Nonostante sia inverno il caldo tropicale è soffocante e la maglietta si incolla alla pelle per il sudore. Continuiamo a camminare in direzione Tierra Nueva circondati da una fittissima ed incontaminata vegetazione che a stento lascia passare i raggi del sole.
Don Segundino1, responsabile dell’insediamento umano, apre la strada.
 Tierra
Nueva è un terreno demaniale di 7.000 ettari che il
Movimento dei Senza Terra boliviani (MST-B) ha ottenuto dal
governo per favorire l’insediamento di 100 famiglie delle
province andine di Cochabamba, Chuquisaca, Oruro e Potosí.
Si tratta di un viaggio nell’ignoto per queste famiglie
che dovranno adattarsi ad un ambiente totalmente diverso dal
loro, dovranno lasciare la terra natale con tutto tutti i
loro averi e trasferirsi con la propria famiglia dove non
c’è nulla fuorché una terra fertile pronta
per essere lavorata. “Per portare tutte le mie cose
dalla prima strada asfaltata a qui ho bisogno di una
settimana” ci dice Don Pedro che nonostante le difficoltà
vede Tierra Nueva come un sogno.
 L’Mst
sta lottando da anni per una equa redistribuzione delle terre
in Bolivia. Sono molte le famiglie che a causa della concentrazione
della terra e del processo ereditario si trovano a coltivare
piccolissimi appezzamenti di terra poco fertili che non sempre
bastano per la sussistenza. Il Movimento senza terra boliviano
reclama i latifondi improduttivi, cerca di recuperare le terre
demaniali lasciate incolte e che non svolgono alcuna funzione
sociale; propone ai suoi iscritti una dotazione di terra comunitaria
indivisibile e inalienabile. Ha fatto sentire la sua voce
con forza nell’incontro nazionale del 10-13 marzo 2010
dove ha redatto una “bozza di riforma agraria”
in favore della redistribuzione comunitaria delle terre fiscali
e di tutte le terre che non compiono una funzione sociale
in favore dei “senza terra”. Una proposta in linea
con la Costituzione dello Stato boliviano, ma che è
spesso difficile da accettare dai poveri contadini che sono
molto più attratti e rassicurati da una distribuzione
delle terre con titolo di proprietà individuale. Certamente,
come ci raccontano doña Asunta e don Moisés,
“è un percorso più impegnativo e lungo,
ma è una sfida da cogliere visto che garantisce una
miglior sostenibilità nel tempo dell’insediamento,
evitando la partecipazione a questo percorso di persone che
hanno in realtà fini speculativi”.
Bevo un po’ d’acqua e continuo a camminare, mancano 30 minuti al fiume Bentón e poi sarà Tierra Nueva. Per passare il fiume bisogna camminare su un mucchio di tronchi d’albero ammassati dalla corrente che qualche mese fa ha spazzato via il ponte originario costruito dagli Mst. L’equilibrio necessario per poterlo passare è degno di un applauso finale.
 Finalmente
siamo arrivati, dopo 3 giorni di viaggio e 2.600 metri di
dislivello verso il basso. Rispetto al sentiero percorso lo
spazio è aperto e il sole picchia sulle nostre teste,
incontriamo subito il primo accampamento costituito da due
Pawichi (palafitte con il tetto di paglia) e siamo accolti
da Don Pedro e Doña Isabel che stanno preparando una
zuppa di riso con pomodoro e pesce appena pescato. Don Pedro
ci racconta che questo è uno dei tre accampamenti base
che hanno costruito, “il prossimo è a due ore
di cammino da qui”. Gli chiedo di spiegarmi come vivono
e mi fa salire sul Pawichi, mi indica il suo giaciglio dicendomi
che “di notte i mosquitos sono tantissimi e la
zanzariera è fondamentale, così come l’altezza
della capanna che ci protegge dall’umidità e
dalle inondazioni “. Una piccola parte è
destinato a conservare le scorte di cibo. Intorno a noi c’è
un piccolo campo di mais e uno, più grande, di yuca.
“Settimana prossima raccogliamo il mais, poi prepariamo
il terreno per la prossima semina” mi dice Don Pedro.

Ci sono anche due alberi di papaya quasi maturi, ne approfittiamo
per fare alcune foto tutti insieme. Segni di una nascente
comunità in cammino verso la sua formazione.
Dopo le minacce di morte ricevute nel 2009 dai sicari del latifondista che precedentemente occupava illegalmente queste terre, le famiglie dell’Mst hanno mollato la presa facendosi vincere dalla paura e dalle difficili condizioni d’accesso alla terra. Nonostante questo alcune famiglie dell’Mst hanno continuato ad essere presenti sul territorio viaggiando sporadicamente e avanzando pian piano nella formazione della comunità.
[1] Don Segundino, ovvero il signor Segundino, secondo l’espressione castigliana, nella quale invece i sacerdoti vengono invece identificati come “Padre”.
|
|