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"Non è più
qui. E'risorto!" (cfr. Lc 24,6)
Ancora una volta questa parola risuona oggi per ciascuno di noi.
La Pasqua è l'evento centrale della fede cristiana. Non è solo un
evento passato, ma i suoi effetti ci raggiungono fino ad oggi; ed
oggi come allora siamo chiamati ad una risposta di fede di fronte
al dono che ci viene consegnato.
Tra gli effetti di quell'evento, che noi riceviamo come dono, c'è
il bene della fraternità: è dal Cristo risorto che scende la fraternità.
Gesù risorto chiama i suoi come fratelli: "Và dai miei fratelli"
(Gv 20,17) dice rivolto alla Maddalena.
Per noi è morto, per noi risorto: nella sua Pasqua vissuta "per
noi" ritroviamo il senso della nostra dignità, le ragioni del
reciproco rispetto e della comprensione; in lui troviamo le ragioni
e lo spirito dell'unità originaria della famiglia umana. Risiede
in lui e nel dono del suo Spirito, non solo il sogno, ma la possibilità
di una umanità unita e fraterna.
Anzi ne produce l'immediata esperienza, che viene così tradotta
nel libro degli Atti degli Apostoli: " [Coloro che erano venuti
alla fede…] Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli
e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere"
(At 2,42). Il cristiano fa esperienza di questa fraternità come
un dono sorprendente e come un compito a cui si sente chiamato.
Dall'evento della Pasqua di Gesù viene ricuperato il dato della
nostra comune origine da un unico creatore che ora possiamo chiamare
"Padre", guardando il quale, grazie a Gesù, ci ritroviamo fratelli.
Così ci aiuta a riflettere il nostro Cardinale Dionigi Tettamanzi
a partire dal Credo. "La creazione è una relazione di dipendenza
totale da un principio che non siamo noi e che non è in noi. La
creatura si scopre in possesso di un'esistenza che le appartiene
in maniera unica e irripetibile, ma insieme percepisce che questa
esistenza non viene da lei. L'esistenza inizia con un dono. E proprio
per questo è da accogliersi con un grazie.
La fede nel Creatore apre allora l'esperienza alla meraviglia, alla
gratitudine e alla gioia per questo dono" ("Questa è la nostra
fede!" pag. 41). Di questo dono fa parte l'esperienza della
socialità, della fraternità, riconosciuta come un bene; non come
un peso, ma come una gioia di cui essere grati. Quella esperienza
originaria si rinnova per effetto della Pasqua e quello che sperimentano
i credenti, nei giorni unici immediatamente dopo la Pasqua di Gesù,
è vero anche oggi per la chiesa; questo è quello che avviene anche
oggi e chi ha occhi contemplativi vede che, pur tra tante contraddizioni,
è così: Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme
e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le
vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il
pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore,
lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il
Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
(Atti 2,44-48)
La comunità è il luogo dove ogni giorno il Signore aggiunge coloro
che sono salvati. E questa esperienza di carità fraterna tende per
forza propria a diffondersi. L'amore si diffonde per forza propria
e spontaneamente. E coloro che sono raggiunti non solo ricevono
cose o aiuti, ma sono accolti, ospitati, riconosciuti e inseriti
come fratelli.
Questo è quanto accade nelle nostre comunità cristiane, nelle nostre
parrocchie e che si traduce in amicizia spontanea nei rapporti brevi,
ma anche in iniziative organizzate di accoglienza e di prossimità.
Alla luce della Pasqua questa è la verità che si rivela e, sempre
in quella luce, le divisioni, le invidie, i risentimenti che pure
vediamo, appaiono come intrusioni, come elementi estranei e destinati
a passare. Anche se lasciano molti danni non appaiono come la verità
dell'esperienza comune che facciamo.
E la simpatia che la comunità riceve da tutta la città è segno che
questa esperienza non resta esclusiva dei credenti, ma rende partecipi
tutti e tutti si rallegrano di una presenza che è un bene per tutti.
