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...appena sbarcati dal traghetto, un Paese povero e tristemente arretrato.

Le strade piene di buche, i carretti trainati da asini o cavalli; le macchine, ormai modelli da noi superati, sono polverose (nonostante ogni angolo sia popolato da auto-lavaggi), ed a volte visibilmente trascurate, ammaccate o troppo rumorose.
È stridente il confronto con le vetture provenienti dall’estero, per lo più italiane, che si riconoscono a prima vista: nuove o quasi, silenziose, spesso ultimi modelli di berline costose.

È evidente, anche se già intuibile da molto prima, almeno dall’imbarco al porto di Bari, che il periodo estivo è anche per l’Albania sinonimo di ritorno a casa, “ritorno al paesello d’origine”, ricongiungimento con le famiglie, i fratelli, i nonni e a volte mogli e figli. Un po’ come accade da noi tra il nord e il sud del paese, soprattutto se si ricordano gli esodi dei nostri emigranti immortalati nei film degli anni ’60 e ’70, dove si tornava a casa ostentando un lusso a volte fittizio, tanto per tranquillizzare i parenti o gloriarsi del proprio successo con amici e vicini di casa.

Già, la prima impressione è davvero, come d’altra parte anche per altri Paesi dell’est, di una società povera, arretrata (per mezzi e cultura), in qualche modo schiacciata dal suo passato più prossimo, da quella dittatura, quel condizionamento, quel blocco totale nei confronti di ciò che era fuori dei confini e spesso anche nei confronti di ciò che nasceva e voleva crescere all’interno del paese, che ha trasformato un popolo già storicamente passato tra condizionamenti e conquiste da fronti differenti, da culture diverse che hanno lasciato ognuna la propria impronta, in un surrogato di sé stesso.

La fierezza, l’orgoglio delle origini è negli albanesi, anche se non si può e non si deve “fare di ogni erba un fascio”, un’idea lontana che si adombra di fronte alle necessità e alle incombenze quotidiane e li spinge a fuggire all’estero (in ogni modo, anche se non legale), per trovare un lavoro, un po’ di fortuna, un po’ di tranquillità.

È inevitabile anche per noi, che abbiamo passato lì solo 15 giorni, capire che l’evidente mancanza di tutto ciò che è primario (dal lavoro, alla scuola, alle infrastrutture, per non parlare della sanità che è pubblica solo come concetto astratto, e ti costringe a pagare qualunque intervento di tipo medico o farmacologico) , spinga le persone a scappare da quel poco che hanno, anche se spesso è duro e faticoso e richiede molto tempo integrarsi in paesi stranieri che vedono l’albanese solo come uno slavo sporco e cattivo.

Tuttavia, anche nel nostro piccolo, abbiamo incontrato giovani che non vogliono arrendersi, che studiano, lavorano e lottano per costruire un Paese che tolga dal cassetto i propri sogni e le proprie capacità e le metta a disposizione dei cittadini per ricostruire un tessuto sociale che in nessun caso e per nessuna ragione dovrebbe essere negato.

Sicuramente il lavoro da fare è molto lungo, e solo investendo energie a lungo termine, nell’educazione dei piccoli, nella prevenzione alla criminalità e all’ emigrazione clandestina, nella riscoperta di un’identità sociale propria di ogni persona, si potranno forse avere tra qualche generazione i primi risultati.

Il passaggio di gruppi di volontari legati ad associazioni umanitarie, religiose o civili, è un modo per testimoniare agli albanesi che il loro popolo, la loro storia e la loro situazione attuale, è presente nell'attenzione internazionale. Probabilmente è uno dei modi più concreti per aiutarli a ricominciare a credere nel futuro da ricostruire a casa loro, per loro stessi e le generazioni che verranno.

Non va comunque dimenticato che sta a loro crescere, nessuno può in nessun modo pensare di imporre un modello di società “moderna” come è intesa nell’occidente d’Europa, lo sbando sarebbe inevitabile, e d’altra parte l’esodo di disperati dei primi anni ’90, ci dimostra l’inutilità di operazioni del genere.

Certo, solo 15 giorni sono pochi, soprattutto in paesini come Reps, dove noi abbiamo lavorato e dove il nostro passaggio è stato davvero una ventata d’aria fresca, un piacevole diversivo, uno scambio di valori e convinzioni che può lasciare un piccolo segno.
O, almeno, questo è l’auspicio: aver lasciato qualcosa, aver creato dei legami che in qualche modo continueranno nel tempo, anche se solo tra i ricordi; o in tempi e modi diversi, tanto diversi e unici quanto lo è ognuno di noi e ognuno dei ragazzi che abbiamo conosciuto.

