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Non mi sembra vero. E' già passato un mese dal viaggio in Africa eppure tutto è
così vicino, guardo le foto... quei volti... quei paesaggi... ascolto la loro musica...
e in ogni istante chiudendo gli occhi mi sembra di rivivere quelle sensazioni
e quel vissuto nell'immediato: c'è chi lo chiama mal d'Africa, chi nostalgia.
Io lo chiamo "il respiro della speranza, il profumo di Dio".
Tutto è iniziato durante il laboratorio di pastorale giovanile di "Missionarietà
e Intercultura" e soprattutto quando alla fine del percorso, trovandomi a scegliere
una meta, mi sono subito innamorata di uno dei "Cantieri della Solidarietà" proposto
da Caritas Ambrosiana in collaborazione con Caritas di Udine.
La prima cosa che noto nel dirigerci verso il parcheggio del grande aeroporto è
sicuramente l'accoglienza della pioggia che ci da il benvenuto insieme a una
moltitudine di ragazzi che ci vengono incontro cercando di portarci valige, pesi
e qualsiasi cosa abbiamo in mano.
E' tardissimo, c'è solo il buio intorno a noi,
la temperatura è quasi autunnale; ma non c'è da sorprendersi: siamo capitati
nel pieno della stagione delle piogge e Addis Abeba si trova su un altipiano alto
circa 2500 metri.
Durante la grande festa di benvenuto, ci accolgono i membri delle nostre
"famiglie
adottive" che si prenderanno cura di noi durante la nostra
permanenza nella capitale. Ma è solo l'inizio di quella splendida e sconvolgente
ospitalità etiope: ci portano a casa e ci danno davvero tutto, chi si priva del
proprio letto, della propria stanza, chi del proprio posto a tavola; ci trattano
da veri figli, fratelli e sorelle e sembra davvero di essere a casa!
Una sensazione bellissima: l'abbandono all'ospitalità.
Tra le strade della città, la povertà è senza dubbio qualcosa che non passa
inosservata. E' una povertà che ti viene quasi vomitata addosso, che non è nascosta
o tenuta da parte. Non ci sono zone più povere di altre; tutto è mischiato e
tutto convive insieme, è la povertà di chi davvero non ha niente, dove i "barboni"
seminati per strada come pesi morti non hanno neanche cartoni o pezze di stoffe
su cui dormire, il cui viso e l'intero corpo è un tutt'uno con la terra o
meglio con il fango, il fango che in questo periodo regna sovrano ovunque in tutto
il paese!
Il giorno prima della partenza verso i due diversi campi, facciamo visita al centro
di Madre Teresa, una tappa quasi d'obbligo per tutti, ma soprattutto per quelli del
mio campo (Debre Markos) dove ci saremmo trovati ad operare in pochi giorni in una
missione gestita dalle Suore Missionarie della Carità, sicuramente l'esperienza
più forte e dolorosa delle tre settimane. Non ho mai visto così tanta sofferenza
e miseria allo stesso tempo; un dolore che pervade l'anima, pungente, profondo.
Attraversiamo il cancellone azzurro, passiamo dal reparto maschile a quello
femminile,
dai malati di tifo, tubercolosi, Aids e per gradi aumentando sempre più fino ad
arrivare a quello dei bambini, orfani, sieropositivi, ...
C'è un grande silenzio
tra noi, non esiste parola che possa esprimere ciò che proviamo dentro, solo
sguardi sfuggevoli che si incontrano per chiedere conforto. Dopo i neonati
passiamo a visitare i bambini handicappati: camminiamo
tra i piccoli bimbi seduti per terra quasi a slalom per dirigerci verso un'altra
stanza. Quelli più gravi sono persino sdraiati per terra perché mancano le sedie a
rotelle. Altri arrancano e si trascinano con la forza delle braccia, con
le mani cercano di afferrarci: non cercano aiuto, vogliono solo richiamare
l'attenzione, giocare, avere un contatto.
Ma c'è paura tra noi, la paura
del sentirsi inadeguati, la paura della malattia, del diverso.
Eccoci
sulla soglia della stanza … da dentro un battito di mani sempre più forte ci
accoglie, sempre, sempre più forte. Sono i bambini più grandi seduti in
cerchio: chi spastico, chi ritardato, chi sporco, chi sbausciante
ci
accolgono con un semplice canto di gioia e lì davvero non ci sono
difese.
