Gli ultimi giorni trascorsi sono stati molto interessanti
e densi di incontri e visite presso situazioni e realtà fortemente
disagiate di Nairobi.
Sono stato a Kibera e, pochi giorni dopo, a Korogocho.
Tante emozioni, tante fotografie che costantemente tornano alla
mente, tante situazioni di povertà e ingiustizia, ma, al
contempo anche tanti piccoli e grandi segni di speranza.
La realtà di Kibera è nota: una delle più popolate baraccopoli
africane, nella quale vivono, stando alle fonti ufficiali, circa
800 mila persone (con ogni probabilità il numero effettivo si aggira
attorno al milione). Un dato che già di suo mi fa vacillare: la
popolazione di una grande città italiana che vive, schiacciata all'inverosimile,
in una superficie di una decina/quindicina di km quadrati!!!
Una lunga camminata all'interno dello slum, guidato da una suora
che a Kibera opera quotidianamente, mi ha permesso di scoprirne
tanti diversi aspetti.
Le vie principali piene di mercatini e baracche adibite a negozietti,
preposti alla vendita di vestiti, tessuti, frutta, verdura o oggetti
e cianfrusaglie varie. Una di queste arterie principali di Kibera
coincide con due binari, dai quali ogni due ore circa il treno passa
e se ne va, ma sui quali giocano e si rincorrono i tantissimi bambini
presenti a Kibera (tutti molto educati: non ce n'è stato uno che
non ci abbia chiamato col nostro nome - muzungu, cioè "uomo
bianco" - e non ci abbia poi salutato).
Molto forte la visita nei meandri più interni, dove gli spazi iniziano
a stringersi e odori di vario tipo a farsi più intensi. Baracche
senza luce, acqua, sistema fognario, delle dimensioni di 3x3 metri,
in cui vive un'intera famiglia.
La parrocchia principale di Kibera è stata una sorpresa gradita.
Tanti gli ambiti verso cui essa si rivolge. Bello incontrare diversi
giovani: alcuni che si radunavano per organizzare incontri in cui
cercare di coinvolgerne altri, alcuni che invece affollavano la
biblioteca parrocchiale. In entrambi i casi, due bei segnali. Mentre
li conoscevo e li guardavo pensavo alla grande forza e potenzialità
che essi rappresentano.
A Korogocho ho condiviso, con la comunità locale, la Messa.
Come al solito molto gioiosa e coinvolgente, con i tanti canti e
danze a scandire i vari momenti della celebrazione. Tanta gente,
anche qui tanti bambini e mamme. Un momento davvero bello, dove,
secondo le procedure non scritte ma consuetudinarie, assieme ad
altri italiani presenti a messa mi sono "dovuto" presentare di fronte
a tutta la comunità. Un breve discorso di saluto, due parole in
kiswahili e lo scrosciante applauso dei presenti (vissuto da me
con particolare disagio).
Finita la messa, lo sguardo ha iniziato a spaziare attorno alla
chiesa e non è potuto che ricadere sulla montagna di rifiuti che
domina Korogocho, dove, aguzzando la vista, non è difficile scorgere
tanti puntini neri, ovverosia tanti uomini, donne e bambini alla
ricerca di qualcosa da riutilizzare. Un "panorama" da lasciare senza
fiato.
Con gli altri italiani ho avuto un incontro di conoscenza e scambio
con padre Daniele, missionario comboniano. Tanti gli argomenti trattati,
le riflessioni e gli spunti emersi. In generale molto bello incontrare
questa piccola comunità di missionari (la cui scelta è quella di
vivere in baracche nel bel mezzo dello slum!) e conoscerne i diversi
progetti.
Al ritorno il pensiero fisso non era tanto legato alle povertà in
cui mi sono imbattuto ma piuttosto alla fede, alla forza, al coraggio,
alla perseveranza delle diverse persone incontrate, che a modo loro,
fanno tanto, rappresentando una grande ricchezza.
Suore, missionari, giovani locali e volontari. Presenze tanto diverse
tra loro ma tutte importantissime e fondamentali per una crescita
e uno sviluppo.
Per me, una grande testimonianza.
di Emanuele Rebecchi
Volontario in Servizio Civile all'Estero
Nairobi - Kenya
22 novembre 2007 |
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