La signora che incrocio per strada al pomeriggio di domenica 25 gennaio ha i due indici macchiati d’inchiostro. Le guardo il viso un po’ anziano e mi chiedo cosa ci faccia una donna d’età con le dita segnate. Passeggio e ricordo gli indici limpidi e puntati verso il cielo di due ragazzi stamattina. “Ciao! Siete già andati a votare voi due?”. Indici puliti che si cimentano in una danza allegra all’altezza delle orecchie: “Ancora no”.
Domenica 25 gennaio 2009 in Bolivia vuol dire referendum costituzionale.
Più di tre milioni di elettori, un’affluenza del 90,25%, circa 22.000 seggi a puntellare tutto il territorio nazionale, fino alle zone più remote. Nel balletto di cifre post-votazioni, i dati ufficiali riportano una vittoria del SI al 61,49%, e per il NO solo il 38,51%.
Sebbene la Bolivia, almeno per gli standard occidentali, ricorra con una certa disinvoltura a riforme costituzionali, quest’ultimo progetto può vantare un carattere proprio, che la rende forse una delle costituzioni più amate e più odiate della storia del paese...
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