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Sul bimotore che ci porta da
San José a Managua abbiamo un sussulto quando pochi secondi
dopo il decollo i due motori, rigorosamente ad elica, sembrano fermarsi
per un attimo, e ancora di più ci preoccupiamo quando il comandante
annuncia alla trentina di passeggeri accaldati che stiamo per passare
una turbolenza, che effettivamente ci farà trascorrere momenti indimenticabili
nei cieli tra Costa Rica e Nicaragua.
Pare che quasi a volerci far abituare al clima umido e soffocante
che si respira nella capitale nicaraguense, ci abbiano dato l'unico
aereo di linea al mondo in cui l'aria condizionata non funziona!
Mi addormento, sono troppo stanco dopo quasi venti ore di volo,
e mi risveglio con il nostro prezioso autobus con le ali che rimbalza
come una pallina da ping-pong sulla pista di atterraggio... meglio
rimbalzare che schiantarsi al suolo, no?
Siamo finalmente arrivati; quello che ci aspetta è la caotica
capitale, Managua, sonnecchiante appena il sole lascia i suoi
cieli e piena di traffico nelle calde e umide giornate di quello
che qui chiamano inverno.
Affacciata sul grande lago potrebbe essere un gioiello, ma
come subito ti dicono e come subito ti accorgi, Managua non è una
città concepita per camminare. I suoi vialoni con benzinai ad ogni
angolo, grossi mezzi per il trasporto delle merci come nei film
americani, autobus ricolmi in ogni lato, tutte le case ad un unico
piano, niente che ricordi una storia che la potrebbe identificare,
darle un'anima, darle la parvenza di una città vissuta da esseri
umani invece che da macchine.
Managua è stata completamente distrutta nel terremoto del
'72, e dopodichè, completamente ricostruita. Ironia della
sorte uno dei pochi edifici che è rimasto in piedi, solido come
una roccia mentre la città cadeva come un castello di carte, è quello
su cui si trovava al momento del sisma il sanguinario dittatore
Somoza insieme ai suoi galoppini. Adesso l'edificio ospita uno
dei più lussuosi hotel capitolini: come prima il popolo nicaraguense
era tenuto sotto scacco da una becera ed arrogante oligarchia con
a capo il suo imperatore, adesso è tenuto in scacco dal dio Dollaro
e dalle sue concubine, le politiche neo-liberiste.
Il tessuto sociale del Nicaragua vede un 80% della popolazione
vivere in condizione di povertà, il restante 20%, quello che
possiede quasi l'80% delle risorse del paese, vive nella ricchezza
più assoluta.
Sembra di tornare indietro nel tempo, quando i nobili vivevano
nei loro castelli e i servi della gleba coltivavano le loro terre.
Adesso i servi della gleba lavorano nelle fabbriche dei ricchi,
quelle che qui chiamano "zonas francas", e in Messico "maquiladoras".
Luoghi dove il diritto non esiste, dove se arrivi in ritardo
di un minuto ti decurtano una intera giornata di lavoro.
Luoghi che sorgono ai lati dei quartieri più poveri per trovare
facilmente mano d'opera a basso costo.
Luoghi dove non esistono controlli sanitari a favore dei
lavoratori, dove se respiri dei gas velenosi non puoi fare causa
al datore di lavoro.
Luoghi dove i proprietari non pagano le tasse perchè per
legge i primi dieci anni dall'installazione dell'impianto sono gratuiti.
Luoghi dove se qualcuno osa lamentarsi viene licenziato.
Il mio amico Felix, che lavora nel centro di "Redes de Solidaridad"
in cui presto servizio, un giorno mi ha detto che "é vero
che sono posti in cui i lavoratori vengono sfruttati, ma tutta la
gente che vive qui a Nueva Vida (quartiere periferico dove sorge
il centro e dove sta nascendo una nuova "zona franca", ndr)
e che passa le sue giornate a far niente e senza sapere come mantenere
la propria famiglia, almeno potrà avere un salario".
