Nadia e Ani si stanno vestendo per uscire. Sono
le 18. "Dove andate? Tra mezz'ora c'è il gruppo giovani!". Come
immaginavo
vanno da baba (nonna, ndr)
Velika,
e il loro invito ad accompagnarle è spontaneo. Metto la giacca ed
esco con loro nel buio. Ci raggiungono Vania, Venzi e suo cugino.
Superiamo la scuola, un altro isolato, e poi Vania apre un cancellino.
L'ho sempre visto quel cancello, dà su un piccolo prato con una
casupola di terra a sinistra. Abita lì? No. Vania apre un altro
cancellino ed ora sulla destra c'è una stanza illuminata da una
solitaria lampadina che pende dal soffitto. Tutto il resto è scuro.
"Babo Veliko!" urla Vania mentre spinge la scassata porta d'ingresso.
All'interno vedo una piccolissima stufa scalcagnata, un letto in
pendenza
e sul letto, sotto due coperte, due occhi azzurri.
Un tavolo con un po' di pane e dei tegami in disordine, un mucchietto
di pezzi di carbone, qualche ramoscello e null'altro! La stanza
è tutta nera di fuliggine; dal soffitto basso, non più di 2 metri,
pendono neri fili di erba, come pavimento la nuda terra. Nell'aria
quell'odore pungente di chi vive per strada.
Nadia inizia a lavorare alla stufa, buttandoci dentro carbone e
gli avanzi delle candele della chiesa. Le sue mani si sporcano di
fuliggine nera.
Baba Velika non si muove, si limita a guardarci
con i suoi occhietti azzurri, vecchi ma ancora vivaci e intelligenti.
Ci invita a sederci: siamo in sei e lei ha solo una sedia rotta.
Baba Velika ha 83 anni e vive in questa condizione da sei. Un figlio
è morto, l'altro è ricoverato in psichiatria. Beveva un sacco e
rubava la pensione alla madre; le ha persino venduto i vestiti per
ricavare qualche soldo. Lei usufruisce della mensa comunale: tutti
i giorni riceve colazione, pranzo e cena. Troviamo sempre dei piccoli
pentolini sul tavolo. Ma
come fa a mangiare da sola se non riesce
a camminare?
Sappiamo che è seduta in questa posizione da almeno tre settimane,
ha i piedi semiatrofizzati. Quando i ragazzi sono andati a trovarla
la prima volta le hanno subito fatto un massaggio ai piedi per favorire
la circolazione del sangue. Ha le dita sporche di fuliggine ed anche
il viso è nero perché ogni volta che si gratta il naso si sporca
sempre di più.
"Mnogo mi e studino - ho tanto freddo" dice in dialetto.
Nel gesto di coprirsi di più, mostra il braccio scheletrico e raggrinzito
dagli anni. Vania le offre da bere, lei succhia da una cannuccia
appena due sorsi, "
Stiga stiga - basta!" e accompagna le
sue parole con il gesto della mano. Dice che le fa male dappertutto.
Non vuole mangiare e beve pochissimo. In un tegame c'è del pesce.
Vuole che lo buttiamo nella stufa. "Magari dopo ne avrai voglia",
cerchiamo di convincerla. Segue attentamente ogni nostro movimento,
ci chiede del don, della suora, di tutte le persone che in questi
giorni sono andate a trovarla, alternandosi ogni sera per accenderle
la stufa e darle da mangiare. Comincia a chiacchierare un po' di
più; Ani la avvolge meglio nella coperta.
Ogni volta che si tocca
la testa una nuvoletta si fuliggine si disperde nell'aria.
Le ragazze cercano di farla cantare e intonano un canto tradizionale.
Baba Velika conosce la canzone e accenna un movimento della mano
come se tenesse il fazzoletto di chi apre la fila delle danze.
Gli occhi le brillano. Mi chiede chi sono ed inizia a chiamarmi
Radka, nome bulgaro. È inutile che le dicano che sono italiana e
che il mio nome è un altro. Per lei sono Radke! E mi chiama così
quando vuole un po' più di carbone nella stufa. Ormai è tardi. Dobbiamo
correre al gruppo. La salutiamo, lei vorrebbe che ci fermassimo
un altro po'. Le assicuriamo che torneremo il giorno dopo. "
Leka
nosht!".
Come baba Velika, così vivono in Bulgaria tanti altri anziani: soli,
abbandonati dai figli, in estrema miseria. Il problema principale
è che
le pensioni sono bassissime, circa 40 euro mensili,
e a volte anche meno. La gente qui riesce a sopravvivere perché
lavora la terra: la primavera e l'estate sono dedicate a coltivare
le verdure da mettere in conserva per
l'inverno, la stagione
in cui tutto si ferma.

Se c'è tanta neve o le temperature sono molto rigide la gente non
va al lavoro e le scuole chiudono per la mancanza di riscaldamento.
