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Lasciare l'impegno diretto in Caritas è una realtà di fatto che
certamente doveva avvenire e che in un certo senso io stesso ho
accelerato, chiedendo di poter condividere e diventare protagonista
dell'avventura di "Casa della Carità" che il Card. Martini voleva
lasciare come un "segno" alla città della sua presenza a Milano.
Guardare la città di Milano partendo da un "non luogo" che diventa
luogo "abitato", pieno di volti e di storie di vita "raccolte" e
"incontrate" ai margini e ai confini del nostro vivere in città
è un osservatorio davvero inesplorato. Sono convinto che da lì possiamo
ancora vedere le stelle, raccogliere i tanti segni di ingiustizia
e dolore che fanno "lacrimare" la nostra vita quando ha il coraggio
di rientrare dentro al proprio intimo. Non può esistere, spiritualmente
parlando, un modo di vivere indifferente, che fa retorica attorno
ai buoni sentimenti.
"I poveri li avrete sempre con voi", dice il Vangelo e non vorrei
che questa frase legittimasse di sentirsi "proprietari" e "utilizzatori"
di questa storia umana. Per me (e per tutti noi) questi volti (intrecciati
di storia, di legami, di società) sono davvero segni, "sacramenti
dell'ingiustizia" (come ci ha ricordato Enzo Bianchi, nel suo intervento
al convegno diocesano del 6 novembre scorso in occasione della giornata
diocesana Caritas, citando la frase di don Moioli) e ci legano in
modo straordinario a un nuovo tragitto di vita che ci ripropone
un cammino inesplorato di condivisione e ospitalità.
Quando più di 11 anni fa il Card. Martini mi affidò la Caritas mi
disse di renderla "operosa" perchè era preoccupato di una Caritas
solo annunciatrice di ideali ma slegata dalla quotidiana concretezza
della carità.
E sono stati anni "meravigliosi" dove la crescita ha avuto questo
itinerario lucidamente indicato. Per di più si è trattato di rendere
questa "operosità" non soltanto una attività accanto al vivere la
comunità cristiana ma dentro la concretezza del fare comunità.
La spinta è stata di "segnare" concretamente il cammino della comunità
di un ascolto operoso e coinvolgente.
Nella quotidianità del vivere la carità, nell'esperienza della condivisione,
vi stanno anche l'inquietudine del credere, il dialogo con tutti,
la ricerca appassionata dell'umanità che si rivela in tutti e che
è in tutti.
Questo sentimento di fraternità va accompagnato con il cuore ma
va esplorato anche culturalmente. Ecco perché la scelta pedagogica
della Caritas è diventata una moltiplicazione di interessi, di attenzioni,
di problematiche, di competenza.
E' un patrimonio che ci hanno regalato coloro che abbiamo ascoltato.
Non nasce dalla "cattedra" costruita da noi: è un insegnamento prezioso
che sta dentro questa lettura condivisa delle povertà. Ecco perché
continuamente dobbiamo ritornare a dar voce al loro lamento e ai
loro desideri. E qui sta tutto l'impegno sociale, politico che ha
accompagnato e si è espresso nel nostro operare. Non si può farsi
"accaparrare" da qualche interesse che non sia segnato da questo
desiderio onesto e trasparente di dare cittadinanza a queste storie
umane. E la cittadinanza è soprattutto di dignità. Qui vi sta la
sfida che abbiamo compiuto e che si dovrà continuare a compiere.
Ma tutto questo può continuare ad essere in tempi come questi solo
se non ci si fa prendere dalla "routine" del compito affidatoci,
se ci si lascia un po' "scomporre" e "rinnovare". La conversione
del cuore non è un compito che si fa una volta, è un percorso continuo,
quotidiano, bello e affascinante. Un'esperienza si indebolisce se
la si vuole possedere e rendere abitudinaria. Ecco perché anche
una realtà come la Caritas che è una "realtà di natura pastorale"
richiede di essere immessa in una domanda di novità.
Quando il Card. Tettamanzi afferma nella sua lettera alla Diocesi
che la Casa della Carità la vede come potenziamento e non come un
ridimensionamento lo ritengo davvero giusto e, se permettete, esaltante.
Per sostenere questo grosso impegno dovrò far ricorso a tutto quanto
ho imparato in questi anni, e sento di avviarlo non da solo ma in
un certo senso con tutti voi che avete condiviso questo cammino
con me in tutti questi anni.
Non solo obbedisco con gioia a questo nuovo mandato ma in un certo
senso avverto che non è un impegno individuale, ma è un mandato
che sento e avverto con don Massimo a servizio della chiesa diocesana
e della pastorale della carità.
Alla gioia si accompagna anche la sofferenza non tanto e non solo
legata alle cose fatte insieme e ora da lasciare perché queste le
potrò condividere ancora, promuovere insieme e forse con maggiore
fantasia e libertà ma per l'amicizia ricevuta e condivisa.
E per questo non può mancare e certamente non lo sarà il sentimento
e l'amicizia di un cammino comune che continua.
Don Virginio
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