Ma torniamo a Reps, la nostra casa, che per pochi ma intensi giorni ci ha visto operativi e abili nel creare giochi, bans, improvvisate squadre di pallavolo o caccia al tesoro e incredibili vincitori di tornei di “Uantigadissifflores”, il gioco nazionale che tutti i bambini si mettevano a fare nei nostri secondi di buio, quando non bastava uno sguardo o un cenno veloce di intesa per cominciare il gioco successivo a quello appena terminato.
E già, perché i nostri, per quanto piccoli e spesso maldestri, non ne avevano mai abbastanza di giochi e proposte, così quando noi ci perdevamo un po’ via, o ci fermavamo per distribuire un po’ di acqua agli assetati, loro non perdevano tempo e ci incalzavano con le proposte per loro più immediate: nascondino (apadolapa), pallavolo, o anche qualunque altro tipo di gioco che comprendesse un pallone.
Reps, dunque. Piccolo borgo di montagna nella Mirdita, regione a nord dell’Albania; pochi abitanti, palazzi e case all’apparenza fatiscenti ma dignitosamente accuditi dalle donne del posto.
Reps, paesaggio spoglio, tra verde e rocce, tra prati dove pascolano piccoli greggi di pecore, capre e mucche; maialini e polli che appaiono dai cortili dietro i palazzi; ciuchini “parcheggiati” fuori dei cancelli e qualche cagnolino che a volte compare sulla piazza, come a testimoniare la normalità rispetto tutti gli altri paesi del mondo.
Reps, dove le famiglie emigrano in città o all’estero in cerca di lavoro o per studiare, e chi non può farlo, spesso vive grazie ai contributi economici mandati a casa dai figli o parenti che ce l’hanno fatta.
Reps, dove l’unica strada è una striscia d’asfalto che collega il paesino alla strada provinciale che si snoda tra le parrocchie della zona.
Reps, dove le infrastrutture sono inesistenti, la scuola è solo una per tutte le classi e gli studenti frequentano le lezioni a rotazione.
Reps, dove l’ospedale è almeno ad un’ora di distanza, ovviamente se hai un’auto e se è estate e c’è bel tempo, altrimenti la strada diventa un percorso fangoso e pieno di buche, spesso a strapiombo sui dirupi, e un carretto è troppo poco per arrivarci, almeno se si spera di non peggiorare la situazione clinica del malato alla partenza da casa.

Lì la comunità è abbastanza individualista (sto bene io, stan bene tutti), un po’ per le condizioni di vita che la montagna offre e un po’ per la mentalità ristretta delle persone.
L’impronta della società è marcatamente sessista, come d’altra parte lo era da noi ai tempi dei nostri nonni. E se quindi all’uomo, adulto o ragazzo, è permesso uscire e frequentare il bar, gli amici, la piazza, alla donna è consentito uscire solo se accompagnata e in ogni caso dopo aver ottenuto i permessi da padre, fratelli o marito. È comunque la figura femminile, dalla tarda infanzia in poi, ad occuparsi della casa e della famiglia, spesso anche degli animali da cortile e dell’orto che la famiglia coltiva.
L’individualismo è evidente anche nei confronti dei bimbi più piccoli, molte volte lasciati a sé stessi e ignorati dai ragazzi più grandi , i quali spesso ci rimproveravano di dare loro troppa attenzione.

Il nostro gruppo, infatti, considerando le possibilità reali trovate sul territorio, ha svolto prettamente attività di animazione con i bambini, all’incirca una quarantina di piccoli tra i due e i 12 anni, quasi sempre tutti presenti.

Andare incontro alle loro esigenze, in termini di tempo e attenzioni, non ci ha comunque impedito di conoscere la realtà dei ragazzi più grandi, con i quali ci sono stati momenti di incontro e confronto.
Molti di loro, col passare dei giorni, hanno capito almeno in parte la nostra scelta e in alcuni momenti hanno accettato di mettersi in gioco dandoci una mano e giocando con noi e per noi.

Le giornate erano scandite dai luoghi di ombra: sembra paradossale, visto che eravamo in montagna, ma i due campetti ai lati della Chiesa erano gli unici luoghi che per alcune ore al giorno offrivano un riparo dal sole limpido e ustionante di agosto. Questo ha un po’ costretto la convivenza tra grandi e piccoli, almeno in parte, e ci ha aiutato nell’impresa di essere d’esempio nel costruire possibilità di svago per i bambini.

Il confronto con i ragazzi più grandi, dai 14 anni in su, ci ha aiutato a comprendere un po’ molti dei loro atteggiamenti. È emerso, infatti, che è molto sentita la mancanza di una persona di riferimento: il sacerdote, don Giovanni, passa solo per celebrare l’Eucaristia, il sabato pomeriggio, mentre la sua presenza potrebbe essere utile per loro, che avrebbero così qualcuno che li ascolta, li guida e li aiuta; nonché un luogo in cui ritrovarsi insieme per socializzare e crescere che sia diverso e neutrale rispetto alle mura domestiche, comunque limitanti e poco spaziose. Uno spazio che gioverebbe anche alla comunità degli adulti, che forse imparerebbe a socializzare ed uscire dal proprio piccolo mondo.

Le cose sono in evoluzione per quanto riguarda quest’aspetto: da un anno è presente una missionaria triestina, Frida. Da quando è arrivata, nonostante le inevitabili difficoltà, sta imparando a conoscere il territorio in tutti i suoi aspetti, dalla lingua alla gente con le sue abitudini e usanze; dalla conoscenza dei ragazzi alla conoscenza delle loro famiglie, con le ricchezze e le problematicità connesse.
Al momento si occupa della catechesi e di conoscere meglio i ragazzi. Quest’anno cinque di loro hanno ricevuto il battesimo (evento che non succedeva da prima della dittatura, visto che le uniche persone adulte battezzate sono molto anziane) ma è evidente che molto lavoro è ancora da fare. Ma questo è solo un inizio.

Don Giovanni ci spiegava che è in progetto una specie di incontro di Frida con tutte le famiglie di Reps per monitorare l’effettiva situazione locale. Questo potrebbe essere utile anche per riprogettare i Cantieri per il prossimo anno, così che si arrivi sul posto più preparati e operativi.

È innegabile, infatti, che l’animazione sia stata una cosa buona, ma col senno di poi abbiamo intuito che molte altre cose, come ad esempio laboratori manuali, corsi di italiano, “lezioni” di teatro, canto o danza, avrebbero potuto funzionare e forse avrebbero trovato un’utilità maggiore in prospettive più a lungo termine.

Sara

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