Ti senti piccolo piccolo, ti guardi dentro, li osservi uno per
uno: sono loro che accolgono noi, sono loro a darci coraggio. Sono
disarmata davanti a tanto amore e le lacrime e la commozione non hanno
più freno tra noi.
Addormentarsi quella sera è stata la cosa più faticosa. Sembrava di avere in testa
un televisore dove senza pubblicità continuavano ad alternarsi sempre e solo quelle
immagini di sofferenza, quel canto, il sorriso di chi sta male, la profondità
degli sguardi di chi senza parole è arrivato dritto al cuore, le mani
dell'accoglienza.
Bisogna farsi coraggio. Ci attendono altre due settimane di lavoro, di condivisione e
di impegno.
E' con questo spirito che dopo circa dieci ore di viaggio facciamo la nostra prima
tappa presso le suore comboniane di Mandura (un piccolo paesino che dista
200 km
dal Sudan e 200 km a nord dal nostro campo di Debre Markos). Anche qui l'accoglienza
dei Gumus, la tribù di questo paesino, è davvero grande.
Mangiamo insieme a loro, cucinano per noi, ci insegnano i loro canti in una lingua
del tutto diversa dall'amarico, condividiamo le danze, cerchiamo di far festa insieme
e ci portano a visitare i loro piccoli villaggi. Qui si vive principalmente di ciò
che la terra dà, di pastorizia e di caccia (arco e freccia sono appesi in ogni
capanna). L'acqua è quella della sorgente che donne e bambini con grandi taniche
sulle spalle vanno a prendere ogni mattina; le loro case sono capanne fatte di
fango e paglia, il fuoco è al centro e il bestiame gironzola all'interno.
Sono
poveri?
Lo sono solo per noi! Loro non sanno neanche che potrebbero avere
qualcosa di più. E' la povertà di chi non ha la ricchezza dell'occidente , ma
chi dice che non siano più ricchi di noi? Vivono senza problemi inutili e
soprattutto sono contenti di ciò che hanno e di ciò che sono.
Con queste domande, con i discorsi sull'essenzialità, ascoltando la musica amarica
e affascinati dalle montagne e dal verde del paesaggio che ci circonda siamo in
viaggio verso Debre Markos.
Le suore, i bimbi, i ragazzi della parrocchia, tutti
ci aspettano con ansia.
Eccoci finalmente arrivati nel "compound" (così è chiamato il complesso dove
alloggiamo noi, le suore, il parroco, i bimbi sieropositivi, i malati). Anche
qui l'episodio delle valige si ripete come da copione: tutti ci vogliono
aiutare, ci vengono incontro e già afferrano le nostre mani anche solo per fare
un piccolo tratto di strada insieme... ed è già una festa!
Il gruppo si è affiatato giorno dopo giorno, anche se non
è stato tutto così facile e immediato. Ci siamo subito resi conto che per riuscire
a lavorare bene insieme ciascuno di noi doveva mettere da parte i propri schemi
mentali: dovevamo accogliere l'altro nella sua diversità. Non possiamo negare
che le nostre culture siano diversissime (orari, organizzazione, lingua)
ma quanta ricchezza c'è nell'accogliere e conoscere coloro che sono così
distanti da noi. "Let's share with commitment" (condividiamo con impegno) e
costruiamo un ponte tra noi: è stato questo il nostro motto per due settimane,
a partire dalla messa del mattino, ai turni di lavoro durante il giorno, ai
momenti di preghiera, al dialogo e al confronto grazie anche alla
testimonianza delle suore e del parroco Aba Masa, alla cena e al ritorno
in camerata, ai momenti di conoscenza, di confidenza, di danza e di canto
in italiano, in inglese e in amarico.
La giornata passa velocemente e i ritmi sono molto serrati. Ci dividiamo in gruppetti
a turno: c'è chi aiuta le donne in cucina a tagliare le innumerevoli cipolle ed
erbette (niente carne, siamo capitati nel periodo del digiuno!), chi a lavare a
mano la moltitudine di panni sporchi e lenzuola (ovviamente non ci sono lavatrici
e i pannolini sono quelli di stoffa e non quelli usa e getta); altri aiutano a
pulire dove alloggiano i malati, che è sempre sporchissimo di fango: prendono
forma vere catene di lavoro dove si passano secchi d'acqua dal pozzo al
compound
(persino i bambini vedendoci lavorare si caricano di secchi più pesanti di
loro e ci aiutano).
