sotto un ponte o in una baracca. Questo significa che il diritto alla residenza è un diritto che prescinde dall’avere effettivamente una casa, e quindi riguarda anche i senzatetto – ha spiegato al convegno per i 20 anni del Sam Paolo Morozzo della Rocca, professore di diritto privato all’Università di Urbino –. Ma, mentre il regolamento anagrafico riconosce questo diritto, spesso però ci sono gravi problemi nel concederla concretamente. Come si può dimostrare che un senzatetto effettivamente vive nel territorio cittadino? Spesso si ricorre alla testimonianza degli abitanti della zona, o del barista da cui il senzatetto ogni tanto passa a prendere il caffé…». Avere la residenza però è fondamentale per avere accesso ad altri diritti, come l’assistenza sanitaria, i diritti sociali e politici. «È per questo – ha concluso Morozzo della Rocca – che il diritto alla residenza può essere considerato in tutto e per tutto un diritto a vivere».
Quello che sta diminuendo, nelle società moderne, è la “capacità di evitare i danni”, cioè di evitare che le fasce più deboli della popolazione vengano travolte dai cambiamenti sociali ed economici. «Questo sta succedendo anche a Milano», ha sostenuto Costanzo Ranci, docente di sociologia economica al Politecnico, individuando alcune questioni problematiche. «Innanzitutto una maggior equità, e Milano non è messa bene». Da dieci anni si sta infatti verificando una polarizzazione economica, evidente soprattutto nella compressione dei consumi: i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. «Il problema è che nella nostra città non esistono sistemi di reddito minimo, non c’è un livello minimo di protezione e di stato sociale, come invece accade nelle altre città europee». La crisi della famiglia tradizionale e la diffusione del lavoro precario minano poi quella stabilità, che è «il secondo elemento di salvezza in una società moderna. Esiste un numero sempre più elevato di persone che non vivono più le relazioni familiari in casa. È il caso di molti anziani, spesso donne, soli». Manca così una capacità di autoprotezione, che finora era stata assicurata dalle famiglie. «Dagli anni ’90 si è diffusa la famiglia a doppio reddito, e se da una parte è positivo che sia aumentato il tasso di lavoro femminile, dall’altra viene a mancare una funzione di cura che è sempre spettata alla donna. È l’insieme di questi fattori che porta a una fragilizzazione della società milanese, e il rischio è che un numero sempre maggiore di cittadini si trovino un giorno davanti alle porte del Sam.
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