Nei giorni scorsi mi è stato proposto di partecipare alla messa
nella prigione di massima sicurezza, luogo all'interno del
quale non è prevista alcuna mia attività e del quale dunque non
ho una particolare e approfondita conoscenza.
La messa, celebrata da un missionario italiano, era rivolta in
particolar modo ai detenuti condannati a morte; rispetto
alla pena di morte devo precisare che essa è abolita de-facto
in Kenya poiché da più di vent'anni non ci sono esecuzioni.
All'interno delle strutture i condannati a morte vivono in condizioni
più difficili rispetto agli altri detenuti, sono maggiormente
emarginati, costretti a passare tutto il loro tempo e le loro
giornate in una piccola sezione del carcere, senza possibilità
di accesso alle (poche) attività proposte e, in alcuni casi, costretti
a dormire all'aperto. Ero naturalmente molto curioso di conoscerli,
incontrarli e vedere con i miei occhi lo stato e le condizioni
in cui realmente si trovavano; ero chiaramente preparato al peggio,
ovverosia con l'ottica di incontrare persone in grande difficoltà
e in crisi personale.
La messa, da loro stessi animata attraverso i tanti canti
ed altre animazioni, è stata molto viva e partecipata …
in generale direi davvero gioiosa, nel rispetto della tradizione
e degli standard delle messe africane, ma è stata soprattutto
una gioia che difficilmente ti aspetteresti di incontrare in quel
particolare contesto.
Ciò che ha destato in me maggior sorpresa è stato il dopo-messa.
Ho infatti avuto modo di intrattenermi e parlare con molti di
loro, in alcuni casi ragazzi della mia età; ho parlato e scambiato
consigli con i chitarristi che avevano suonato durante la celebrazione
e con altri ragazzi e adulti presenti. Ho trovato davvero straordinario
come la prima cosa che mi dicessero, prima ancora di salutarmi
o chiedermi il rituale 'How are you?', fosse 'Asante!',
cioè 'Grazie!'.
È qualcosa che mi ha messo in difficoltà e che puntualmente facevo
presente nel parlare con loro: perché dovermi ringraziare?
Di cosa?
Semmai io avrei dovuto ringraziare loro per l'incontro e la testimonianza
che mi hanno offerto, per la gioia e la voglia di vivere.
Le loro risposte a questa mia domanda erano sempre le stesse:
"Grazie per essere venuto a trovarci, grazie per aver condiviso
con noi la messa, grazie per aver parlato con noi e averci ascoltato
…".
Ho conosciuto e mi sono intrattenuto con tanti di loro. Incontri
davvero belli con persone che, nonostante la straordinaria reazione
rispetto alla condanna, nonostante la grande vitalità e gioia
che comunicano, si trovano comunque ad essere ai margini all'interno
del carcere stesso, ai margini di una società che di carcerati
non vuole neanche parlare e spesso emarginati dalle loro stesse
famiglie.
Incontri belli, forti e utili anche per comprendere quanto
sia importante la semplice presenza, il semplice affiancarsi e
ascoltare chi ha bisogno. E per scoprire quanto questo sia
stato un arricchimento anche per me.
|
di Emanuele Rebecchi
Volontario in Servizio Civile all'Estero
Nairobi - Kenya
27 febbraio 2008
|
|
|