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Parlare di povertà
evoca spesso scenari lontani, i paesi del Terzo Mondo, laddove fame,
guerre, regimi, ingiustizie sociali e quant'altro, mietono migliaia
di vittime. Parlare di povertà in un paese sviluppato come il nostro,
nelle nostre città dove il benessere si vede e talora si ostenta,
sembra un vocabolo esagerato, fuori luogo, parola che aveva senso
usare magari nel dopoguerra ma di sicuro non oggi. E se proprio
dobbiamo usarla, facciamo riferimento a qualcosa di residuale, non
certo per indicare l'immagine della nostra società. Già perchè tutto,
comunque, si misura in percentuali, anche i problemi; quanto più
un problema riguarda una percentuale bassa rispetto al totale, tanto
più diventa secondario, insomma un problema di pochi.
Torniamo alla povertù, quella di "casa nostra": è un problema così
grave?
Cominciamo a dare un volto al problema e partiamo, come spesso si
fa, dai "luoghi comuni". Chi sono i poveri? La povertà che abita
soprattutto le nostre città ha il volto dei barboni, dei mendicanti,
dei clochard, dei nomadi, degli immigrati, di chi non sente di appartenere
ad un sistema sociale e se ne tira fuori, anche fisicamente "scegliendo"
le stelle come tetto. Insomma la povertà come "scelta di vita";
che dire, ognuno si assuma le proprie responsabilità. Ma come si
anticipava siamo nel campo dei luoghi comuni; chi quotidianamente
incontra il variegato mondo dei senza dimora e dei senza tetto (a
Milano sono circa 5000 dei quali 2500 italiani - fonte Caritas Ambrosiana)
sa bene quanto tutto ciò non corrisponda al vero: tante le ragioni
per le quali si finisce "fuori", tante ma non la "libera" scelta.
Allarghiamo un po' la visuale e scopriamo che per essere poveri
non bisogna necessariamente trovarsi in mezzo ad una strada. Ed
ecco tornare in gioco le cifre, le percentuali frutto di ricerche
che indagano tra le pieghe della società usando la lente economica
o quella sociale; e così si scopre che un certo numero di persone
(almeno 83.000 a Milano - fonte Università Milano Bicocca) si possono
definire "con scarse o pressoché nulle disponibilità di risorse".
Sicuramente, come dire, "non se la passano bene!". Allora è più
opportuno usare altre definizioni, meglio adatte a descrivere quel
senso di insicurezza e instabilità che rende sempre più sfumati
i confini tra chi e sopra o sotto certe soglie, tra chi è incluso
e chi è escluso dalla societa`; parole come vulnerabilità, precarietà,
"nuove povertà"? Sì perchè non è solo una questione di soldi a definire
i confini. Si scopre una zona grigia sempre più ampia dove povertà
è anche fragilità di relazioni, precarietà lavorativa, insicurezza
sociale, malattia inadeguatezza ad un sistema dominato dalla competitività
e dalla produttività, ...
I parametri, le soglie, le cifre, i sondaggi fanno sempre più fatica
a tracciare il disegno. E così si scopre che gli squilibri sociali
si acutizzano, una fascia di ricchi che diventano sempre più ricchi
e di poveri che diventano sempre più poveri, (da più di un decennio
Milano sperimenta una crescente disuguaglianza sociale ed economica
- fonte Politecnico di Milano). Inoltre si allarga una "terra di
mezzo" dove si rischia sempre più spesso di trovare persone non
ancora classificabili come povere, ma indubbiamente in uno stato
di insicurezza e vulnerabilità crescente.
In un territorio come il nostro sono ancora più accentuate le contraddizioni;
la Lombardia è una regione ricca inserita in un contesto economico
e geografico tra i più ricchi d'Europa ma presenta, soprattutto
nell'area metropolitana milanese, un alto numero di persone anziane
e fra queste pensionati al minimo che già alla terza settimana del
mese ha speso la pensione per mangiare, curarsi e pagare le bollette
(fonte Sindacato Pensionati). Sempre nel nostro territorio sono
presenti famiglie monoparentali, quasi sempre costituite da donne
e i loro figli, che si sono "riformate" a seguito di separazioni
e divorzi. La povertà in queste situazioni non è soltanto economica,
si vive infatti il senso di fallimento per un progetto che è naufragato.
L'aumento poi dei contratti di lavoro a termine nelle sue varie
forme rappresenta soprattutto per i giovani, l'impossibilità di
progettare un futuro, poiché l'incertezza, la fragilità della condizione
reddituale spesso costringe ad appoggiarsi alla famiglia, se c'è,
che continua ad essere il primo sistema di welfare.
A questo si aggiunge l'emergenza over 40 o 50: un numero crescente
di lavoratori espulsi dalla crisi industriale che sono troppo giovani
per la pensione e troppo vecchi per iniziare un nuovo lavoro. E
quando il lavoro c'è in moltissimi casi non è sufficiente per coprire
i costi abitativi di una realtà come la nostra dove un bilocale
costa 700/800 euro. Come è possibile non essere poveri anche in
presenza di una retribuzione che mediamente si aggira sui 1000 euro.