Come in chiesa, dove trovi il ghiaccio nell'acquasantiera e quando
preghi o canti la tua visione è offuscata per qualche secondo dal
tuo stesso respiro che esce sotto forma di una spessa nuvoletta.
Ti colpisce il fatto che quando racconti la storia di baba Velika
a qualche adulto di
Sekirovo, ti accorgi che tutti la conoscono,
tutti sanno come vive. Ma perché nessuno interviene? Il servizio
sociale qui non esiste, tanto che nessuno sa quale sia la funzione
di un assistente sociale...
Il mattino successivo io e Ani andiamo verso le otto e mezza da
Baba Velika per accendere la stufa. Fa freddo. Il ghiaccio scricchiola
sotto i nostri passi veloci. Apriamo un cancellino e poi l'altro;
una voce maschile proviene dall'interno della casa. In effetti,
baba Velika parla sempre di un certo Angel che va da lei al mattino.
Un giovane uomo sta trafficando alla stufa, ha portato del pesce
e della legna. Come ci vede, dice che tornerà più tardi e se ne
va. Baba Velika è nella stessa posizione in cui l'abbiamo lasciata
il giorno prima, solo il viso più nero di fuliggine. Entrambe ci
togliamo la giacca per avere più libertà di movimento. Ani si dedica
alla stufa, io chiacchiero un po' con la baba. Dice che le fa male
il cuore e che è affamata. Metto il pentolino con un po' di zuppa
sulla stufa, le offro dell'acqua. Rifiuta. Stamattina ha voglia
di chiacchierare, fa un sacco di domande. Purtroppo non riesco a
capire tutto perché parla solo in dialetto.
Le faccio assaggiare
la zuppa: studina! È fredda! Davvero questa stufa non
dà calore. Cerco di avvolgerla il più possibile nelle due coperte
che ha addosso. I due occhietti azzurri mi fissano. Chissà se mi
chiamerà ancora Radka! Spero di no, non mi piace. Le offro del pesce.
"
Da!". Afferro al volo il sì, e inizio a pulire con le mani
il pezzo di pesce e ad imboccarla a piccoli pezzi. Mangia con gusto,
non tanto, ma sempre più di ieri! La faccio anche bere. Non vuole,
ma se insisto acconsente. La zuppa è sempre fredda. La posiziono
in tutti i modi sulla stufa, ma proprio non vuole scaldarsi. Chiedo
se vuole del pane. Sì, ma me lo fa sbriciolare nella zuppa, come
fanno tutti i bulgari quando mangiano la "
manjya". Ne metto
poco, sapendo che non riesce a mangiare più di tanto. Un vapore,
finalmente la zuppa fuma! A piccole cucchiaiate la imbocco, dandole
soprattutto il pane. Si stufa quasi subito di mangiare, "
Haide,
ima hlyab!" le dico per incoraggiarla un po'. Accetta di mangiare
il pane che le offro e vuole altro pesce. Le pulisco le labbra con
un fazzoletto di carta, diventa nero di fuliggine. Mangia come un
uccellino, ma rispetto a ieri si è fatta una mangiata!! Ani continua
ad aggiungere carbone, si consuma velocemente. Ho i piedi che sono
due pezzi di ghiaccio, posso immaginarmi il freddo che ha lei. Ogni
tanto baba Velika sussurra "
Occicciu!!" che è l'esclamazione
che i bulgari usano per esprimere il freddo che provano. È di nuovo
tardi, dobbiamo andare. Baba Velika vuole che ci fermiamo ancora,
ma di nuovo le assicuriamo che nel pomeriggio altri ragazzi verranno
a trovarla per parlare un po' con lei e per ravvivarle la stufa
che ora crepita allegramente. Usciamo, Ani con le mani sporche di
carbone, le mie che puzzano di pesce. Camminiamo a braccetto, infreddolite
ma contente, il ghiaccio che scricchiola sotto i nostri piedi.
Per quasi tre settimane, tutti i giorni, con i giovani della parrocchia
abbiamo visitato baba Velika. Siamo riusciti anche a convincerla
a lasciarsi lavare, un dottore l'ha visitata gratuitamente dicendo
che era sana con un pesce. Evidentemente stava meglio,
i massaggi
ai piedi hanno fatto sì che potesse camminare di nuovo da sola,
anche se a noi non voleva farlo vedere. Ormai tutti ci eravamo affezionati
a lei ed anche ai suoi molteplici capricci… Ma una fredda mattina
di febbraio, quando di notte la temperatura è scesa
a -18°C,
baba Velika si è spenta, da sola, in silenzio. Una vicina se
ne è accorta e ce l'ha comunicato. L'abbiamo accompagnata al camposanto,
poche persone le hanno dato l'ultimo saluto, pochi fiori intorno
alla sua magra figura. Una ragazza mi si avvicina e mi dice: "Se
non fosse stato per lei, non avrei mai saputo che delle persone
vivessero così male qui, nel mio paese…"
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di Grazia Bizzotto,
volontaria in servizio civile all'estero
Rakovsky, 7 marzo 2006
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