Dalle 5 alle 10 mila vittime stimate, danni all’agricoltura per circa 2 miliardi e mezzo di euro, mille e cinquecento chilometri di strade distrutte. Sono solo alcune delle cifre della catastrofe provocata dal ciclone Sidr nella regione costiera del Bangladesh lo scorso 15 novembre. Eppure, nonostante le proporzioni, quello che è accaduto ha destato una scarsa attenzione nell’opinione pubblica internazionale. «Quella del Bangladesh, a sei mesi di distanza dagli avvenimenti, è già diventata un’emergenza dimenticata», denuncia Alberto Minoia, responsabile Emergenze del Settore Internazionale di Caritas Ambrosiana, al ritorno dalla missione di monitoraggio terminata il 5 marzo dopo dieci giorni di incontri e sopralluoghi.
Minoia, lo tsunami in Indonesia del 2004 aveva sollevato una vera e propria ondata di solidarietà. Non è accaduta la stessa cosa in questo caso. Dipende solo dall’entità della catastrofe?
«Non credo, anche perché se si tiene conto del territorio che il ciclone Sidr ha coinvolto, in proporzione il bilancio dei danni non è stato in fondo meno pesante. Piuttosto, lo tsumani, ha fatto vittime anche tra cittadini occidentali in vacanza in quei luoghi e ha colpito, comunque, molti “paradisi del turismo internazionale” noti in Occidente. Ciò ha reso più facile immedesimarsi e, dunque, far partire la mobilitazione. Al contrario il Bangladesh è una zona del mondo poco nota e l’area investita dal ciclone, in particolare, è anche difficile da raggiungere. I media ne hanno parlato molto poco e devo dire che fievole è stata anche l’attenzione delle grandi organizzazioni umanitarie: per tutto il periodo in cui sono stato nel paese, non mi è capitato di vedere nemmeno una jeep con i marchi delle ong più famose».
Insieme agli operatori di Caritas Italiana e Caritas Bangladesh lei ha visitato, in particolare, la diocesi di Khulna che corrisponde all’omonimo distretto, nella parte sud Occidentale del Paese. Qual è la situazione oggi?
«Molte persone vivono ancora in rifugi provvisori, per lo più baracche. Altri hanno sistemato delle tende lungo gli argini in attesa di ricostruire un’abitazione un po’ più confortevole. Qualcuno sta riparando la propria casa. Per lo più la gente è tornata a vivere sui terreni che occupava prima dell’alluvione. Ma, nonostante la grande operosità e la straordinaria capacità di reazione di questo popolo, siamo ancora lontani dal ripristinare le condizioni “normali”. Condizioni che erano già molto precarie».
Infatti, secondo i dati degli organismi internazionali, il 70% della popolazione di questa regione vive con meno di un dollaro al giorno…
«Esattamente, questa è una delle regioni più depresse del già povero Bangladesh. Mancano le infrastrutture pubbliche. Non ci sono ospedali: i dispensari e gli ambulatori creati, per lo più, dai padri missionari sono gli unici presidi sanitari. Non esiste una rete idrica vera e propria e ciò rende l’accesso all’acqua potabile, in una terra che è invasa dalle acque quattro mesi all’anno, un concetto molto aleatorio. Nei villaggi più grandi capita di trovare qualche pompa d’acqua. Ma per lo più le donne, che in genere hanno questo compito, devono camminare per chilometri prima di trovare un pozzo. L’unica attività che si svolge è, naturalmente, l’agricoltura. Ma si tratta di un’agricoltura di sussistenza. La gente coltiva quello che può e ciò corrisponde a quello che gli serve per alimentarsi. Mentre, nella stagione secca, quando non si lavora nelle risaie, molti emigrano nella capitale, a Dhaka, dove trovano impiego nelle fabbriche di mattoni o nelle aziende tessili che producono per conto di grandi marchi internazionali. Qualcuno, infine, lavora anche presso i latifondisti che sfruttano le terre per la coltivazione dei gamberetti, la terza voce del Pil nazionale dopo il tessile e le rimesse degli immigrati all’estero. Colpisce poi un fatto: non si vedono circolare automobili. Ci si muove a piedi o su risciò stracarichi di gente e cose, su strade sterrate costruite in cima agli argini che dividono i terreni».
Nonostante la popolazione sia per lo più di religione mussulmana, Caritas Bangladesh è molto ramificata sul territorio. Ciò vi consente di interpretare meglio la situazione. Che cosa chiede la popolazione?