Mentre si svolgono le pulizie qualcuno di noi dà la colazione e poi fa animazione
coi bambini sieropositivi. Basta davvero poco per farli felici: mano nella mano
facciamo un bel cerchio, si gira ed ecco il "girotondo" … un gioco tanto vecchio
quanto sempre attuale … e poi quante risate al "tutti giù per terra" ... hanno
persino imparato a cantarla e non si stancano mai di farlo e rifarlo. Litigano
per afferrare la nostra mano, le loro sono piccoline, fredde-fredde (non hanno
le scarpe ai piedi e l'umidità del fango raffredda i loro corpicini), stringono
forte e ridono di gusto (...che voglia di abbracciarli ancora!!).
In pochissimo tempo arriva l'ora di pranzo, ci si divide, ma per poco. Alle 14.00
si iniziano le "english lessons" con i ragazzi della parrocchia.
Li suddividiamo in due gruppi e la mia classe è quella dei più grandi, circa 28
studenti tra i 16 e i 26 anni. Hanno tantissima voglia di imparare, sono curiosi
e ti chiedono quando non capiscono.
Ma sapete cosa non hanno? Le penne per
scrivere: per loro quaderni, libri e penne sono un vero tesoro! Le "lezioni"
sono straordinarie, persino la spiritualità e il nostro credo diventano compagni
di insegnamento; nessuno deve nascondere ciò in cui crede e anche io da
insegnante posso esprimermi finalmente in modo libero forse hanno insegnato
più loro a me !!!
Nel frattempo fuori dalla classe si sente un gruppetto di bambini che canta a
squarcia gola "Oh Alele" … eh sì, questo è stato il vero tormentone
dell'estate
2004 a Debre Markos.
Da dentro le loro camere, mentre ci vedevano dirigerci dal
parroco, mentre lavoravamo o attraversavamo il compound ci dicevano "You...You" (
tu...tu) così attiravano la nostra attenzione, così ci chiamavano per invitarci
a giocare e cantare con loro.
Solo in pochi giorni si passa da "you you" ai nostri nomi; che emozione camminare
e sentirmi chiamare, vederli correre incontro a braccia aperte solo per essere
presi in braccio: è così che ogni giorno mi accoglieva il piccolo Gaudaccho
scalzo con un berretto multicolore in testa, con gli occhioni neri e un sorriso
tenerissimo apriva le sue braccia … "sì, ho capito piccolo! Certo che ti abbraccio".
Leggerissimo lo sollevo e lo porto con me.
Le due settimane passano velocemente e stranamente senza specchi ci sembra quasi di
non percepire neanche più il nostro colore e la diversità di pelle; ci sentiamo
uguali a loro.
L'ultimo giorno è ormai arrivato, è quello della festa: grandi
preparativi per gli addobbi, le danze, i canti e le recite. E poi ecco il momento
dei saluti. Quanti baci, quanti abbracci, quanti pianti!
… "Tornerete?"- ci
chiedono.
Alcuni ci accompagnano al pulmino e altri a sorpresa ci aspettano in
fondo alla strada, ci fanno ancora festa... ci rincorrono, agitano le mani e
ci regalano gli ultimi intensi sorrisi.
"Ciao... ciaooooooooooo!!".
Come
dimenticarvi?
Mi mancate tutti! Vi penso ogni giorno e vi porto sempre nel cuore. Mi avete
dato davvero tanto, ho voluto essere quell'ospite povero di cui parlavamo nei
nostri incontri, povero perché senza barriere, povero come una stanza vuota da
riempire e voi avete abitato in me. Non dimenticherò mai la vostra accoglienza,
la vostra gioia nel cantare a messa, la forza che avete dentro, la speranza,
la fratellanza. Il battito delle mani che risuona vivo come il battito del
cuore, la ricchezza della vostra povertà e la scia del profumo di Dio.
Dio vi benedica tutti!!
Simona
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