Questo è vero, ho pensato... ma allora è questa l'idea
di progresso che esportiamo in tutto il mondo con le nostre
imprese e la nostra tecnologia?
Si, perchè le industrie che si installano qui non confezionano
abiti che saranno vestiti dai bambini di Nueva Vida, sono abiti
che saranno vestiti dai bambini, donne ed uomini europei, statunitensi,
giapponesi. Abiti che ad unità saranno venduti ad un prezzo che
potrà equivalere grosso modo al salario mensile di un operaio che
lavora qui.
È così che queste persone diventano i servi della gleba che lavorano
per noi.
Vedere la povertà è sconvolgente, ma mai quanto viverla.
O meglio...
... forse quando la vivi è paradossalmente meno dura di quando la
vedi e sei abituato a vivere con un livello minimo che nel "non
avere nulla" può corrispondere al massimo.
Nueva Vida è un insediamento che si è formato dopo
l'uragano Mitch, che ha portato morte e distruzione in varie
parti del paese.
Le popolazioni che vivevano sulla costa e che sono state tra le
più colpite, hanno perso tutto e sono arrivate qui. Questo è un
fenomeno tipico: la migrazione verso le città in caso di disastri
o anche solo per cercare fortuna o sopravvivenza in condizione di
povertà estrema, è una pratica ormai assodata e ovvia.
Le Nazioni Unite hanno annunciato all'inizio di quest'anno che la
popolazione urbana per la prima volta nella storia dell'umanità,
ha superato quella campestre.
La povertà qui a Nueva Vida non è solo materiale.
La povertà è anche fatta di madri che a 34 anni hanno nove
figli da almeno cinque uomini differenti, da bambini abbandonati
che per sopravvivere passano le loro giornate nella vicina discarica,
da uomini che pur avendo un figlio malato invece di usare i soldi
per curarlo, li usano per ubriacarsi.
La povertà è fatta di ignoranza e di mancanza di educazione.
È fatta di superstizione e di poca fiducia nella medicina e nelle
istituzioni.
È fatta di mancanza di interesse verso le persone che la vivono,
di indifferenza.
È facile per un ragazzo di Nueva Vida entrare in una pandilla
(banda giovanile), cominciare a tirare la colla, rubare nelle case,
tanto altro futuro non c'è.
Non esistono sogni, nessuno pensa ad un futuro migliore che
lo possa portare fuori da questo inferno.
Una delle cose che più ti lascia attonito è proprio questo; tutti
noi abbiamo progetti e cerchiamo chi più chi meno di costruire qualcosa
che possa dare un senso alle nostre vite.
Qui è molto difficile e sopratutto i giovani non hanno speranze,
progetti, non hanno mai visto e non si immaginano una vita fuori
da qui e non si immaginano un Nueva Vida diverso.
Qui bisogna lottare anche per sognare.
In tutto questo il centro di Redes de Solidaridad appare
come una piccola isola felice dove qualcosa si può e si vuole cambiare.
Quando entri al mattino e vedi le persone che iniziano a lavorare
e i bimbi che vanno a scuola e i ragazzi che lasciano il barrio
per venire qui ad apprendere un mestiere e cercare finalmente di
avere dei sogni e degli obiettivi, almeno un po' di speranza ti
torna.
È un seme che si inoltra nei solchi della terra e che non
si sa se darà vita ad un albero o se marcirà travolto dalle torrenziali
piogge tropicali. Un lavoro lento e duro in cui qualche persona
crede; non certo i politicanti locali occupati ad accaparrarsi qualche
peso in più, ma delle persone che credono in questo popolo che storicamente
ha dato prova di grande unità e potenza, ma che negli ultimi anni
stanco della guerra e su cui si giocano interessi internazionali
enormi, ha lasciato il suo destino in mano ad altri.
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Glauco Sponza
Volontario in servizio civile in Nicaragua
8 novembre 2006
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