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Fuori da ogni aspettativa



Finalmente il giorno della partenza tanto attesa, agognata, sognata con viva intensità.

17 Luglio 2004 ore 9:00 – Aeroporto Orio al Serio (BG)
Scesa dalla navetta cerco con meticolosa attenzione quelle che sarebbero state le mie compagne di viaggio. Impossibile sbagliarsi: tra tanta gente in attesa di partire i nostri occhi sono colmi di una luce diversa.

Le ho trovate. Siamo cinque ragazze che fino a pochi minuti prima non avrebbero immaginato di condividere un’esperienza tanto importante. Le presentazioni sono veloci, i saluti doverosi, l’aria è invasa dall’entusiasmo, un unico desiderio: essere già lì.

Ancora in Italia ho cercato informazioni sulla Romania riguardo ogni aspetto; l’aereo sta per atterrare a Bacau e sono convinta che grazie a quello che ho appreso per vie terze ben poco potrà stupirmi.
Niente di più errato.
I quindici giorni trascorsi nel Cantiere di Roman hanno avuto la capacità di proiettarmi in un mondo fuori da ogni aspettativa e, purtroppo, in alcune circostanze, fuori da ogni criterio di ragionevolezza.

6 Agosto 2004 – Italia
E’ da circa una settimana che siamo tornate a casa e solo ora sono riuscita, anche se non pienamente, a “metabolizzare” questa esperienza che ricorderò con affetto sincero e tanta malinconia.

Le immagini di quei posti sono perfettamente nitide nella mia mente: strade polverose percorse da vecchie auto e modesti carri trainati da cavalli troppo magri, fatiscenti palazzi, bazar dalle ridottissime dimensioni scorcio di un paese economicamente colpito da una dittatura crudele, che non ha risparmiato nessuno.

Non tutto, però, è perduto: tra la gente rassegnata ed assuefatta ad un sistema di vita improprio, che per lungo tempo è stato loro imposto, c’è chi è pronto ad affrontare il cambiamento. Sono ragazzi come noi, sono i volontari rumeni che ci hanno affiancato e voglio sperare sia solo una piccolissima parte di cittadini che non crede si possa risalire.

Ho apprezzato il loro impegno, la determinazione e la comprensione anche quando noi, ospiti in un paese notevolmente diverso dall’Italia, ci ostinavamo a non comprendere quella che per loro è la quotidianità.

Sfogliando ora gli album delle foto ritrovo i volti di Cristina, Ana, Adriana, e mi riprometto di non perdere l’occasione di mantenere i contatti e sentirle periodicamente, come sta avvenendo con quelle che sono diventate da compagne di gruppo italiane le mie amiche.

Su quelle stampe fotografiche, però, a catturare l’attenzione non sono i nostri visi “simpaticamente stravolti”, ma occhietti vivaci e sorrisi disarmanti. Sono i bambini della Scuola Speciale, quelli che affettuosamente definivamo i NOSTRI bambini. Mi hanno colmato il cuore di gioia, mi hanno lasciata innumerevoli volte senza parole, hanno stravolto i miei pensieri. Sento di aver donato loro ben poco rispetto a quanto ho ricevuto. Eppure i loro sorrisi, le carezze e i baci servivano a comunicarmi quanto importante fosse il solo rivolgere la mia attenzione ad un loro gesto, sempre ignorato da chi gli è vicino da anni.

Mi emoziona pensare ai momenti trascorsi e cresce in me la voglia di tornare. So bene che sarà impossibile rivederli e ne ero cosciente anche quell’ultimo venerdì mattina, quando ho rivolto loro un frettoloso saluto per correre via e abbandonarmi alla tristezza, lontano da quegli occhi felici per piccoli doni ricevuti. Custodisco nel cuore ogni singolo visino e non trascorre istante in cui non auguri a quei “monelli speciali”, a cui è stato calpestato il passato, un futuro che li riscatti dalla crudeltà di chi li circonda, carnefice delle loro dignità.

Non esiste tolleranza per diversità culturale che regga: il diritto alla vita è inviolabile e quei bambini ne sono titolari più di chiunque altro. Un affettuoso saluto.

Francesca

Roman 17- 31 Luglio 2004

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