Infine le persone più fragili in assoluto i disabili, i giovani
che arrivano da esperienze di dipendenze e/o detenzione, quelli
con problemi psichici, per i quali la collettività non si fa carico
seriamente attraverso percorsi di autonomia abitativa e lavorativa.
Senza dimenticare che spesso i servizi a loro rivolti rischiano
di saltare per l'indisponibilità economica degli Enti Locali.
Di fronte a questo scenario si scopre allora che la povertà non
è concetto spaziale e temporale da noi poi così remoto. Si scopre
una povertà che abita le nostre città, il nostro quartiere, il nostro
condominio, una povertà che ha un volto meno riconoscibile rispetto
a certi cliché e forse proprio per questo ancor piu` insidiosa in
quanto invisibile. La povertà non più solo come condizione economica
oggettivamente misurabile, ma come senso di insicurezza, di instabilità.
E' come camminare su una fune, in equilibrio precario, con il timore
di cadere e l'ancor più dolorosa paura di non trovare nulla e nessuno
ad attutire il colpo. Anzi un senso di inadeguatezza e persino di
vergogna che isola, emargina, ti fa sentire un peso. "Poveri equilibristi",
vite spese in uno sforzo costante per non precipitare, vite "sopravvissute",
vite dove c'è spazio solo per l'essenziale, per quello che permette
di tirare a fine mese. Il resto è"un di più" destinato solo a chi
"se lo può permettere".
A fronte di ciò l'equazione povero uguale "chi non ha" risulta quantomeno
inadatta. Povertà è anche e, forse soprattutto, esclusione da un
sistema sociale dove si vedono calpestati diritti di cittadinanza
(previdenza, assistenza, sanità, istruzione) che dovrebbero essere
irrinunciabili e strenuamente difesi, dove l'accessibilità agli
stessi è talora resa impossibile, vite sospese tra diritti negati
e reti di sostegno troppo spesso sfilacciate, dalle maglie sempre
più larghe, frutto di mutamenti sociali che spezzettano la coesione
delle comunità, ma anche di scelte politiche che intaccano e minano
lo stato sociale.
Decisioni politiche dunque che si giocano anche sul terreno della
responsabilità morale ed etica laddove le scelte si intrecciano
con i poteri forti che dettano legge, che costruiscono sistemi sociali
sempre più dominati dal profitto, dalla competitività. Sistemi sempre
più esclusivi dove non c'è spazio per tutti. Non possiamo prescindere
dal chiamare in causa innanzitutto le responsabilità politiche delle
istituzioni che, a tutti i livelli, spesso leggono la sussidiarietà
come delega agli "specialisti del bisogno", trasformando il loro
dovere di occuparsene in dovere morale di altri.
Ma non commettiamo il solito errore di pensare la responsabilità
politica come questione che interroga solo i politici e le istituzioni.
Tutti siamo responsabili della societa` che costruiamo o distruggiamo.
Sono anche le scelte di vita di ciascuno a creare più o meno giustizia
o ingiustizia sociale, terreno su cui le scelte della politica,
della finanza, dell'economia possono o meno incidere, possono o
meno indirizzarsi verso la giustizia sociale, la coesione, la moralità,
oppure verso il profitto che non guarda in faccia a nessuno, l'individualismo,
l'immoralità e l'ingiustizia. La responsabilità individuale, in
un contesto sociale che chiede relazioni, attenzione, sostegno di
chi è in difficoltà, significa assumersi l'impegno di non lasciare
le cose come stanno, di non aderire solo formalmente a grandi slogan
che invitano a sconfiggere la povertà: "basta poco, basta un sms
al modico costo di un euro!"
ACLI - Milano
(www.aclimilano.it)
Associazione Amici di Gastone
Associazione Amici di Scarp de' Tenis
Associazione "Cena dell'Amicizia"
(www.cenadellamicizia.it)
Associazione Effatà - Apriti
(www.associazioni.milano.it/effata)
Associazione Fides - Casa degli Amici
Associazione Il Laboratorio
(www.associazionelaboratorio.it)
Associaz. Ronda della Carità e della Solidarietà (www.associazioni.milano.it/rondacarita)
Associazione San Benedetto
Associazione San Marco
Caritas Ambrosiana (servizi SAM, SAI, SILOE)
CAST
Centro Sant'Antonio
(www.fratiminori.it)
CGIL - Milano
(www.cgil.milano.it)
CISL - Milano
(www.cislmilano.it)
Comunità Progetto
(www.comunitaprogetto.org)
Fondazione Casa della Carità - "Angelo Abriani" (www.casadellacarita.org)
Fondazione Fratelli San Francesco
(www.fratellisanfrancesco.it)
Opera Cardinal Ferrari
(www.operacardinalferrari.it)
Opera San Francesco per i Poveri
(www.operasanfrancesco.it)
Scarp de' Tenis
(www.scarpdetenis.it)
Suore Francescane Missionarie di Maria
UIL - Milano
(www.uil.it/uil_lombardia)
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