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Promozione
Caritas parrocchiali
Continuiamo la nostra riflessione circa il sussidio "Promozione
Caritas parrocchiali" cercando di approfondire l'ambito della territorialità.
Il criterio territoriale stabilisce che tutte le forme di povertà
presenti sul territorio riguardano la comunità cristiana locale
e quindi la rispettiva Caritas in quanto organismo pastorale. La
Caritas non deve aspettare che qualcuno le dica di intervenire:
sa già di avere il dovere di trovare risposte ai bisogni, perché
ogni area di bisogno riguarda la Caritas. Questo non significa che
la Caritas deve fare tutto. Di solito c'è già qualcuno che fa qualcosa:
iniziative ecclesiali, iniziative istituzionali e altre iniziative
più libere e di volontariato in risposta ai bisogni: esse rappresentano
risorse che la Caritas deve valorizzare.
Altre iniziative si possono promuovere; il compito di coordinamento
si deve intendere non come un diritto da rivendicare; è invece un
servizio da offrire innanzitutto alle realtà ecclesiali, perché
la collaborazione sia segno di unione fraterna, ed è uno stile da
evidenziare anche nel rapporto con tutte le altre realtà sul territorio,
perché la cura per il povero sia al centro di ogni attenzione perché
tutti si faccia strada ai poveri senza fare strada per se stessi
(don Milani).
Nell'ambito di un percorso pastorale condiviso con tutte le diocesi,
la Caritas italiana ha precisato negli anni recenti le proprie modalità
di azione, tanto nelle emergenze come nella quotidianità. Proprio
il riferimento alla territorialità, ai suoi bisogni, alle sue risorse,
ha portato ad individuare e scegliere un metodo di lavoro sintetizzato
intorno allo schema: osservare, ascoltare e discernere.
Come evidenziato dalla stessa Caritas Italiana nelle linee guida
per il programma 2002-2003, si tratta di "un vero e proprio metodo
pastorale della comunità cristiana, capace di coniugare una lettura
sapienziale della realtà con lo stile e la cultura della pedagogia
dei fatti".
I tre verbi richiamano un'altra formula di più lunga tradizione:
vedere, giudicare e agire. La diversità delle espressioni scelte
è legata al contesto operativo della Caritas, che si trova in questo
caso meglio rappresentato. Ci sembra opportuno fermarci un po' meglio
su queste tre parole. Cominciamo, su questo numero con le prime
due: osservare e ascoltare.
Osservare
Il riferimento è al contesto del territorio. La Caritas come "organismo
pastorale" della comunità cristiana è legata in modo naturale alla
dimensione territoriale: la parrocchia e la diocesi sono, infatti,
collocate su di un territorio. Questo legame immediato è diventato
però scelta simbolica esplicita, capace di esprimere aspetti qualificanti
del ministero della Caritas oggi. Osservare il territorio significa
che tutte le persone che sono presenti sul territorio della parrocchia
riguardano la parrocchia stessa, siano esse battezzate o meno.
La comunità cristiana sa che ogni persona del suo territorio ha
diritto di essere evangelizzata e guarita, curata, risanata dalle
sue ferite, risollevata dai bisogni che gravano sulla nostra condizione
umana. Ogni povero, in questo senso, riguarda la chiesa; la Caritas
sa di essere a servizio della comunità cristiana perché essa possa
testimoniare la carità rispetto ad ogni povertà e possa prendersi
cura di ogni povero.
Questa apertura al territorio, questo legame stretto tra comunità
locale e il territorio che la definisce, è dovuto, quindi, alla
forma stessa che la comunità ecclesiale si è data in vista della
sua missione. Oggi, però, per la Caritas, questa scelta assume un'urgenza
particolare, legata alle condizioni sociali contingenti, in cui
i poveri rischiano di trovarsi collocati ai margini della vita sociale
con maggiore rapidità, resi come invisibili e, di fatto, ignorati.
Ci sono povertà, quelle delle grandi emergenze, per esempio, che
fanno notizia, che suscitano emozione e che attirano l'attenzione
di molti.
Ma ci sono altre povertà quotidiane di cui non si parla e le singole
persone che vivono un disagio di quel genere rischiano di non emergere
mai all'attenzione pubblica. La Caritas deve, quindi, farsi strumento
della comunità cristiana, perché essa si abiliti a cogliere i segnali,
anche i più deboli, che richiamano l'attenzione sulle povertà quotidiane.
La Caritas parla in questo senso di "abitare il territorio", di
"strade quotidiane della carità" e si propone la "sfida di collegare
emergenza e quotidianità" in un'unica attenzione di carità. Osservare
le povertà, ma anche osservare le risorse, quelle istituzionali
oppure quelle promosse dalla comunità cristiana o quelle più spontanee
nate dalla fantasia della carità di singoli o di gruppi di persone
motivate. Osservare le risorse è necessario perché esse, a volte,
sono presenti, ma spesso, nella complessità odierna, diventano difficilmente
riconoscibili e non immediatamente accessibili. Orientare chi è
nel bisogno verso una risorsa che può dare una risposta, così come
tutelare i diritti di accesso e facilitare l'accesso, è uno dei
servizi urgenti di cui la carità deve farsi carico oggi. Osservare
le risorse è, però, doveroso anche per la consapevolezza che coloro
che stanno vicino ai poveri nelle povertà quotidiane, rischiano
essi stessi di non fare notizia e persino di essere dimenticati.
Tutti coloro che sono vicini ai poveri, tanto nelle proprie case,
quanto nelle diverse realtà di servizio alla persone, così come
nelle istituzioni civili, devono, invece, sentire vicina la comunità
cristiana: una vicinanza convinta e, allo stesso tempo, esigente.
