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Il dono della Pace 

Natale porta con sé il grande "dono" della pace.
La pace è Gesù, questo "bimbo che ci è dato", "l'Emmanuele, il Dio con noi".
L'attesa del Messia, come anche i profeti annunciavano, è inondata di pace, di pienezza, di riconciliazione. E' una pace che cambia i cuori, che raggiunge le persone, la natura, chiede e annuncia grandi speranze.
"L'agnello pascolerà con il lupo" (cfr. Isaia 11,6); "Si tramuteranno le lance in falci" (cfr. Isaia 2,4).
La pace ci riguarda dunque, è il cuore dell'annuncio del Natale. E' una pace che raggiunge i cuori e invita a entrare in una logica diversa nel considerare i rapporti con gli altri e con il male.
Giovanni Paolo II diceva nel messaggio per la giornata mondiale della pace del 1/1/2002 che il perdono va contro l'istinto spontaneo di ripagare il male col male e "solo nella misura in cui si affermano un'etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una politica del perdono, espressa in atteggiamenti sociali ed istituti giuridici nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano".
Dunque ripagare il male con il male non è una logica di giustizia.
L'etica e la cultura del perdono non sono solo riferiti al privato di ciascuno, ma debbono avere un rilievo pubblico, riguardano il modo e lo stile di vita nella società. E' dunque necessario liberarsi dalla cultura del nemico, dalla legittimazione di qualsiasi radice di odio, proprio perché l'altro non è e non può mai essere un nemico. E' necessario farsi carico del bene comune, di una cultura di pace talmente radicata nella coscienza da essere capace di mettersi nel mezzo del conflitto e di stare dalla parte delle vittime che subiscono ingiustizia, per poter partire da lì a tessere legami di giustizia e di pace.
Questa è la nonviolenza evangelica, che ascoltiamo spesso ma a cui forse non diamo tutta l'efficacia di segno che dovrebbe avere, tutta la rilevanza pedagogica. "Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori" (cfr. Mt 5,44), "Se uno ti percuote la guancia destra tu porgigli anche l'altra" (cfr. Mt 5,39): si tratta di "rituali retorici" o piuttosto indicano e richiedono un percorso nuovo da intraprendere con coraggio? Il rifiuto della logica della violenza è debole di efficacia storica, almeno così sembra, ma lascia tracce profonde di cambiamento. Partire dalla pace e dalla nonviolenza significa riqualificare l'impegno, la coerenza di vita, la relazione con gli altri. Prima ancora di manifestarlo in azioni esterne, il desiderio e la scelta di pace si fa cultura di vita, è nei nostri cuori. E' la scelta dell'amore, della civiltà dell'amore. E diventa anche una protesta nei confronti del male, attuata però non con i mezzi del male. E' urgente che il dilemma sempre presente della tragedia del male abbia una risposta che porta l'attenzione sull'amore. Non va cercata una spiegazione del male scissa dalla realtà dell'amore. Dio è carità. La carità è la realtà cardine, attiva, vivificante fin dal principio. Potremmo dire, con S. Paolo, che il male è il contesto drammatico in cui l'amore può esprimersi per rivelarsi pienezza di vita. Ma allora la sfida della pace ci proietta nella realtà della storia, ci mette nel mezzo: è l'unica che ci permette di capire che cosa è male e che ci fa camminare senza farci mancare la speranza del bene. Ecco perché un "mese della pace", ecco perché tante iniziative formative, di senso. Aiutiamoci davvero a capire e a discernere questa tensione per la pace come la grande speranza che questo Natale porta con sé.
E' un impegno anche culturale, che deve alimentare la scelta del rifiuto della guerra, promuovere scelte di non violenza, parlare alla società ricordando, ad esempio, che il detenuto è una persona e che il rapporto tra carcere e società va pensato per far crescere una nuova cultura della pena e della riabilitazione. E' la grande concretezza del messaggio del Papa come segno di riconciliazione. Un gesto di clemenza era stato invocato in occasione del Giubileo e rinnovato nel discorso al Parlamento italiano. La pace è una conferma di riconciliazione concreta.
Nel suo Messaggio per la celebrazione della giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2003, dedicato all'anniversario della Pacem in Terris, così scrive Giovanni Paolo II:
"A voler guardare le cose a fondo, si deve riconoscere che la pace non è tanto questione di strutture, quanto di persone. Strutture e procedure di pace - giuridiche, politiche ed economiche - sono certamente necessarie e fortunatamente sono spesso presenti. Esse tuttavia non sono che il frutto della saggezza e dell'esperienza accumulata lungo la storia mediante innumerevoli gesti di pace, posti da uomini e donne che hanno saputo sperare senza cedere mai allo scoraggiamento. Gesti di pace nascono dalla vita di persone che coltivano nel proprio animo costanti atteggiamenti di pace. Sono frutto della mente e del cuore di "operatori di pace" (Mt 5, 9).
Gesti di pace sono possibili quando la gente apprezza pienamente la dimensione comunitaria della vita, così da percepire il significato e le conseguenze che certi eventi hanno sulla propria comunità e sul mondo nel suo insieme. Gesti di pace creano una tradizione e una cultura di pace" (n. 9 - "Pacem in terris: un impegno permanente").
Natale è anche questa speranza.

Don Virginio Colmegna

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