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Due occhi chiari quasi da specchiarvisi, in un viso scavato da fatiche
e sofferenze lontane ma ancora vive: la madre di Julian (Alex) mi
accoglie nella sua casa e non vuole che, come consuetudine, mi levi
le scarpe per entrare: sono un ospite tanto atteso.
Accanto a lei gli altri figli, le nuore.
Ascolta il racconto degli ultimi giorni del figlio con una dignità che si incrina
solo nel momento in cui chiede se Julian si ricordava di loro.
Certo, "in mi este dor de familia” ("ho nostalgia della famiglia") mi aveva
sussurrato
Julian dopo che avevamo pregato insieme e mi aveva mostrato le piccole icone di
Gesù e Maria che custodiva nel portafoglio, unico oggetto che, tra le sue cose,
sembrava lo riportasse alla sua infanzia, alla sua giovinezza.
Mentre tornavo da Alexeni a Bucarest un forte temporale spazzava la campagna rumena
e non riuscivo a dimenticare il singhiozzo soffocato che, alla mia uscita dalla casa,
era esploso inarrestabile da quel cuore di madre.
A volte e’ difficile capire se si e’ annunciatori di sciagura o di speranza: valeva
la pena dare a quella donna la certezza che il figlio era morto? Forse non era
meglio lasciare in lei la speranza che il figlio fosse da qualche parte a costruirsi
un futuro migliore?
Quand’ero ragazzo, nonostante il vento innovatore del Concilio Vaticano II, ancora
convinti che la Fede fosse principalmente un sapere, il catechismo cattolico me
l’avevano fatto studiare a memoria e vi era tra le tante cose che bisognava
sapere, l’elenco delle opere di misericordia, fra queste un "seppellire i
morti”
che non intendevo.
Norma sanitaria o guida alle consuetudini civili di una
comunita’?
No, forse quell’invito era la risposta alle mie domande, era proprio ciò che
insieme come Hospice abbiamo fatto: non permettere che una persona fosse
seppellita
senza nome, senza una lacrima di madre o sorella che invocasse dal cielo il perdono
per le colpe e la pace di un mondo nuovo.
Devo dire grazie a tutti voi, anche a nome della famiglia incontrata ieri, per aver
tentato, in ogni modo, di ridare una storia e un nome al giovane che e’ stato
affidato alle nostre cure.
Don Carlo da Bucarest
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