Settore documentazione
 
Chi siamo
Cosa puoi fare per noi
La nostra attività
Eventi
Caritas e territorio
Centri di ascolto
Osservatorio
Documentazione
Volontariato
Aree di bisogno
Giovani e Servizio Civile
Internazionale
Ufficio Europa
Area per la stampa
Ricerca all'interno del nostro sito
REGISTRATI a www.caritas.it
Hit parade delle pagine più visitate
Un'esperienza di umanità



Quest'anno, come di consueto, la Caritas Ambrosiana ha promosso nel periodo estivo dei campi di lavoro nell'area balcanica (Bulgaria, Ucraina, Romania, Albania, Serbia e Montenegro) con l'intento di promuovere dei progetti internazionali a favore di popolazioni emarginate o colpite da recenti guerre.

Molti giovani, spinti dalle più intime motivazioni, hanno deciso di spendere due settimane del loro tempo alla ricerca delle radici della nostra esistenza.
"...una gran parte della vita ci sfugge nel fare del male, la maggior parte nel non far nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo... e poiché ogni ora del nostro passato appartiene alla morte, dobbiamo dare un giusto valore al tempo, alla giornata, alla vita che ci passa davanti..."
Questo diceva Seneca 2000 anni fa.

Ebbene, partendo da questo "sempre attuale" presupposto, eccomi, insieme ad altri otto compagni di avventura, al binario 19 della Stazione Centrale di Milano pronta per attraversare in treno tutta l'Italia fino a Bari e da lì raggiungere il Montenegro a bordo della Sveti Stefan, la motonave che in "sole" dieci ore attraversa l'Adriatico ed approda nella quasi omonima cittadina portuale di Bar.

Per tutta la durata del campo ci ha ospitato la sede della Caritas montenegrina di Bar, inaugurata nel 1999 ma alla prima esperienza di cooperazione con associazioni di volontariato straniere.
L'obiettivo del nostro campo di lavoro è stato quello di conoscere la situazione sociale locale e di individuare possibili interventi mirati. La necessità primaria si è rivelata subito quella di incontrare le persone del posto, capire i loro bisogni, visitare luoghi chiave simbolo di un popolo tormentato dalle incomprensioni religiose e afflitto dai postumi di una guerra troppo recente per passare inosservata.

Abbiamo quindi vissuto esperienze diverse: abbiamo lavorato con i ragazzi e con gli anziani cattolici soliti frequentare fisicamente la Caritas di Bar, organizzato attività di animazione con bambini musulmani di un campo rom, visitato anziani bisognosi e alcuni disabili nelle loro case.

Tra i nostri obiettivi vi era anche quello di "ispezionare" il territorio alla ricerca di luoghi e persone potenziali beneficiari di futuri interventi di volontariato.
Nell'ambito dei nostri viaggi sulla bellissima costa montenegrina abbiamo visitato luoghi stupendi tra cui la cittadella fortificata Budva, il famoso luogo mondano Sveti Stefan, le isole Gospa e Skrjpela a largo delle "Bocche di Cattaro", poi in Bosnia-Erzegovina la città di Mostar, di cui tutti ricordiamo le terribili sequenze della distruzione dello storico ponte "Stari Most", ed in Croazia l'incantevole Dubrovnic, simbolo di una difficile rinascita post-bellica.

Una volta tornata a casa, lontano fisicamente da tutto ciò che per quindici giorni ha costituito la mia quotidianità, mi sono domandata cosa noi volontari avessimo fatto per i bambini e per gli anziani che abbiamo incontrato; probabilmente abbiamo concretamente modificato poco della loro vita ma è sufficiente ripensare ai bellissimi sorrisi dei bambini o agli abbracci che gratuitamente gli anziani ci hanno regalato per comprendere come anche solo la nostra presenza in quel luogo fosse importante.
Spesso non è risultato nemmeno necessario organizzare chissà quale fantasmagorico pomeriggio di animazione; le nostre attenzioni, le nostre carezze e le nostre quattro parole di serbo-croato si sono rivelate sufficienti per vedere i volti dei bambini illuminarsi di gioia.

