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Ci troviamo con Efrank sul viale di Dolapdere
vicino alla stazione di servizio blu, un punto di riferimento che
anche altre volte avevamo utilizzato per incontrarci con le nuove
famiglie.
Lui, Efrank, ci conduce sorridente verso casa sua.
Ci avviciniamo ad una costruzione contorta, avviluppata lungo una
curva in salita di uno scuro viottolo. Di due piani, con due appartamenti
uno sopra l'altro, è una casa che già conoscevo ed entrando mi chiedevo
dove potessero essere alloggiati se già quando ero stato tempo prima
era tutto occupato: beh, semplice, l'altra famiglia aveva traslocato
lasciando a loro questo insieme di due camere e cucinotto semi arredati.
Quando Efrank ci fa entrare nella sua stanza, per un momento rimaniamo
imbarazzati e Frank ed io ci guardiamo domandandoci dove sederci.
Quello che stavamo vedendo non poteva essere per noi, speravamo
davvero non fosse per noi... e così prendiamo posto sul divano letto
di lato, per allontanarci da quel tavolino imbandito.
E invece è proprio così, la figlia di Efrank, Stefani, 10
anni non ancora compiuti, ha preparato tutto quello per noi:
piatti di biscotti e salatini posati con cura a formare disegni
e decorazioni, una piramide di frutta mista, qualche pezzetto di
formaggio, bibite di marca.
Frank ed io ci guardiamo ancora, siamo rimasti senza parole,
asciugati da un simile gesto di accoglienza.
Il padrone di casa, poi, per manifestare ancor più la sua gioia
e la sua soddisfazione per la visita ricevuta, ci spiega
come da quando li avevamo chiamati il giorno prima per fissare l'appuntamento,
ci stessero aspettando e stessero preparando qualcosa per noi... il
nostro imbarazzo cresce, e ci siamo dovuti sedere proprio davanti
a quel piccolo banchetto, come ospiti d'onore. In realtà
non possiamo che sentirci ancora più piccoli e impotenti, tagliati
fuori da quei meccanismi che regolano la vita di queste famiglie
a Istanbul.
Arrivati qui da poco, Efrank e i suoi ci dimostrano di conoscere
già tutte le trafile e le possibilità che ogni iracheno segue
per cercare di andarsene per sempre lontano da queste zone calde.
Come facciamo a essere noi tanto importanti ed incisivi se comunque
sono loro da soli a trovarsi una casa, a vedersela con la polizia,
ad ottenere un lavoro che, purtroppo, ribalta tutte le regole e
le tradizioni: moglie e figli a lavorare, a sostenere la casa, mentre
lui, il capofamiglia, ciondola in giro tra le vie del quartiere,
il caffè degli iracheni, il "giardino della verità", Caritas, in
una estenuante attesa di un visto che forse non arriverà mai.
La storia con Efrank è poi proseguita a inizio del nuovo anno.
Per un errore negli indirizzi ci siamo recati ancora a casa sua,
e non abbiamo potuto sottrarci all'invito a salire da lui per un
tè. Questa volta siamo arrivati all'improvviso, e quindi non potevano
esserci grandi preparazioni; ma ancora una volta ci ha regalato
dei pensieri semplici e profondi per l'anno nuovo.
La sua famiglia ha ormai raggiunto un certo equilibrio nella vita
ad Istanbul, ed Efrank ci tiene a sottolinearci come quanta fortuna
hanno tutti loro, iracheni rifugiatisi qui, nell'avere almeno un
tetto e la pancia piena ogni giorno, rispetto a tanti altri costretti
in campi di tende senza molte possibilità per vivere.
Con il cuore aperto ci ha quindi espresso il suo augurio per
questo nuovo anno rivolto a tutti gli iracheni di poter finalmente
uscire presto da questo stato di passaggio e ricominciare una nuova
vita, una vita dignitosa.
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di Pietro Boni
operatore Caritas Ambrosiana/CELIM ad Istanbul
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