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L'obiettivo che
ci si è posti per questo anno pastorale è quello di una riflessione
sul volontariato o meglio sulle scelte gratuite di prossimità. La
scelta della prossimità si colloca anzitutto all'interno del percorso
che la Chiesa Ambrosiana sta compiendo sul tema della missionarietà.
Le nostre comunità sono ricche di molteplici attività di servizio
immediato alle persone in condizioni di bisogno, servizi promossi
dalle stesse Caritas e dalle parrocchie. Su questo tipo di servizi
che potremmo definire di prossimità si è voluto concentrare l'attenzione,
sempre con l'obiettivo di radicare le Caritas sul territorio e di
promuovere la carità quotidiana. Ci possiamo chiedere allora come
rileggere il nostro compito di animatori della carità per incarnare
sempre più uno stile di prossimità?
1. La tensione contemplativa
Innanzitutto vi è una dimensione contemplativa di Caritas, in cui
lo stile della Caritas, del responsabile, dell'animatore Caritas
è quello di una prossimità che ha come sfondo l'orizzonte approfondito
nella relazione.
L'operatore Caritas, infatti, è uno che ha il gusto del contemplare,
del pregare, dell'invocare, dell'intercedere, come quel Samaritano
che ha saputo vedere e contemplare in quel povero una chiamata del
Signore per lui, perché si facesse prossimo: l'ha caricato sul suo
asino, l'ha lasciato alla locanda, gli ha detto che sarebbe ritornato.
Vive, pertanto, un'educazione alla preghiera che è sollecitata dalla
prossimità e sa anche chiudersi nella sua stanza per incontrare
il Signore.
Non può non invocare, arrabbiarsi, protestare finché quella relazione
di prossimità che vive rimane soltanto una relazione di aiuto degli
altri e non diventa una condivisione reale dentro la sua storia.
Qualche volta si percepisce un senso di impotenza, di difficoltà,
ma occorre educarsi anche a non sentirsi onnipotenti e quindi saper
magari dire dei no, dire che non ce la si fa. Anche nella preghiera
si deve portare la propria impotenza per saper accogliere i propri
limiti. Dobbiamo vigilare per non essere vinti dall'assistenzialismo
imperante e dalla tentazione della delega. C'è una dimensione contemplativa
da riscoprire, accettando anche una contemplazione attraversata
dalla fatica della prossimità, dell'incontro. Dobbiamo saper consegnare
questo anche alle nostre comunità.
2. Il principio di territorialità
Una grossa consapevolezza ecclesiale si esprime nella scelta di
abitare il territorio: le vie, i caseggiati, l'andare nelle famiglie.
Tale dimensione di abitare il territorio è avvertita soprattutto
dalla scelta pedagogica della Caritas che ha l'opzione di respirare
con il cammino delle Parrocchie, di condividere l'esperienza della
Chiesa locale sul territorio. E' la Caritas che vede le attese di
prossimità delle fasce deboli - di quelli che gridano e sono lì
soli - che fa avvertire l'importanza del territorio, perché di solito
della città grande o della città piccola ne parlano spesso quelli
che poi abitano poco su quel territorio o che possono andare via
da quel territorio.
La Caritas costruisce dei legami di prossimità con la gente, magari
con l'anziano cronico che non ce la fa più, e allora il territorio,
per i legami di prossimità che ha stabilito, si pone il problema
del futuro di quest'anziano per non renderlo anonimo nei suoi aspetti
di cronicità e dimenticarlo totalmente. C'è una forte capacità di
evocare il territorio in questa scelta, in questa esperienza ecclesiale
di appartenenza per cui quell'anziano ormai cronicizzato, solo,
senza reti parentali e di amicizia diventa una persona che appartiene
alla vicenda ecclesiale.
3. L'operosità che trasforma la socialità
La scelta del territorio, anche in una società globale, diventa
importante nell'esperienza ecclesiale di Chiesa locale.
Si ribadisce la scelta, non ideologica, della Parrocchia pur con
tutte le difficoltà, una scelta che legittimerà poi anche chi, non
stando sul territorio, fa esperienze di gestione, di accoglienza.
Se questo territorio diventa anonimo, sempre più distante, dove
uno viene quasi aziendalizzato, o diventa uno che deve semplicemente
comprare servizi, dove la libera scelta diventa una proprietà individuale,
dove anche la scelta di tenersi un anziano in casa diventa un dramma
e un problema anziché una risorsa, allora i servizi di prossimità
sono un modo concreto e operoso di abitare il territorio.
La pressione delle singole persone, dei casi singoli che per noi
sono volti, storie e altro, pone al sociale - nel senso dell'istituzione
sociale - il problema del riconoscimento della dignità delle persone.
Oggi vengono elaborati degli statuti, dei documenti che affermano
la centralità della persona, della famiglia, ma, dopo l'affermazione
di principio, si procede a prescindere da questa realtà fondante.
I principi di personalizzazione, tipici anche dell'essere Caritas,
devono immettere nel sociale quell'operosità che riconosce come
ogni storia deve riguardare tutti. La dinamica operosa delle concretezze
deve comprendere l'incisività di chi sa che così sta intervenendo
per trasformare il sociale.
"Sperare tutto per amore è folle leggerezza e ottimismo, sperare
tutto per amore è la forza grazie a cui un popolo e una Chiesa possono
risollevarsi. Questo è il nostro compito: sperare così incondizionatamente,
così che la nostra speranza sia una forza per l'amore dell'altro"
(D. Bonhoeffeur, Scritti).
La prossimità ha insita questa dimensione di speranza e di futuro.
La scelta dei servizi di prossimità non è una scelta di riduzione
dell'operosità, né di ripiegamento su azioni dove si trova facile
consenso; è invece quella di ridare senso all'operosità come da
sempre ha suggerito anche la tradizione cristiana, che nella concretezza
del particolare ha dentro tutte le dimensioni globali.
Non si parla di servizi di prossimità perché vi è una crisi sociale
e quindi si è costretti a dare, a inventare qualcosa, ma si suscitano
sempre nuovi servizi perché la relazione con l'altro è fondante
e decisiva e apre nuove intuizioni e nuovi spiragli di speranza.
Don Virginio Colmegna
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