Durante questa esperienza ho avuto la fortuna di visitare luoghi e ascoltare persone che hanno vissuto in prima persona l'esperienza terribile di una guerra che si è conclusa nemmeno dieci anni fa.
Camminando per le strade di Mostar, la seconda città della Bosnia più colpita dopo Sarajevo, ho visto volti di ragazzi della mia età che, negli stessi anni in cui io mi godevo a pieno l'adolescenza, venivano bombardati dentro le loro case.
Ho visto muri di case, negozi, palazzi, scuole tempestati di mitragliate e i loro tetti sfondati da cannonate.
Oggi, a distanza di dieci anni la città è ancora divisa in due quartieri, uno abitato principalmente da musulmani e l'altro da cristiani cattolici e ortodossi.
Il fiume Neretva che attraversa la città ha tenuto separati fisicamente questi due gruppi fino a pochi mesi fa quando, grazie a sovvenzioni pervenute anche dall'Italia, è stato ricostruito il ponte che collega le due zone. E' sufficiente però scambiare qualche parola con il proprietario del bazar a fianco del ponte e con un anziano ciclista di origini italiane per comprendere come nonostante simbolicamente e fisicamente i due gruppi si siano riavvicinati, gli attriti purtroppo non si siano ancora attenuati.

Durante le visite agli anziani malati e soli sono entrata in case minuscole, senza bagno e con mura di legno. In queste case, così essenziali e per me quasi surreali, ho incontrato vecchietti che vivono con una pensione media di 60 euro mensili e non possiedono nulla se non l'essenziale per vivere.
Ciò che lascia senza parole è però la loro incredibile generosità: quel poco che hanno lo offrono con grande dignità. Non si vergognano della loro condizione, sono persone orgogliose, con il sorriso sulle labbra, le persone più ospitali che abbia mai incontrato.
Non si respira miseria quando si entra nelle loro stanze, si viene investiti da un forte odore di coperte ammuffite misto a cipolla. Immersi in questo clima così permeato di calore umano, anche se di fronte ad un evidente stato di povertà, è impossibile intristirsi.
Noi volontari sorridevamo sempre e a loro piaceva vedere i nostri sorrisi. Soltanto la nostra presenza fisica nelle loro case li riempiva di gioia.
Entrare anche solo per pochi minuti nella loro vita è stata una esperienza unica e senza che noi chiedessimo nulla ci rendevano partecipi della loro storia. Davanti ad un bicchiere di Fanta (veramente onnipresente) o a un grappino o ad un succo gasato ci mostravano decine di foto di famiglia ingiallite e sorridevano con sorrisi che qui da noi è raro vedere.

In queste occasioni ho avuto il piacere di ascoltare tante storie di vita, storie di guerra e di disagio e ho imparato che, nell'ambito di qualsiasi esperienza di contatto con altre realtà, è essenziale incontrare le persone che fanno ed hanno fatto la storia di un luogo, capire il loro passato, ascoltare momenti di vita; non è sufficiente vedere e lasciare che ciò che si guarda scivoli via senza un senso.

Al di là dei nostri "confini casalinghi" ci sono delle realtà che necessitano di un aiuto concreto, un aiuto che però può essere mirato ed efficace solo se si interviene in modo delicato e senza invadere o alterare degli equilibri già da tempo consolidati.

Durante i pomeriggi in cui organizzavamo delle attività per gli anziani soliti frequentare la sede della Caritas, ho visto vecchiette piangere mentre raccontavano di quanto odio la guerra ha lasciato nei loro cuori e questo mi ha fatto riflettere su quanti danni possano fare il razzismo, il nazionalismo e l'integralismo religioso, disvalori che purtroppo persistono anche tra le nuove generazioni.

Molto significativo è stato l'incontro con la comunità Rom che vive in una zona isolata di Bar, come circondata da mura.
I giovani ed i bambini vivono qui una realtà a sé stante, parallela a quella del resto della città e ben lontana dal trovare un contesto di integrazione.

Ora, tornata alla mia vita di sempre, mi rendo conto che questa esperienza, oltre ad avermi arricchito, mi ha insegnato ad attribuire il giusto peso alle mie apparenti "insormontabili" difficoltà quotidiane. Ho impressi nella mente tanti momenti intensi, tanti volti e tante storie che mi consentono oggi di continuare a riflettere sull'importanza per ciascuno di noi di prendere contatti con un mondo diverso e di lasciarsi coinvolgere interamente dalle persone che lo abitano. Vale la pena riflettere sull'abisso che ancora oggi, nel 2004, ci separa da un popolo che dista fisicamente solo 10 ore di nave dal nostro paese e interrogarsi sulle ragioni di questo divario.

Valentina Carozzi
Cantieri della solidarietà 2004 - Bar (Montenegro)

Carta Equa
Il tuo nome
Il tuo indirizzo email
Indirizzo email del destinatario
Breve messaggio

Politica della privacy
Accetto
Non accetto
Ricerca Personale Privacy Indirizzo Contattaci Copyright Disclaimer F.A.Q.