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Il posto sembra un alveare: un andirivieni costante attorno al polveroso distributore.
Autobus pesanti, stracarichi di esseri umani e di anni, sono fermi a pochi metri di distanza e i passeggeri salgono e scendono per sgranchirsi le gambe, per comprare "occioloni" (buffa nomenclatura retaggio della breve presenza italiana) o le onnipresenti bibite "imperialiste".

Il nostro pick up ? quasi a secco: otto ore di viaggio hanno consumato il pieno fatto ad Addis Abeba.

Anche noi siamo a secco di energie; la strada/pista, il caldo crescente, le tante ore passate in macchina hanno esaurito le nostre forze.
Abbasso il finestrino per respirare un poco e affronto gli sguardi curiosi dei locali come al solito ipnotizzati dalla presenza di una "ferengi", una bianca.
C?? una ragazza ? avr? si e no diciassette anni ? con lo sguardo rassegnato e triste e sulla schiena un piccolo fagottino di pochi mesi completamente avvolto in una coperta.
I bambini con le loro ceste di manghi e pesche cercano di convincermi a comprare la loro mercanzia appiccicosa e sporca.

Un puzzo acre mi pizzica le narici ; non ci avevo fatto caso prima. Mi guardo intorno. Solo due-tre ragazzini avvolti nelle tipiche sudice coperte verdi.
Poi, all?improvviso, un?immagine tagliente come la punta di un coltello: il petto ? piagato all?inverosimile e coperto di mosche ? di uno dei ragazzini.
Mi guarda con dolore e sofferenza, uno sguardo carico di anni in un volto di bambino. Un secondo e poi copre l?orrore.

Quello sguardo ? come un pugno allo stomaco: mi lascia senza fiato e con la mente vuota di azioni.

La macchina si mette in moto, qui non c?? benzina e bisogna andare altrove. La distrazione di un attimo e quando torno a voltarmi il mio piccolo cristo dolente non c? ? pi?.

I miei compagni non commentano: sono tutti etiopi, forse non hanno visto, o forse sono abituati.

Io ho perso le parole??. sto ancora cercando un senso.


Sara

25 aprile 2005

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