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Pensieri moldavi

Ieri ha cominciato a nevischiare. I giorni passano, i pensieri restano, le persone si rincontrano, si sente vicino chi è lontano, la vita continua e pian piano prende forma la mia, la nostra quotidianità.

Rivedere i progetti, rivederli anche attraverso gli occhi di Maria Novella mi fa porre tante domande, mi fa riflettere sulle risposte da darle. Siamo state al Nord, poi al Sud. Tanti chilometri in auto. Mi sono goduta il paesaggio e le storie che, immancabilmente, vengono narrate durante il percorso. “Camminare” insieme a qualcuno è un’esperienza che mi è sempre piaciuta; condividi pensieri fugaci e riflessioni più profonde, racconti di vita e aneddoti. Quasi tutte le relazioni che ho iniziato qui sono nate in viaggio: verso un villaggio, verso un progetto, nelle code per il permesso di soggiorno, facendo le analisi del sangue, andando ai campi estivi. È in cammino che ho imparato a conoscere i miei colleghi, a capire chi sono, quando tornano nelle loro piccole case dalle loro famiglie, a scontrarmi con la loro realtà e i loro problemi.

In questi giorni mi sono turbata vedendo l’impreparazione di alcuni “educatori” dei nostri progetti, soprattutto perché sapevo che queste erano le persone migliori, le più interessate che avremmo potuto trovare in quelle località. È in questi momenti che mi chiedo se abbia un senso il nostro lavoro: quando le realtà con cui andiamo a lavorare sono rappresentate da individui che non hanno alcun desiderio di cambiare e migliorare le cose, quando tutti pensano “le cose non vanno…la colpa è di qualcun altro…io non posso/ voglio far nulla”. Capita, però, anche di incontrare alcuni dei preti con cui lavoriamo o i volontari con cui ho fatto i campi, è allora che capisco il senso del nostro lavoro e vedo una speranza per il futuro.

Capita ancora che Nadia mi racconti che il piccolo Sergiu, un bambino handicappato di “Casa Aschiuta” per il quale si erano perse le speranze di adozione perché ormai troppo grande e con evidenti problemi motori e linguistici, è stato adottato dal guardiano della struttura e sostenuto economicamente da un italiano. Sergiu era arrivato quando aveva nove mesi in “Casa Aschiuta”; la madre era sieropositiva, lui magrissimo, si pensava non sarebbe sopravvissuto. Ora, invece, finalmente esce e scopre un mondo nuovo, splendido e sconosciuto, fatto dell’affetto di una famiglia vera e di giochi con gli animali che mai aveva visto quand'era in città. Sono contenta, un altro motivo per essere contenta di essere qui, dimentica del freddo e del grigio che incombe! Dimenticavo…sono stata dal dottore per un problema alla gola. Baci baci

Elisa Magnifico
Operatrice Caritas Ambrosiana in Moldova
novembre 2006

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