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Entrare a Nueva Vida
è come entrare all'inferno: nella zona uno finisce quella
che si poteva chiamare strada, nella zona due finisce il controllo,
nella zona tre la sicurezza, nella quattro finisce la ragione e
nella cinque la speranza.
Nella zona uno vive Meilyn, che da poco è tornata a casa
con i suoi due bambini di tre anni e sei mesi. Meilyn "lavora"
nella discarica e i suoi figli vi si nutrono. Li ho trovati tutti
e tre aspettando di essere visti dalla dottoressa del centro: lei
con la pelle sfigurata dalla micosi e i bambini incapaci di reggersi
in piedi per la denutrizione.
Nella zona due vive Wilbert Jeovanis, un ragazzo della scuola
tecnica, quindici anni e tanta voglia di vivere. Quando però arriva
il venerdì e si rende conto che il pranzo che tiene fra le mani
è l'ultimo che vedrà fino al lunedì successivo, diventa nervoso,
disperato e irragionevole. Il panico lo assale e comincia a girare
come una meteora ingurgitando tutto quello che trova di commestibile.
Nella zona tre vive Kenia, una della tante ferite aperte
di Redes. Una tredicenne inquieta e ribelle che sa di avere una
madre solo quando si guarda le cicatrici sparse per il corpo. Tanti
problemi di personalità o forse solo un'adolescenza un po' più complicata.
Il mese scorso è stata violentata da due giovani con qualche anno
più di lei, che avevano deciso di verificare se era davvero lesbica
come dicevano tutti.
Nella zona quattro vive Maria Lourdes, ventisei anni e come
diremmo noi "qualche rotella fuori posto": suo marito ha esagerato
un po' con il bastone... Vive chiedendo notizie delle sue due figlie
che sono custodite, per ordine del ministero della famiglia, in
un istituto dove studiano e vivono tutta la settimana. Lei gira
con aria stralunata per le strade di Nueva Vida, il sorriso stampato
e una innocenza artificiale che la rende facile preda dei maligni.
La trovo spesso nell'autobus delle sei del mattino.: mentre io vado
a lavorare lei sta tornando... si prostituisce al mercado oriental
per poco più di due dollari.
Nella zona cinque oggi sono andata con Cristina e la dottoressa
a visitre Maritza, una donna che la notte scorsa ha partorito
sola, nel pavimento di casa sua, una bimba alla quale mi ha chiesto
di darle il nome. Con il filo da cucito ha stretto il cordone ombelicale
e con una forbice prestata da non si sa chi l'ha tagliato. Questa
mattina erano lì distese sul letto in una casa fatta di quattro
pareti, un divisorio e una brandina. Una montagna di vestiti stracciati
sul pavimento e la gomma piuma cenciosa su cui aveva partorito.
Un sorriso spento fatto di rassegnazione e di privazioni: niente
da mangiare... chissà per quanto tempo ancora... mentre nuove bocche
si aggiungono alla lista...
Gloria Perin
Volontaria in Servizio Civile in Nicaragua
3 novembre 2005
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