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Tempo di vacanze, tempo di riposo. Per molti è occasione per fermarsi
a riflettere, magari ritirandosi in qualche luogo significativo;
per altri invece è occasione per viaggiare, conoscere realtà e persone
nuove, magari anche geograficamente molto lontano da noi. Per tanti
è un tempo uguale agli altri, contrassegnato dalla sofferenza, dalla
malattia, dalla fatica del "tirare sera", dal vuoto e addirittura
dal non senso. Per tutti vorrebbe essere un tempo "buono", una boccata
d'ossigeno da respirare a pieni polmoni, per poi ripartire con maggiore
impegno. C'è però un rischio di cui dobbiamo essere consapevoli,
dovuto ai tempi non facili che stiamo vivendo, in cui siamo circondati
da notizie ogni giorno più drammatiche: terrorismo, violenza, torture.
Il rischio è quello di pensare al tempo della vacanza come alla
possibilità per fuggire da tutto questo, il tempo dell'illusione,
del "non pensare". Al contrario potrebbe essere invece l'occasione
per domandarsi seriamente, con più pacatezza, come vivere responsabilmente
la storia in cui siamo inseriti. A questo proposito qualche settimana
fa il Card. Martini scriveva alcune cose interessanti in un articolo
intitolato proprio "Timori e speranze". Egli rileva che ci troviamo
di fronte a qualche cosa di nuovo che ci sconvolge, ci confonde
e ci impaurisce. Invita però a ricordare anche le parole di Gesù,
che si possono sintetizzare in quel "non affannatevi" ripetuto più
volte (Mt 6,25.31.34).
"Ma queste esortazioni - continua il Card. Martini - hanno anche
un senso più generale e accessibile a tutti al di fuori anche di
una scelta di fede. Mi sembra infatti che esse ci invitino a distinguere
anzitutto fra terrore panico, paura che taglia le gambe, timore
ossessivo, e al contrario atteggiamenti come la prudenza, la vigilanza,
la padronanza di sé. E' chiaro che i primi tre atteggiamenti fanno
il gioco del nemico, qualunque esso sia."
A fronte di queste considerazioni nasce un richiamo e un invito
molto preciso, che dovremmo cercare di fare nostro: l'invito è quello
a essere uomini saggi, senza i quali è in pericolo il futuro del
mondo, come ammonisce la costituzione pastorale Gaudium et spes
(cfr. n. 15).
La saggezza del cristiano è quella di chi sa "che il futuro è
nelle mani di Dio e sa quindi guardare con sofferenza e senso di
responsabilità ai mali del presente. Non fa ricorso alla sua fede
per sostituire la fatica dell'intelligenza, per nascondersi pigramente
dietro a soluzioni precostituite. Possiamo dire che la fede in questo
nostro contesto è chiamata a non essere negligente e passiva, evitando
il ricorso sbrigativo a norme e modelli già pronti".
Credo sia un richiamo molto importante questo per il tempo che viviamo
così come mi pare significativa la considerazione conclusiva del
Card. Martini nel suo articolo. Egli infatti invita a non cadere
in un errore che è invece molto ricorrente: quello di vedere tutto
nero e di non saper più operare delle distinzioni. Nel mondo non
ci sono solo crudeltà e violenza, anche se sentiamo parlare spesso
solo di questo. Ci sono anche molte realtà positive, che dobbiamo
imparare a vedere e a scoprire. Anche vicino a noi ci sono molte
persone, giovani e meno giovani, che cercano di vivere il loro quotidiano
impegno professionale e famigliare con coerenza e responsabilità,
animate da un desiderio di pace e riconciliazione, in modo nascosto
ma controcorrente e a volte coraggioso. Molto spesso accade che
si conoscono figure significative quando, magari in modo tragico,
vengono a mancare. Pensiamo ad esempio alla figura di Annalena Tonelli,
uccisa in Somalia il 5 ottobre 2003, dopo aver consacrato la vita
ai poveri. Nel novembre 2001 partecipò in Vaticano ad un convegno
sul volontariato portando la sua testimonianza. Ne riportiamo alcuni
significativi stralci:
Sono nata in Italia nel 1943. Lavoro in sanità da trent'anni
ma non sono medico. Lasciai l'Italia a gennaio del 1969. Da allora
vivo a servizio dei Somali. … Scelsi di essere per gli altri: i
poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, che ero una
bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino
alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null'altro
mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci
una scelta di povertà radicale … anche se povera come un vero povero,
i poveri di cui è piena ogni mia giornata, io non potrò essere mai.