«Innanzitutto, mi preme sottolineare la straordinaria credibilità di cui gode Caritas Bangladesh. Una credibilità, che se è possibile, è stata ancora più rafforzata da questa emergenza. Proprio nel momento del massimo bisogno, infatti, la distribuzione degli aiuti umanitari è avvenuta in modo preciso, equo ed efficiente. E’ stata una prova di correttezza che la gente non ha dimenticato e che travalica le differenze di religione. E’ bastato vedere l’accoglienza che ci hanno riservato quando ci siamo presentati nei villaggi per poterne avere la prova. Passata questa prima fase di aiuto immediato, ora le persone chiedono di essere sostenute nella ricostruzione delle abitazioni.
Che tipo di abitazioni sono?
«Si tratta di case molto semplici e povere, con pali di bambù e pareti di argilla impastata a mano. Il tetto è in foglie di banane intrecciate o, nel migliore dei casi, in lamiera. Sono generalmente composte da due locali. La cucina si trova all’esterno dove c’è anche il forno in argilla e mattoni alimentato con sterco animale. Normalmente sono costruite sopra dei terrapieni, una difesa indispensabile in una regione che si trova quasi interamente sotto il livello del mare ed è attraversata da una miriade di canali, parte del vaso sistema idrografico del delta del Gange».
Qual è l’impegno, in particolare di Caritas Ambrosiana, all’interno della più vasta missione internazionale?
«Grazie al grande sostegno delle parrocchie e dei donatori che hanno risposto al nostro appello, abbiamo potuto inviare, nei primi quindici giorni dell’emergenza, 50 mila euro per gli aiuti in cibo, acqua, medicinali. Inoltre nel corso del 2008 spenderemo 100 mila euro per la ricostruzione di 100 case e la riparazione di altre 312. Gli interventi sono già stati individuati proprio grazie alle segnalazioni di Caritas Bangladesh, partner fondamentale sul territorio. Infine spenderemo altri 100 mila euro sempre nel corso di quest’anno per la costruzione di un rifugio anticiclone e la riparazione di altri otto. Il lavoro di progettazione è svolto in collaborazione con Caritas Italiana».
Secondo le testimonianze dei padri missionari, proprio i cosiddetti shelter si sono rivelati fondamentali per contenere il numero delle vittime…
«Senza dubbio. Realizzati grazie all’impegno di Caritas Italiana già nel ’96 in occasione della precedente emergenza, anche questa volta hanno potuto salvare migliaia di vite umane. Costruiti a forma di cuneo, posizionati su pilastri in cemento armato e capaci di ospitare tra le 500 e le 1000 persone, sono gli unici edifici presenti in questa regione in grado di resistere alla furia del vento e delle acque».
Qual è la cornice del vostro impegno?
«Naturalmente, questo impegno si colloca in collaborazione con Caritas Italiana all’interno del più ampio intervento umanitario della Rete internazionale di Caritas. Il programma triennale prevede oltre alla riparazione e ricostruzione delle case e il potenziamento della rete degli shelter, anche il programma “cash for work”, vale a dire il finanziamento di lavori utili per la comunità: strade, argini… Un ulteriore impegno sarà quello sulla prevenzione delle catastrofi naturali. Questo ultimo capitolo, in una regione così periferica e isolata come questa, si dimostra essenziale per salvare in futuro migliaia di vite umane.
In che cosa consiste, esattamente?
«In ogni villaggio vengono addestrate delle squadre di pronto intervento. Ogni squadra è dotata di un kit di pronta emergenza, composto da una valigetta sanitaria, tre grandi bandiere rosse con un rombo blu al centro da esporre nel punto più visibile del villaggio, per i tre livelli di allarme e una radio ad onde medie, per sentire le previsioni del tempo. Quando la situazione meteo si mette al peggio, questa squadra dà l’allarme, in modo che la popolazione possa tempestivamente raggiungere lo shelter, il rifugio anti-ciclone, più vicino».
Che cosa possiamo fare per continuare l’aiuto?
«Come sempre, non dimenticare, informarsi, soprattutto considerando la scarsa, se non esistente copertura offerta dai media, in particolare, quelli nazionali. Conterà molto dunque il passa- parola e la comunicazione che riusciremo a diffondere attraverso i nostri strumenti di comunicazione: il nostro sito, il periodico Caritas Progetti, il mensile il Segno, Radio Marconi e altro ancora. In particolare potenziando la relazione con la rete Caritas Diocesana, con le parrocchie offrendo incontri, serate promozionali per aggiornare sulla situazione e sui progetti. Il Settore internazionale di Caritas Ambrosiana si sta impegnado molto su questo fronte. Abbiamo raccolto molta documentazione, testimonianze, filmati e fotografie. Tutto questo materiale è confluito in una mostra itinerante che, ci auguriamo, sia vista dal maggior numero di persone possibile».
Francesco Chiavarini
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