In questo compito di osservare le risorse si può inserire la responsabilità
di coordinamento che viene affidata alla Caritas.
Non si tratta di sovrintendere a realtà che, magari, hanno riferimenti
originariamente diversi e che, comunque, nascono da iniziative dove
la spontaneità e l'autonomia è e deve restare la forza propulsiva.
Si tratta invece di far incontrare le diverse istanze, farle conoscere
vicendevolmente, promuovere la stima reciproca e la reciproca valorizzazione.
In questo senso la Caritas fa coordinamento come chi svolge un servizio,
conoscendo e riconoscendo il carisma e la specificità di ciascuno,
valorizzando ogni realtà e ogni iniziativa nel contesto comunitario
sia ecclesiale che civile, promovendo, dove è utile e possibile,
la convergenza su obiettivi comuni. Scelta simbolica del compito
di osservare è la promozione per ogni Caritas diocesana di un "osservatorio
delle povertà e delle risorse". Diversi saranno i metodi e gli obiettivi
del compito di osservare se ci si pone al livello nazionale o al
livello diocesano o nel contesto della Caritas parrocchiale. Per
ogni articolazione della presenza della Caritas si deve, però, riscontrare
l'impegno di osservare il territorio di propria competenza.
Ascoltare
In ogni bisogno c'è una persona umana implicata e ogni povertà è
sempre espressione della condizione di una persona o di un gruppo
o di una comunità di persone, che chiedono, non solo aiuto, ma ascolto.
Ogni povertà è, infatti, un evento, collocato in una storia personale
e chiede che l'aiuto che si offre interagisca con quella storia,
la confermi negli aspetti positivi, la risollevi dalle cadute e
dia ad essa la speranza di uno sviluppo positivo. Non esiste una
povertà riconducibile ad un generico caso.
Ogni povertà ha un senso proprio: esso va ascoltato e, nella risposta,
va riconosciuto, approvato, confermato, purificato…evangelizzato.
Ascoltare è, quindi, un dovere perché nell'aiuto si entra e ci si
gioca in una relazione. Ogni povero è un appello e interpella la
persona e la società. Non si può ridurre la risposta ad un aiuto
materializzabile, che permetta di mantenersi neutrali, fuori da
ulteriori implicazioni. La povertà invoca una relazione e, nella
risposta, chi interviene deve giocarsi personalmente, compromettersi
con quella vicenda; deve "farsi prossimo" e istituire un legame
reale con la persona che incontra: non si dà solo un aiuto, ma ci
si schiera e ci si mette da quella parte; si professa e si testimonia
la propria fede dichiarando la propria visione sulla persona umana,
nel contesto di un evento concreto. Ascoltare, in questo senso chiede
disponibilità ad essere coinvolti; è il principio di una vocazione,
che chiede, a chi ascolta e risponde, di presentarsi con una propria
identità, con un volto.
Con un volto si presentano i poveri e un volto devono presentare
coloro che sono interpellati. Coloro che rispondono ai bisogni sono
chiamati a conversione; devono accettare di essere provocati ad
uscire dall'anonimato e a verificarsi sul loro "stile di vita",
perché non metta in imbarazzo i poveri e non sia umiliante per la
loro condizione; devono diventare "degni dei poveri", degni di farsi
loro prossimo, per riconoscere la dignità dei poveri stessi e celebrarla
nei gesti che esprimono il soccorso alla loro persona.
Ascoltare è, infine, un bene, perché nel povero, spogliato di ogni
bene, si manifesta la dignità originaria della nostra comune umanità.
Lo si vede dall'emozione, dalla commozione che accompagna l'incontro
con il povero. Nell'incontro col povero si compie un evento che
suscita sorpresa, indignazione, ribellione, iniziativa e infine
attrazione e fraternità nuova tra il povero e la persona che gli
è passata accanto. Se questa persona non era sensibile, l'incontro
col povero può costituire un evento sconvolgente, un'opera da ricondurre
direttamente allo Spirito santo.
Solo lo Spirito, infatti, può suscitare quella emozione prepotente
che è capace di vivacizzare la sensibilità di una persona già rassegnata,
di scaldare uno spirito tiepido, di gasare quello depresso, di sciogliere
quello imbranato, di raccogliere le energie disperse dello svagato
e di concentrarle su di un gesto sintetico, appassionante, coinvolgente
di carità. Si ascolta quindi il povero e la sua storia, ma si ascolta
anche ciò che capita in noi e ciò che si smuove in noi dall'evento
dell'incontro col povero.
Lo si ascolta e lo si confronta con la parola di Dio, con la tradizione
di carità della chiesa, con altre persone che hanno fatto una simile
esperienza, con chi è scientificamente competente, con la sapienza
della cultura popolare, perché si possa comprendere il senso e l'appello
di quell'incontro. E' qui, nell'ascolto, che si radica, trova senso
e contenuto "la funzione prevalentemente pedagogica" della Caritas.
Atto simbolico è la costituzione dei "centri di ascolto":
essi non sono solo luogo di raccolta di domande ed elenchi di bisogni.
I poveri stessi andranno educati: a volte essi stessi hanno perso
la speranza che qualcuno si interessi alla loro storia e al senso
della loro condizione. Vanno educati a crederci, a non chiedere
solo cose, ma a riconoscere, piuttosto, che quella povertà è un
appello per loro stessi, per la loro speranza, per la loro conversione.
Si fa ascolto, però, in ogni azione e non solo nei Centri di ascolto.
Chi, per esempio, viene a ritirare gli abiti distribuiti dal guardaroba
della parrocchia deve sentirsi ascoltato, ma anche chi viene ad
offrirli deve andare via dopo avere trovato il modo di comunicare
il senso di quella decisione.
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