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Di questi tempi parlare di bellezza sembra
decisamente fuori luogo: quanto accade nel mondo non consente di
pensare alla bellezza.
Violenza, guerra, intolleranza, vicino e lontano da noi, sembrano
dirci che alcuni vocaboli non hanno più diritto di cittadinanza.
Forse però dobbiamo riconoscere che ci sono alcune parole che si
prestano a significati diverse e che richiedono di essere comprese.
Già qualche anno fa il Card. Martini con la sua lettera pastorale
"Quale bellezza salverà il mondo?" ci aveva sollecitato ad
interrogarci su questo tema e proprio i tempi che viviamo ci dicono
quanto questa riflessione sia importante.
Anche per la tradizione caritativa la sfida della bellezza è centrale
per superare l'impostazione pietistica e sostanzialmente "da
marginalità".
La povertà è in genere simbolo e segno di tristezza, non vi si concentrano
beatitudine e bellezza. Troppo spesso curare significa concedere
qualcosa, con il rischio che diventi un percorso che ci separa dai
poveri, restituendoci un senso di superiorità senza ascolto vero
dell'altro. Anche la relazione di cura però deve avere al centro
la dignità della persona, la dinamica bella della sorpresa e del
gusto della creatività. Curare allora vuol dire custodire uguaglianza
e dignità, inventare spazi di vita e di comunicazione.
La bellezza riguarda anche gli spazi: come viene curato un luogo
dice anche uno stile. Uno spazio curato, bello, può consegnare una
parola di speranza. E' importante poi evidenziare anche il legame
tra bellezza e libertà.
Non si cura restringendo e occupando la libertà degli altri, imponendo
e non accettando il valore e il bello della diversità. A volte anche
noi facciamo come Simone, il fariseo (cfr. Lc 7,36 - 50): prendiamo
le distanze, o meglio non capiamo. Ci fermiamo alla superficie e
ci scandalizziamo.
Davanti al gesto della donna peccatrice che lava i piedi di Gesù
con le sue lacrime e li asciuga con i suoi capelli, cospargendoli
poi di prezioso profumo, Simone non capisce e giudica. Dobbiamo
invece andare a scoprire e saper cogliere il bello e il buono che
sta in ciascuno, nel suo volto, nella disponibilità a commuoverci
e a farci coinvolgere.
La nostra stessa fede è qui messa alla prova e le nostre azioni,
i nostri gesti dicono la nostra stessa fede: una fede che calcola,
che non si abbandona e che finisce per possedere delle certezze
che giudicano, crea delle barriere, non permette più di avere occhi
per vedere, e possibilità di farsi coinvolgere con tutta la propria
persona. E' il legame tra fede e opere a cui ci richiama Giacomo
e che non è automatico. I gesti della donna, della peccatrice, dicono
la sua sconfinata fiducia nella fedeltà di Dio, nel suo amore.
E' questa fede che la salva. La sua storia non solo è perdonata
ma diventa motivo di fiducia per tutti. E' dunque la bellezza dell'amore
che salva il mondo, l'amore che sa anche condividere il dolore.
Una bellezza che si può quindi ritrovare anche in un corpo segnato
dalla sofferenza, perchè è la bellezza di chi ama e di chi è amato.
Bellezza che si può e si deve riscoprire anche nella quotidianità,
nella semplicità dei piccoli gesti che permettono di non essere
astratti, nel rispetto della dignità di ciascuno, secondo quanto
richiamato dal Card. Martini nella sua lettera pastorale sopra citata:
"Condividere il dono della Bellezza significa inoltre vivere
la gratuità dell'amore: la carità è la Bellezza che si irradia e
trasforma chi raggiunge. Nella carità non c'è rapporto di dipendenza
fra chi dà e chi riceve, ma scambio nella comune partecipazione
al dono della Bellezza crocifissa e risorta, dell'Amore divino che
salva. Va allora riscoperto il valore dell'altro e del diverso,
inteso sul modello delle relazioni vicendevoli delle tre Persone
divine: non l'altro come concorrente o dipendente, ma come ricchezza
e grazia nella diversità".
Don Virginio Colmegna
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