Un prigioniero è morto in circostanze ancora poco chiare nella prigione di massima sicurezza di Kamiti, periferia di Nairobi, in seguito ad un’operazione condotta dalle guardie per requisire i telefoni cellulari illegali.
156 telefoni e 200 sim card sono stati confiscati durante l’operazione avvenuta nella notte di lunedì 17 novembre.
Le autorità della prigione hanno dichiarato che il detenuto, Ibrahim Ngacha, era malato, ma i prigionieri che hanno avvisato il Daily Nation hanno insistito sul fatto che è stato picchiato a morte dalle guardie.
Inoltre un video girato all’interno della prigione mostra le guardie mentre picchiano i prigionieri nudi e terrorizzati.
Secondo i detenuti che hanno chiamato il Daily Nation, Ngacha era tra i dodici carcerati malati che erano stati appena trasferiti dall’infermeria al blocco G, compresi 3 uomini in sedia a rotelle e altri con le stampelle, per fare posto ai carcerati più ricchi.
Due prigionieri, che hanno avvisato il quotidiano separatamente, hanno affermato che le guardie hanno lanciato l’operazione intorno alle 23.00 di lunedì notte e hanno perquisito tutte le celle prima di raggiungere il blocco G, dove è scoppiata la violenza.
Le guardie, che erano in tenuta antisommossa, hanno percosso i prigionieri con manganelli mentre perquisivano le celle. I carcerati della cella numero 36 hanno dichiarato che le guardie li torturavano con acqua bollente.
Subito dopo, un’altra rissa è scoppiata nel momento in cui i detenuti si sono opposti al tentativo da parte delle guardie di rimuovere il cadavere dalla cella.
E' stato chiamato un ufficiale della polizia di Kasarani e successivamente il corpo è stato trasportato nella camera mortuaria.
Dopo le violenze subite, i prigionieri si sono rifiutati di mangiare e hanno chiesto che ai giornalisti fosse permesso entrare nella prigione.
Un ufficiale della Commissione Nazionale del Kenya per i Diritti Umani, Mr. Njonjo Mue, ha dichiarato che i detenuti, con cui ha parlato, si sono lamentati aspramente della brutalità dei secondini.
Mr. Mue ha affermato: “Abbiamo visto il corpo e notato del sangue nelle orecchie e nella bocca. Intendiamo richiedere un’ulteriore autopsia. Almeno altri 12 carcerati sono rimasti feriti e speriamo che vengano portati in ospedale.”
Egli afferma che inizialmente le notizie trapelate da Kamiti indicavano che lunedì notte Ngacha e un altro prigioniero erano stati presi dalle loro celle e picchiati brutalmente prima di essere riportati indietro privi di conoscenza.
L’ufficiale comandante delle prigioni di Kamiti, Mr. Joseph Mutebesi, ha dichiarato al Daily Nation che Ngacha è morto di malattia.
Discutendo dell’accaduto con gli operatori della
Cafasso House, Sister Rachel e Mathew Kibe, siamo venuti a conoscenza di altri episodi precedenti.
In particolare circa un mese fa la prigione di massima sicurezza è stata teatro di altre agitazioni scoppiate in seguito all’intercettazione di una telefonata proveniente dall’interno del carcere, un messaggio di minaccia rivolto al comandante della prigione.
In seguito le guardie hanno intrapreso alcune operazioni volte a confiscare i telefoni cellulari posseduti dai prigionieri.
Sebbene il possesso di cellulari sia illegale, sembra che siano le guardie stesse a permetterne l’ingresso, dietro al pagamento di somme di denaro.
Prima di questo episodio era normale che i prigionieri, in particolare quelli condannati alla pena capitale, detenuti nel blocco G, usufruissero dei propri cellulari, essendo questo l’unico modo per comunicare con le famiglie. Per questa ragione i prigionieri inizialmente si sono rifiutati di consegnare i telefonini.
Da quel momento le violenze perpetrate dai secondini sono aumentate fino a raggiungere l’apice lunedì scorso con la morte di un prigioniero; ovviamente le autorità carcerarie insistono nell’affermare che Ngacha è morto per cause naturali, smentendo i racconti dei detenuti testimoni.
Nel momento in cui si è diffusa la notizia della morte di un prigioniero, i parenti di molti detenuti sono accorsi ai cancelli della prigione per protestare contro le condizioni di vita precarie dei loro cari; la preoccupazione era fomentata dal fatto che inizialmente l’identità del carcerato deceduto non era ancora stata rivelata.
Sembra che comunque questi soprusi, come il gettare acqua bollente sui detenuti o il perquisirli spogliandoli totalmente, siano all’ordine del giorno.
dal "Daily Nation" del 19 novembre
traduzione di Irene Giovannelli e Francesco Ingarsia
Volontari in Servizio Civile all'Estero
Nairobi - Kenya