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A 400 km da Addis Ababa


Il sole accecante mi ferisce gli occhi, cerco disperatamente una piccola macchia d'ombra dove rifugiarmi..... forse, se riesco ad allargare a sufficienza la falda del cappello, posso creare una specie di grosso ombrello sotto il quale nascondermi: comincio a tirare con forza, sempre più disperatamente ma....... Driiiiiin!!!!!

Mi sveglio di soprassalto nella mia stanzetta illuminata a giorno. Guardo l'orologio sul comodino - la lancetta segna le 4 e 15 del mattino. Altro che sole abbagliante del deserto: sono a Dessie, a 400 km. da Addis Ababa, circondata da montagne quasi alpine, pronta a imbarcarmi in un viaggio di 10 ore per tornare nella capitale. Già, è vero: ho lasciato la luce accesa per non rischiare di abbattere la sveglia nel sonno e continuare a dormire (come mi è già capitato). Rabbrividendo dal freddo mi strappo dal tepore delle coperte e mi preparo velocemente. Bisogna essere alla stazione degli autobus prima delle cinque. Come spesso mi capita, mi stupisco di come l'Etiopia sia un paese mattiniero. In queste ore ancora dominate dal buio della notte la gente è già attiva, i minibus caricano persone, c'è chi si allena nel freddo pungente, piccole processioni si avviano al lavoro.

Ma il vero miracolo è la stazione degli autobus: immaginate un mercato del sud Italia in un'ora di punta e sarete vagamente vicini all'idea. Da lontano si sente il vociare rumoroso delle persone e il loro schiamazzo anticipa la folla stipata davanti alle cancellate ancora chiuse. Ci sono i più improbabili e incredibili viaggiatori: valigie, ceste, borsoni, sacchi, animali, di tutto e di più è pronto a essere caricato sugli autobus che sembrano grossi elefanti affaticati. Nell'attesa ragazzini passano cercando di vendere biscotti, fazzoletti e inezie simili. Finalmente le grandi cancellate si spalancano e tutta la folla in attesa si riversa nel grande spazio all'aperto: un vero e proprio caos! Gente che corre a destra e a manca, decine di autobus parcheggiati senza nessuna indicazione sulla direzione, strilloni che - come in un vero e proprio mercato - cercano di vendere il loro aut obus e la sua destinazione.

Io fortunatamente in questa fase non sono sola. L'autista che mi ha accompagnata fin lì si occupa anche di identificare la vettura e mi ci carica su, poi se ne va. Sono le 5 e 10. Mi siedo in un sedile che in un paese normale - non affetto dalla piaga della carestia - sarebbe per due persone. Qua ce ne stipano tre, io poi che sono molto fortunata mi farò metà viaggio in quattro perché il terzo passeggero è una madre con bambino. Poi comincia il balletto dei posti, un interessante gioco di scacchi di cui non sono ancora riuscita ad afferrare le regole. La gente continua a salire e scendere dall'autobus, cambiare di posto, pagare, polemizzare, spostare borse, chiedere informazioni e dare risposte. Il contenuto umano dell'autobus continua a cambiare, per almeno cinquanta minuti, senza che si accenni minimamente a partire.

Poi, finalmente, come obbedendo a un ordine misterioso dall'alto, il motore si accende: siamo pronti, finalmente tutti miracolosamente ai propri posti. Il cielo è rischiarato da una fantastica luce rossastra che fa capolino tra le vette delle verdi montagne del Wollo; la stazione comincia a rientrare nell'ordine e nella tranquillità, svuotandosi almeno un poco; l'autobus sbuffando smog si avvia ballonzolando: è l'alba di un nuovo giorno in Etiopia.

Sara Carcatella
Operatrice Caritas Italiana

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