… Credevo di non poter donarmi completamente rimanendo nel mio paese
… i confini della mia azione mi sembravano così stretti, asfittici
… compresi presto che si può servire e amare dovunque, ma ormai
ero in Africa e sentii che era Dio che mi ci aveva portata e lì
rimasi nella gioia e nella gratitudine. …. …Il dono più straordinario,
il dono per cui io ringrazierò Dio e loro in eterno e per sempre,
è il dono dei miei nomadi del deserto. Mussulmani, loro mi hanno
insegnato la FEDE, l'abbandono incondizionato, la resa a Dio, una
resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata
in Dio, una resa che è fiducia e amore. I miei nomadi del deserto
mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare
nel nome di Dio. Ci si alza nel nome di Dio, ci si lava, si pulisce
la casa, si lavora, si mangia, si lavora ancora, si studia, si parla,
si fanno le mille cose di ogni giornata, e finalmente ci si addormenta:
TUTTO nel nome di Dio. La consuetudine del nome di Dio ripetuto
incessantemente che già aveva sconvolto e affascinato la mia vita
con i racconti del pellegrino russo prima della mia partenza, ha
trasformato la mia vita permanentemente. Rendo GRAZIE ai miei nomadi
del deserto che me l'hanno insegnato. Poi la vita mi ha insegnato
che la mia fede senza l'AMORE è inutile, che la mia religione cristiana
non ha tanti e poi tanti comandamenti ma ne ha uno solo, che non
serve costruire cattedrali o moschee, né cerimonie né pellegrinaggi…
che quell'Eucaristia che scandalizza gli atei e le altre fedi racchiude
un messaggio rivoluzionario: "Questo è il mio corpo fatto pane perché
anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini, perché se non
ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, mangi la tua condanna".
Quando sentiamo o leggiamo esperienze come questa ci capita di pensare
che il martirio, la santità, non sono per noi, senza considerare
che siamo chiamati a vivere in coerenza con il battesimo che abbiamo
ricevuto.
"Se il battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso
l'inserimento in Cristo e l'inabitazione del suo Spirito, sarebbe
un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all'insegna
di un'etica minimalistica e di una religiosità superficiale" (lettera
apostolica Novo Millennio Ineunte, n. 31)
Spesso ci dimentichiamo che non ci si improvvisa martiri e santi
ma giorno per giorno dobbiamo essere testimoni, assumendo responsabilmente
ciò che ci è offerto da vivere.
Mi tornano alla mente alcune parole significative di una donna nata
e vissuta in Francia di cui ricorre quest'anno il centenario della
nascita: Madeleine Delbrel (1904-1964).
A 20 anni si converte e da quel momento tre realtà inseparabili
orientano la sua vita: il Vangelo, la Chiesa, il prossimo. Esercita
la professione di Assistente sociale ad Ivry, cittadina operaia
e marxista alla periferia di Parigi, come delegata del Servizio
sociale del Comune. Fu una missionaria senza mai partire, collaborando
con uomini e donne che vivevano totalmente fuori da ogni fede cristiana.
In uno dei suoi molti scritti così si legge:
"Il tempo dei martiri va e viene, ma il tempo dei testimoni dura
incessantemente, e testimoni vuol dire martiri. Questa incarnazione
della Parola di Dio in noi, questa docilità a lasciarci modellare
da essa è quel che chiamiamo testimonianza. Se la nostra testimonianza
è spesso così mediocre è perché non comprendiamo che per essere
testimonio occorre lo stesso eroismo che per essere martire. Padre
De Foucauld scriveva: vivere oggi come se dovessi morire martire
stasera" (cfr. "Noi delle strade").
Viviamo allora questo tempo di vacanza come occasione preziosa per
riprendere coraggio, per vivere il nostro quotidiano in modo creativo,
imparando ad essere attenti a ciò che accade intorno a noi e scoprendo
che ogni giorno siamo chiamati a "dare la vita". Questa preghiera
di Madeleine Delbrel, tratta dal testo "La gioia di credere", ci
aiuti a ripartire con questo spirito. La passione, la nostra passione,
sì, noi l'attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente
intendiamo viverla con una certa grandezza. Il sacrificio di noi
stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora. …
La passione, noi l'attendiamo, ed essa non viene. Vengono invece
le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno
lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci
senza la nostra gloria. Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti, è l'autobus
che passa affollato, il latte che trabocca … Sono gli invitati che
nostro marito porta in casa e quell'amico che, proprio lui, non
viene; è il telefono che si scatena; quelli che noi amiamo e non
ci amano più; è la voglia di tacere e il dover parlare; è la voglia
di parlare e la necessità di tacere; è voler uscire quando si è
chiusi e rimanere in casa quando bisogna uscire; è il marito al
quale vorremmo appoggiarci e che diventa il più fragile dei bambini;
è il disgusto della nostra parte quotidiana; è il desiderio febbrile
di tutto quanto non ci appartiene. Così vengono le nostre pazienze,
in ranghi serrati o in fila indiana, e dimenticano sempre di dirci
che sono il martirio preparato per noi. E noi le lasciamo passare
con disprezzo, aspettando per dare la nostra vita un'occasione che
ne valga la pena. Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami
che si distruggono col fuoco, così ci sono tavole che i passi lentamente
logorano e che cadono in fine segatura. Perché abbiamo dimenticato
che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci sono
fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli
che li indossano. Ogni riscatto è un martirio ma non ogni martirio
è sanguinoso: ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della
vita. E' la passione delle pazienze.
Rosaria Arioldi
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