Così vede, colui che ha occhi e vuole vedere. I nostri gesti di
prossimità si collocano in questo quadro e non sono riducibili ad
un fatto privato tra due persone che si incontrano: c'è, in ogni
atto di carità, una dimensione comunitaria che si esprime e di cui
essere coscienti.
Se non ci fosse questo riferimento comunitario la generosità del
singolo che dà via tutte le proprie sostanze non gioverebbe a nulla
(1Cor 13). La carità verso chi è nel bisogno è una sfida lanciata
da chi ha sperimentato il bene dell'unione fraterna, della vita
sociale, della solidarietà e vuole e sogna che nessuno resti escluso.
La carità è la forza dell'amore che si diffonde, che si riversa
sovrabbondante in ogni direzione. D'altra parte, in corrispondenza
a questa spinta diffusiva della carità, l'incontro con il povero
si rivela come un appello non solo per un aiuto ma per un'accoglienza:
il povero ha bisogno di comunione, di relazione. Mentre gli dai
il pane ti chiede ospitalità.
E' proprio a questo che ci richiamava Giovanni Paolo II nella Lettera
apostolica "Novo Millennio Ineunte". Probabilmente abbiamo
già sentito queste parole, ma è utile riascoltarle: "E' l'ora
di una nuova fantasia della carità, che si dispieghi non tanto e
non solo nell'efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità
di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto
sia sentito non come obolo umiliante ma come fraterna condivisione.
Dobbiamo per questo fare in modo che i poveri si sentano in ogni
comunità cristiana come a casa loro" (n. 50).
Così il Cardinale Tettamanzi si rivolgeva alle Caritas parrocchiali
in occasione del Convegno del novembre 2003. "Auguro e prego perché
le Caritas siano: intelligenti, prevenienti, e infine coinvolgenti.
- Caritas intelligenti, capaci di leggere le povertà di oggi,
ma di leggerle con profondità, cioè nelle loro cause, nei loro risvolti,
nei loro significati più profondi. Da questo punto di vista sono
convinto che la povertà più faticosa, più disgregante e più disperante
sia la povertà relazionale: persone sole, isolate, persone che non
riescono a intrecciare un qualsiasi rapporto; certo, c'è sempre
il rapporto con Dio e di Dio con la persona, però Dio vuole farsi
vedere attraverso coloro che Lui ha creato a sua immagine e somiglianza.
- Caritas prevenienti, capaci cioè di prevenire l'esplosione
delle povertà. Ciò significa un impegno molto forte nell'ambito
educativo e nell'ambito culturale, perché è qui che si previene;
ma questo significa forse anche andare alla ricerca di alcuni interventi
mirati. Non possiamo fare tutto, dobbiamo fare delle scelte, e le
scelte tra gli altri criteri dovrebbero avere anche questo: che
siano interventi che prevengono lo svilupparsi di ulteriori povertà.
- Infine, Caritas coinvolgenti, capaci di tenere desta la
spiritualità della gratuità nell'animo di tutti i responsabili,
di tutti i volontari impegnati, e quindi proprio per questo Caritas
capaci di attrarre anche altri, in particolare i giovani, perché
condividano questa faticosa, ma meravigliosa, esperienza del "gratuitamente
avete ricevuto, gratuitamente date".
Ecco quindi come una lettura profonda della povertà riveli il bisogno
di relazione e di solidarietà; si vede come sia necessario prevenire
spinte centrifughe che trascinano chi è più fragile e vulnerabile
verso l'emarginazione prima e l'esclusione sociale poi.
Si vede quanto sia importante custodire il dono della fraternità
ritrovata, attraverso l'impegno educativo e di animazione culturale
e si debba coinvolgere tutti perché la solidarietà, adottata come
stile di vita, impedisca a qualche disagio di strappare dalla comunità
persone con cui condividiamo l'appartenenza ad un'unica famiglia.
Nella luce della Pasqua questo impegno non appare più come uno sforzo
perennemente incerto e frustrato da quotidiane sconfitte; ogni piccolo
successo si rivela, invece, nella sua forza profetica e anticipatrice
come un dono definitivo e fa pregustare la vittoria definitiva della
carità che non avrà mai fine.
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