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 Oltre l'apparenza

Il Signore rispose a Samuele:
"Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore" (1Samuele 16,7).
Samuele è alla ricerca di colui che è stato scelto dal Signore per essere re. Si può dunque pensare che stia cercando un giovane con requisiti tali che, secondo la logica umana, gli permettano di assolvere dignitosamente il compito a cui è stato chiamato. Presumibilmente quindi Samuele sta cercando un giovane imponente, forte, capace di incutere un certo timore, in grado di lottare, determinato. Così la pensa Iesse, che gli presenta i suoi sette figli come candidati in ordine di età. Il Signore però fa subito capire a Samuele che la sua ricerca si deve fondare su parametri diversi: "io non guardo ciò che guarda l'uomo". Alla fine la scelta cadrà sul più piccolo di questi figli, Davide, che non era stato nemmeno presentato perché era solo un ragazzo. Queste parole del Signore valgono anche oggi: ci invitano ad affinare il nostro sguardo e a saper andare al di là di ciò che è immediatamente evidente e può condizionare il nostro agire. Questa considerazione potrebbe assumere un tono di retorica quando, ad esempio, ci incontriamo con la realtà della disabilità, di cui si parla nelle pagine di questo inserto.

L'esperienza di Henri Nouwen
Singolare a questo proposito è stata l'esperienza di Henri Nouwen, sacerdote olandese, morto nel 1996 a 64 anni, autore di molti testi di spiritualità. Nella sua vita ebbe modo di vivere varie esperienze, tra loro molto diverse. Ad esempio all'inizio del suo ministero fu pastore nelle miniere, cappellano dell'esercito, divenne poi professore universitario: passò alcuni periodi di silenzio in un monastero trappista e per breve tempo visse anche in Perù, tra i più poveri, per verificarsi in ordine ad una eventuale vocazione missionaria.
Fu però l'incontro con Jean Vanier e con la comunità dell'Arca, da lui fondata per l'accoglienza dei disabili, che cambiò radicalmente la sua vita, rivelandosi quindi fondamentale per la propria esperienza di uomo e di pastore. Smise di insegnare e dopo un anno sabbatico accettò di diventare pastore di una comunità dell'Arca, in Canada. In particolare fu chiamato ad occuparsi di un uomo gravemente disabile, che necessitava di essere accudito in tutto.
Ebbe poi modo di raccontare in uno dei suoi testi come quest'uomo fu per lui amico, insegnante e guida. Questa condivisione di vita lo portò, infatti, a scoprire una realtà diversa da quella che si era immaginata e cioè che i più piccoli, i più deboli sono portatori della gioia, quella vera, che non fa rima con successo, popolarità, potere, ma piuttosto con semplicità, verità.
L'incontro con i disabili rappresentò la possibilità dell'incontro con l'essenziale: ad essi non importavano i titoli accademici o ciò che uno era stato capace di fare. Ciò che interessava loro era la relazione personale con l'altro.

Presenze dirompenti
L'incontro con loro risulta essere però dirompente perché nella loro persona risulta immediatamente evidente e tangibile ciò che è proprio della condizione umana e che tutti cercano di nascondere: essi evocano, infatti, la fragilità, denunciando il limite della condizione umana. Diventano così segno di contraddizione, per qualcuno anche di scandalo. La loro stessa vita si scontra con un mondo dove la bellezza esteriore risulta fondamentale e si è portati a censurare i propri limiti: essi però sanno rimandare a ciò che è davvero importante nella vita, rivelando l'essenza e la realtà vera della persona, il suo valore ontologico.
Per questo diventano testimoni privilegiati di umanità: testimoniano, infatti, il grande valore che ha la vita in sé, al di là della condizione fisica, sociale od economica, costringendo, al contempo, a misurarsi con il limite e la fragilità, che appartengono alla natura umana. La povertà dell'altro, il suo bisogno, il suo dover dipendere dagli altri, smascherano l'individualismo che illude l'uomo, facendogli credere di essere autosufficiente.
Proprio per questo i poveri danno fastidio e si cerca allora di evitare che vengano a scombinare le nostre sicurezze. Ci ricordano che siamo esseri limitati, anche se oggi il mondo della scienza e del progresso tecnologico tenta di esorcizzare il senso del limite. E' proprio in questo contesto che nei confronti del debole non ci sono grosse possibilità di scelta: o si solidarizza, il più delle volte però nell'ottica di una pietà che mantiene le distanze, o si attua il rifiuto e quindi la negazione.

Presenze evocatrici
Accettare l'altro così come è, con il suo limite, apre a nuovi scenari: il suo limite non temporaneo ma strutturale evoca la dignità della persona, che non conosce condizionamenti di sorta. I più deboli sanno quindi rivelare profondamente ciò che l'uomo veramente è e cioè che la persona vale per quello che è e non per quello che ha o sa fare.
La Costituzione conciliare sulla Chiesa nel mondo contemporaneo "Gaudium et spes", ci ricorda che "l'uomo vale più per quello che è che per quello che ha" (cfr. n. 35).
Questa è stata la sconvolgente scoperta di Nouwen: tutto ciò che aveva cercato nello studio e nel mondo universitario gli apparve in un modo del tutto inaspettato e forse anche per questo più sorprendente. A volte corriamo il rischio di rimanere ingabbiati nei nostri schemi e nei nostri modi di vedere, che non ci permettono di cogliere la profondità e la ricchezza di ciò che ci circonda. Il Signore invita anche noi a purificare il nostro sguardo, ad andare al di là dell'evidenza, che a volte appare anche incomprensibile, accettando la sfida di cambiare il nostro orizzonte e i nostri parametri di lettura. L'augurio è quello di imparare a vedere con gli occhi del cuore, come ci suggerisce anche questo racconto tratto dalla raccolta di Bruno Ferrero, "A volte basta un raggio di sole":
"Il giorno era cominciato male e stava finendo peggio. Come al solito, l'autobus era molto affollato. Mentre venivo sballottata in tutte le direzioni, la tristezza cresceva. Poi sentii una voce profonda provenire dalla parte anteriore dell'autobus: "Bella giornata, non è vero?". A causa della folla non riuscivo a vedere l'uomo, ma lo sentivo descrivere il paesaggio primaverile, richiamando l'attenzione sulle cose che si avvicinavano: la chiesa, il parco, il cimitero, la caserma dei pompieri. Di lì a poco tutti i passeggeri guardavano fuori dal finestrino. L'entusiasmo era così contagioso che mi misi a sorridere per la prima volta nella giornata. Arrivammo alla mia fermata. Dirigendomi con difficoltà verso la porta, diedi un'occhiata alla nostra guida: una figura grassottella con la barba nera, gli occhiali da sole, con in mano un bastone bianco. Era cieco! Scesi dall'autobus e all'improvviso tutta la mia tensione era svanita. Dio nella sua saggezza aveva mandato un cieco che mi aiutasse a vedere: a vedere che, sebbene a volte le cose vadano male, quando tutto sembra scuro e triste, il mondo continua ad essere bello".

Rosaria Arioldi

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