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La paura dell'essere troppo "io"

E ci si trova così.
Al ritorno da una esperienza forte, da due settimane di vita intensa vissute al massimo ci si trova a cercare di fare ordine.

Ci sono centinaia di foto, ci sono i filmati, ci sono tanti piccoli oggetti messi in valigia per ricordarsi dove si è stati, chi si è incontrato e come si è vissuto. Tutte questi oggetti dovrebbero permettermi di farmi un'idea precisa dell'esperienza che ho vissuto, ma più li guardo e più mi accorgo che sono solo una infinitesima parte di tutti quei ricordi, quelle sensazioni e quei momenti vissuti depositati nella mente.
Riordinando le fotografie mi rendo conto che ognuna di essa, anche la più precaria, la più mossa e la più brutta, è in grado di evocare un disordinato sciame di ricordi.

Elio, sul treno notturno che ci stava riportando da Varna a Sofia, durante l'ultima notte in Bulgaria ci aveva consigliato di cercare di salvare qualcosa della nostra esperienza subito per non ritrovarsi dopo a cercare di trarre insegnamenti dal tutto. E aveva proprio ragione: infatti, a questo punto, mettere per iscritto l'esperienza che ho vissuto si sta rivelando un compito alquanto complicato.

Comincio ripensando ai giorni prima della partenza. Ricordo distintamente che ero parecchio preoccupato.
Quella della Bulgaria non è stata la mia prima esperienza di volontariato all'estero, ma ricordo che mai come questa volta mi sentivo impaurito. Confessavo ad un mio amico che forse mi sentivo troppo vecchio per questo genere di cose ma, più che vecchio, cambiato. Non mi riconoscevo più nel Sergio "impegnato" degli anni precedenti. Non ero insomma, più così sicuro di riuscire a "staccare" dalla mia routine per adattarmi ad uno stile di vita radicalmente diverso.

Partenza.

Dopo essermi svegliato ad un'ora improponibile eccomi, insieme ai miei compagni di viaggio, in aereo, poi a Sofia, poi in pullman, e poi finalmente a Varna. Penso che il primo impatto del viaggio sia stato il più brusco e fin qui i miei dubbi più che dissolversi si erano fatti più acuti.
Poi la mattina.
I bambini sono li che ci aspettano. Entriamo circospetti nella stanza dove le sorelle di Madre Teresa stanno tenendo il catechismo, l'argomento del giorno, per quanto capisca del Bulgaro, è il buon pastore. Ci accomodiamo ai margini del cerchio dei bambini seduti sul tappeto, e per ingannare l'attesa, pendo la mia macchina fotografica. I bambini ci sorridono, ci guardano curiosi mentre ascoltano le parole della Sorella. Io, intanto inquadro e scatto, e comincio a ritagliarmi il ruolo di "fotografo". Poi, per concludere la lezione la sorella propone un gesto, consegna a dei bambini delle piccole pecorelle di carta, e dei pennarelli per scrivere i propri nomi. Poi le consegna anche a noi.
Un piccolo gesto, piccolissimo quasi insignificante: ma da quel momento le paure si sono dissolte. Da quel momento in poi infatti abbiamo smesso di essere spettatori o turisti e siamo diventati comunità con i bambini e le Sorelle.

La mattinata è corsa via rapidamente tra giochi e balli. Nel pomeriggio però la mia parte del gruppo ha lasciato Varna, dove era stata in prestito per una mattina per recarsi a Shumen e quindi a Carev Brod. Il pomeriggio è trascorso nei locali della struttura dei servizi sociali dove abbiamo conosciuto, in una serie di riunioni formali, i nostri collaboratori. Il tono formale, e le riunioni in Bulgaro, Inglese e Tedesco furono un buon assaggio di quella che sarebbe stata l'organizzazione dei giorni seguenti.
Incontriamo anche qualche genitore dei ragazzi che andremo a seguire, ma a differenza di quello che era successo in mattinata mi ritrovo ancora spaesato, mi sento ancora un esterno, non ho ancora capito bene che ci sto a fare.

Il giorno dopo finalmente cominciamo a fare sul serio anche noi: arrivano i ragazzi. Sono radicalmente diversi dai ragazzi incontrati a Varna, e anche tra di loro è difficile trovare un profilo comune. Cominciamo a giocare.
Bandiera.
Bandiera è un buon gioco per cominciare a prendere le misure, dato che permette di osservare il comportamento degli altri mentre non si è direttamente coinvolti nell'azione. Noto delle differenze tra i ragazzi: c'è quello che sorride sempre, c'è quello che non sorride mai, e c'è quello che incrocia il tuo sguardo con gli "occhi cattivi", quasi volesse sfidarti.
Capisco che è il momento buono per "disimparare" tutto quello che ho imparato in anni di animazione in oratorio e cominciare a trovare un nuovo modo di "mettermi in gioco" con questi ragazzi.

I giorni passano e piano piano, si comincia ad entrare in confidenza, si passa dai giochi ai lavori di creatività, fino alla preparazione dello spettacolo.

Ci si rende conto che i ragazzi sono veramente speciali: creativi, vivaci, e a loro modo obbedienti e disposti a seguirti quando gli si dimostra di avere le idee chiare. Anche a questo punto, però, le loro reazioni rimangono imprevedibili e, per uno come me che è abituato a mettere ogni cosa in un proprio schema, l'imprevedibilità è una bella sfida.
Ma e qui forse il più grosso insegnamento che ho tratto da questo viaggio. Solitamente sono una persona precisa e pianificatrice, mi piace avere tutto sotto controllo, anzi, devo avere tutto sotto controllo.
E qui invece no: sotto controllo non ho proprio niente, e può succedere di tutto. E il tutto succede. Riusciamo infatti alla fine a portare in scena un grande spettacolo dove i nostri ragazzi insieme e noi diamo il meglio. Scopro così che la paura della partenza non era dovuta all'essere "troppo vecchio", ma all'essere troppo "Io".

Io da solo, per quanto possa sforzarmi non vado lontano.
Ma quando io, insieme ad altri io diventiamo noi, anche l'impossibile diventa possibile, e per quanto questo possa intimorire, e dare la sensazione che tutto sia fuori controllo, basta affidarsi completamente e si compie il "miracolo".
E di avermi fatto comprendere questa importante lezione, imparata innumerevoli volte in innumerevoli modi ma mai messa in pratica, ringrazio tutti i miei compagni di viaggio, quelli che sono venuti con me dall'Italia e quelli che con amore e passione ci hanno accolto facendoci sentire a casa.
Facendoci sentire in comunione.

di Sergio Longoni
Cantieri della Solidarietà 2007
Carev Brod - Bulgaria

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