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La Caritas e la realtà del carcere La situazione
del carcere, come risaputo, è esplosiva. Il sovraffollamento e la
presenza di persone tra le più povere sono i due campanelli di allarme
più evidenti. L'impegno della Caritas rispetto alla realtà del carcere
va inquadrato in un contesto più ampio che basa sull'interrogarsi
intorno al senso della pena, non necessariamente intesa come detentiva.
L'appello del Papa
Nella sua recente visita al Parlamento Italiano, tutti ricordano
che il Santo Padre ha richiesto un gesto di clemenza per i detenuti:
"un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della
pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che
non mancherebbe di stimolarne l'impegno di personale ricupero in
vista di un positivo reinserimento nella società". In altre parole,
egli ci ha ricordato che, di fronte ad una persona che, attraverso
il reato, ha voluto chiamarsi fuori dalla società, la clemenza può
essere un modo per stimolare la volontà di tornare ad esserne parte
in modo positivo. Questo appello può essere considerato complementare
rispetto a quello che era stato elevato nell'anno 2000. In quell'occasione
giubilare, infatti, la richiesta di clemenza scaturiva dalla constatazione
di sempre che la giustizia umana è per natura limitata e che quindi
anche il fare giustizia di un atto ingiustamente compiuto porta
con sé un limite. Si potrebbe così sintetizzare: la richiesta giubilare
ricordava che, senza la clemenza, non si può fare veramente giustizia
dell'ingiustizia compiuta. Con il richiamo odierno si aggiunge un
ulteriore passaggio: la giustizia che passa anche attraverso la
clemenza può dare buoni frutti. Come si vede, è un impianto rivoluzionario
rispetto al nostro modo di pensare e agire.
Che cosa significa "fare giustizia"?
Se qualcuno di noi dovesse disegnare la giustizia, ricorrerebbe,
quasi sicuramente, alla bilancia: una bilancia che, razionalmente,
pareggi i conti tra male inflitto e male, di conseguenza, da subire.
L'uso spontaneo di questa icona ci dice almeno tre cose:
- la parola giustizia ci richiama ad un reato compiuto;
- siamo persuasi che esista sempre un ingiusto da punire; e noi
siamo, generalmente, i giusti;
- la convinzione che sia possibile annullare un reato attraverso
la retribuzione di tanto male quanto è stato compiuto.
Quando immaginiamo la bilancia dobbiamo riconoscere, però, che rendere
"male per male" non rappresenta un passo verso il bene.
Che cosa significa ricercare la sicurezza
Negli ultimi anni, il tema della sicurezza ha visto notevole attenzione
da parte delle comunicazioni dei politici di quasi ogni schieramento,
persuasi che non vi sia come partire dalle paure diffuse e promettere
di risolverle per acquisire consenso elettorale. In nome della sicurezza
sono state attuate politiche di aumento di durata delle pene, ma
questo modo di affrontare la sicurezza ignora alcune questioni importanti
che qui accenno brevemente. L'insicurezza è una condizione umana
del tutto insuperabile, che chiede di essere attraversata: in altre
parole, dobbiamo imparare a fare i conti con il fatto che non sappiamo
quando potrà succederci di ammalarci, di ferirci e di morire, piuttosto
che immaginarci che potremo evitarlo. Va detto che i fenomeni criminali
cui si è dato più risalto (quali i fatti della Val Chiavenna, di
Novi Ligure, di Leno, di Cogne) e che contribuiscono a farci più
paura non superano il centinaio annuo e sono, purtroppo, nella loro
vicinanza con la patologia, sostanzialmente imprevedibili, se non
attraverso la prevenzione delle patologie psichiatriche, sulle quali
la minaccia della pena non incide. Riferendoci agli altri reati,
poi, dobbiamo aggiungere che è convinzione comune tra gli studiosi
che la maggiore durata delle pene non abbia alcuna possibilità di
incidere sul numero e sul tipo dei reati compiuti. Per limitare
i reati bisognerebbe colpire al cuore la criminalità, là dove i
sistemi criminali si incontrano con quelli economici legali: l'attività
di produzione e accumulo di ricchezze occulte andrebbe stroncata
e non certo condonata. Si aggiunga, poi, che i sistemi criminali
hanno una particolare capacità di reclutare nelle loro fila le persone
più povere e deboli che hanno meno opportunità di scelte di vita.
