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Intervista a S.E. Mons. Bejoy N. D’Cruze della Diocesi del Bangladesh
Qual è la situazione della sua Diocesi dopo il ciclone? Quali sono le condizioni in cui vivono le famiglie e quali i bisogni prioritari?
«Ricordo l’ansia e l’angoscia con la quale tutti noi abbiamo atteso l’avvicinarsi del ciclone i giorni immediatamente precedenti al suo arrivo. I meteorologi ci avevano avvertito che proprio Mongla e altre zone della mia Diocesi erano le più esposte.
Il ciclone poi di fatto è arrivato con tutta la sua forza distruttiva, anche se gli effetti sono stati meno devastanti di quelli che si temevano. A detta degli esperti, infatti, la foresta della Sunderbons lo avrebbe “frenato” e rallentato.
In ogni caso, Sidr è stato uno dei cicloni più intensi che abbia mai colpito il Bangladesh. La tempesta di vento e pioggia con raffiche che hanno raggiunto i 240 km orari ha sferzato per ore le zone meridionali e costiere incluse alcune aree della mia Diocesi di Khulna, in particolare 5 delle nostre 11 parrocchie situate nei pressi della foresta. Mongla e Chalna sono state le parrocchie più colpite. Circa 500 famiglie cattoliche sono rimaste senza casa. Altre centinaia e centinaia di case sono state danneggiate e richiedono interventi di riparazione. Gravi danni hanno riportato le zone di Bagerhat, Bagura, Patuakhali, e Pirojpur.
A quasi due mesi di distanza penso si possa dire che la situazione nelle nostre 5 parrocchie colpite è migliorata discretamente. Le persone colpite sono state aiutate molto grazie all’aiuto di varie Ong, della Caritas e della Diocesi stessa attraverso le sue istituzioni parrocchiali e caritative. Le stesse famiglie colpite hanno dovuto rimboccarsi le maniche e in qualche modo costruire una sorta di riparo per far fronte alla stagione invernale.
La situazione rimane invece molto critica nei distretti colpiti dal “cuore” del ciclone dove le infrastrutture e i raccolti sono stati completamente distrutti. Anche in queste zone maggiormente colpite, pur non essendoci comunità cristiane, cerchiamo di essere presenti e vicini a chi soffre attraverso il sostegno ad alcune organizzazioni cattoliche come la Caritas e alcune Ong cattoliche.
Oggi, a quasi due mesi dall’arrivo ciclone “Sidr”, il mio paese è di nuovo in una situazione di emergenza e nella morsa di una nuova calamità. In questi giorni, infatti, le temperature si sono abbassate notevolmente e ritengo che le persone ancora senza casa, in particolare i bambini e gli anziani, possano soffrirne molto».
Come si sta affrontando l’emergenza nella sua Diocesi?
«Devo dire con gioia che la Caritas del Bangladesh si è subito prodigata e data da fare per far fronte all’emergenza creata dal ciclone. La preparazione del suo personale mirata a far fronte a situazioni di emergenza si è rivelata assai decisiva per quanto riguarda l’organizzazione dei diversi interventi. La Caritas ha suddiviso il proprio lavoro in tre fasi. La prima, nei giorni immediatamente successivi alla catastrofe, ha visto la distribuzione massiccia di beni di prima necessità (cibo, acqua etc) e materiali di soccorso. La seconda fase, in corso da una decina di giorni, prevede la distribuzione di materiali necessari per far fronte alla stagione invernale: teli in plastica, capi invernali, coperte etc. A gennaio, o forse più tardi, sarà possibile passare alla terza e ultima fase, quella della ricostruzione delle case. Ho notato con gioia che molte Ong sono ancora oggi direttamente impegnate nelle zone maggiormente colpite attraverso la distribuzione di piatti caldi».
Cosa si sente di dire alle famiglie, alle Comunità della nostra diocesi di Milano?
«Innanzitutto vorrei esprimere a voi tutti e a tante persone di buona volontà un grande grazie per l’aiuto concreto, il ricordo e la preghiera. Ho in mente alcune organizzazioni e privati, parrocchie, istituzioni che mi hanno telefonato, scritto per e-mail, chiedendo di che cosa avevamo bisogno. Davvero una grande espressione di solidarietà.
Sono poi rimasto molto colpito da alcuni quotidiani e settimanali del mio Paese. Molte autorità religiose musulmane in occasione della grande festività di Eid-ul-Azha, la festa del “Korbani” (sacrificio), hanno suggerito ai fedeli di non sacrificare i campi di bestiame, ma di condividere i propri risparmi con i fratelli maggiormente colpiti, ritenendo che date le circostanze - ancora oggi sono 5 milioni i senza tetto - questo fosse il dono più gradito ad Allah».
Quale messaggio di speranza per il futuro del Bangladesh?
«La mia gente del Bangladesh è ormai “abituata” a far fronte a queste calamità naturali e in ogni situazione sa dimostrare una grande forza di sopportazione ed uno slancio per ricominciare. La storia del Bangladesh presenta una lunga lista di catastrofi dovute agli eventi naturali. Ognuna porta con sé rovina, distruzione, morte e moltissime difficoltà; allo stesso tempo, proprio delle tragedie nasce un grande movimento di solidarietà e l’arrivo di tanti aiuti da parte di tante persone di buona volontà del Bangladesh e del mondo intero. Oggi prego per chi ha perso i propri cari o la propria casa, il raccolto di riso, le reti da pesca, la propria barca, il proprio bestiame. E spero che la mia gente, cattolici e persone di altre fedi, siano capaci di farsi prossimo nei confronti del fratello nel bisogno».
A tutti la mia benedizione
+ S.E. Mons. Bejoy N. D’Cruze
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