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Ieri
sono stata ad Orhei.
Poiché non sarei potuta andare per il compleanno di Martin
(il 4 marzo sarò in Italia) ho deciso con un collega di andare all'Internat
per ragazzi disabili il giorno del mio compleanno.
Era tanto che volevo andare a vedere come stavano i ragazzi.
Non è facile spiegare quali sentimenti io provi quando entro in
quel luogo buio, immenso, che, quando va bene, odora di
chiuso. Camminare nei corridoi dell'Internat è inquietante:
sembra un labirinto in penombra dove ogni tanto compare qualcuno.
Può essere un ragazzo che ti osserva, può essere un gruppo di bambini,
un'inserviente, qualcuno che si sposta da una stanza all'altra.
La cosa più strana è sapere che lì vivono più di 300 bambini
e ragazzi ma non sentire alcun rumore.
Io ero con Oleg e mi sentivo tranquilla. Il guardiano all'ingresso
ci portò immediatamente dalla direttrice la quale,
con la cortesia tipica dei direttori di questi istituti, nemmeno
ricordava che l'estate scorsa alcuni ragazzi italiani erano stati
lì a fare un po' di animazione ed avevano alloggiato per
due settimane nella struttura.
Dopo molte spiegazioni finalmente la direttrice ci diede il verdetto:
l'Internat era in quarantena per un'epidemia di influenza,
così non sarei potuta entrare nelle camerate dei ragazzi ed incontrare
Martin.
Non sarebbe stato un problema invece incontralo nei corridoi.
E così eccomi al piano di sotto ad aspettarlo.
La prima cosa che notai fu il suo modo di camminare: con i suoi
problemi alle gambe non ha mai camminato bene, ma ora mi sembrava
peggiorato. Appena uscimmo alla luce mi resi conto che era dimagrito
e che aveva i capelli più lunghi del solito.
Una volta usciti gli presentai Oleg ed insieme ci sedemmo su una
panchina. Subito gli chiesi se stava bene, lui rispose di sì, ma
quando gli feci notare che era dimagrito mi disse che mangiava solo
pane e burro e poco altro. Il resto del cibo servito alla mensa
non gli piaceva: tutti i giorni le stesse cose!
In certe cose Martin non è mai cambiato: quando arriva qualcuno
a visitarlo racconta subito di quanto sia felice di avere visite,
dice che nelle lunghe giornate passate in camera spera sempre che
qualcuno lo venga a trovare.
Lui non ha nessuno, è stato abbandonato dai genitori quando era
piccolo e non ha mai avuto il calore di una famiglia. Questo
è il tipo, un ragazzo della mia età che ha passato la sua vita in
un Internat, che sa bene quello che vuole ma pure i limiti di
quanto può avere.
Fino all'estate 2005 poteva uscire, andare in paese, in chiesa,
adesso a tutti è stato vietato di uscire.
Forse è per questo che non era sorridente come al solito. Gli feci
notare che camminava male e lui me lo confermò: il giorno
prima era caduto 2 volte, e gli erano comparsi dei tic che prima
non aveva.
In compenso mi raccontò che all'Internat avevano messo il
riscaldamento nuovo e che c'era pure l'acqua calda.
Ricordammo la gita fatta insiema ai monasteri, mi chiese di tutte
le persone che aveva conosciuto e, con un'opera di convinvìcimento
degna di un predicatore americano, tentò di strappare una
promessa ad Oleg: verrà a trovarlo con Elena e Gheorghe e
festeggeranno insieme il suo compleanno, andranno a pranzo
fuori e gli regaleranno un anello e una bottiglia di shampoo, di
quello rosso… magari potranno andare a comprarlo insieme!
Elisa Magnifico
Operatrice Caritas Ambrosiana a Chisinau, Moldova
febbraio 2007
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