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 Della vita non si fa mercato

E' questo il titolo del messaggio del Consiglio Episcopale permanente in occasione della XXV Giornata per la Vita che si celebra il 2 febbraio 2003.
Dopo aver ricordato che gli esseri umani non sono merce e che ci sono stati tempi, purtroppo non ancora finiti, in cui essere umani sono stati venduti e comprati, il documento afferma che: "Il progressivo riconoscimento dei diritti umani non ha estirpato completamente l'antica tendenza a considerare gli esseri umani come una semplice merce. A volte, anzi, si arriva a legittimare presunti diritti per sottomettere altri uomini secondo logiche di possesso, di potere e di sfruttamento. In molti angoli del mondo, in quelli più poveri come in quelli più ricchi, e in molti settori della vita la tendenza perdura, adeguandosi ai tempi e alle mode".
Questa affermazione credo interroghi molto il nostro operare. La persona umana non può mai essere considerata merce di scambio, anche sotto il profilo etico, culturale. Ho già avuto modo di ricordare che per realizzare un nuovo modello di stato sociale è necessario un impegno proprio a livello culturale, in cui è coinvolta la responsabilità delle persone.
E' necessario che cresca e si sviluppi una cultura e un'etica di responsabilità solidale, evitando però al contempo alcuni fraintendimenti.
Alcune volte certi atteggiamenti, apparentemente buoni, nascondono uno stile di relazione con i più deboli dove traspare un senso di superiorità: è come se si volesse quasi occupare, con i propri gesti, la realtà di vita della persona che chiede. I nostri atteggiamenti anche di aiuto, di concreta solidarietà, debbono portare con sé un appello al cambiamento, anzitutto nostro.
Non si "utilizzano i poveri", non si fanno diventare "cavie" dei nostri esperimenti di bontà. Così come non dobbiamo avanzare pretese nei confronti dell'altro: l'altro non deve diventare come noi, non deve adeguarsi al nostro modo di vivere o di pensare. A volte, pur animati da buone intenzioni, il nostro modo di esprimere solidarietà assume la forma di cattura o di omologazione dell'altro.
E' come se dicessimo: "Anche tu diventa come me e poi vedrai che ci relazioneremo meglio".
Si tratta però di modalità che costringono l'altro ad assumere identità che non gli appartengono. Ecco perché la scelta pedagogica della Caritas è rivolta primariamente al come si vive e si esprime coerenza di vita a livello personale e comunitario, più che a come si agisce.
La preoccupazione e l'attenzione non sono solo sul fare, ma anzitutto sull'essere. Inevitabilmente tutto ciò incide anche nell'impegno da condividere e far crescere nella società civile. La famiglia è la prima realtà ad essere coinvolta: essa non può e non deve rinchiudersi in se stessa. L'apertura agli altri è quindi una condizione e un presupposto importante che favorisce e promuove la dimensione relazionale.
E' utile, infatti, ricordare che sono senz'altro necessarie risposte articolate e competenti dove però l'efficienza non sia elemento predominante a scapito magari del rapporto interpersonale: la dimensione umana non va mai dimenticata. La differenza allora è data, ancora una volta, dalla capacità di stabilire buone relazioni con il prossimo e dall'appassionarsi alla storia della gente, soprattutto di coloro che sono i più deboli e che, apparentemente, non fanno la storia. Promuovere e difendere la vita vuol dire anche questo.

Don Virginio Colmegna

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