Ne consegue che una prevenzione delle carriere criminali può essere
ottenuta mediante la diminuzione delle povertà e del disagio: sviluppando
formazione, servizi sociali, tutele dei redditi e opportunità lavorative
fruibili da tutti i cittadini. Si tenga conto che circa il 40% dei
detenuti non ha nemmeno la terza media e un altro 40% la raggiunge
appena.
Verso quale pena è possibile andare
Se cerchiamo di immaginare la pena quale opportunità per rivalorizzare
il rapporto tra l'autore del reato e la società, dovremo trovare
strumenti che restituiscano la cittadinanza al reo, piuttosto che
limitarla. La pena detentiva si basa sulla privazione della libertà
e delle responsabilità, ma nessuna educazione può esistere se non
attraverso la liberazione e la capacita di assumersi le responsabilità.
La pena detentiva poi non soddisfa l'esigenza di limitare i reati
in tutti quei casi in cui essi sono frutto di un calcolo economico:
i luoghi nevralgici dei sistemi criminali sono economici e possono
essere combattuti con sanzioni inerenti a questo ambito. Si tratta,
allora, di ampliare le sanzioni amministrative (per limitare la
redditività dei reati finanziari) e, nel contempo, di condannare
ad attività che obblighino il mantenimento e l'assunzione di responsabilità.
I vincoli verso la propria famiglia, i lavori di pubblica utilità
e la formazione di sé sono strumenti fondamentali per porre l'autore
del reato in una nuova relazione con la società nel suo complesso.
In diversi paesi europei, vi sono già in atto diverse pene che vengono
comminate direttamente dal giudice che non sono detentive, con livelli
di criminalità non particolarmente diversi dai nostri, ma con livelli
di recidiva (cioè del ritorno al reato) molto più limitati. Il carcere
dovrebbe servire come misura limitata a contenere le manifestazioni
di violenza incontenibile. Questo tipo di pena, poi, è quello che
consente una maggiore attenzione a chi i reati li ha subiti: infatti
costringe il condannato ad assumersi delle responsabilità precise
verso sé e gli altri (contrariamente al carcere dove tutta la responsabilità
è negata dalla privazione della libertà).
Che cosa succede oggi in carcere
La scelta che si sta facendo è invece quella di aumentare l'utilizzo
del carcere. La popolazione delle carceri è composta in gran parte
da persone a bassissima scolarità, che prima della detenzione vivevano
emarginate, spesso tossicodipendenti. Si assiste poi ad una preoccupante
crescita degli stranieri. Il carcere risulta quindi essere popolato
dai più deboli, da coloro che hanno meno opportunità e sono meno
garantiti anche durante la fase processuale: il diritto alla difesa,
e quindi ad un giusto processo, non è garantito a chi non può pagare.
L'alta percentuale di stranieri è dovuta anche al fatto che non
avendo riferimenti esterni che consentano loro l'accesso alle alternative
previste dalla legge, scontano l'intera condanna in carcere.
Si può con franchezza dire che lo stare in carcere oggi, in Italia,
sia un trattamento inumano, al punto che i detenuti stanno scontando
un surplus di pena del tutto inaccettabile e che li porta, paradossalmente,
dalla parte della ragione.
Si noti, qui, la raffinatezza dell'intervento del Pontefice che
fa notare che solo attraverso la clemenza è possibile che un detenuto
oggi si interroghi sul male fatto e voglia cambiare: oggi il rischio
è che si interroghi su quello che sta subendo. Non possiamo ignorare
che la tolleranza zero che, inventata e attuata negli Stati Uniti,
è stata presa a modello anche in Italia, non diminuisce l'altissimo
numero di eventi criminali, ma sta mettendo in ginocchio intere
sacche della popolazione. Vi sono Stati americani dove i giovani
ispanici detenuti sono più di quelli a piede libero, mentre nulla
si è fatto per offrire loro alternative concrete alla deriva criminale.
In carcere, in Italia, c'è l'1 per mille della popolazione; negli
Stati Uniti si è passati in tre anni dal 6 all'8 per mille, senza
ridurre la criminalità. Per tutte queste ragioni, è urgente che
la clemenza sia attuata. Una vera clemenza deve essere completa:
deve esigere l'applicazione delle leggi vigenti che rendono possibili
le alternative al carcere, prevedono l'assunzione di educatori,
l'istituzione di interventi di sospensione pena, ma anche di indulto
ed amnistia, per giungere, senza ipocrisie, a trattare come persone
i detenuti.
L'impegno della Caritas
Il nostro lavoro parte proprio da qui: diffondere una diversa cultura
della pena ed essere attenti alla persona dei detenuti, inserendosi
in tutti gli spazi che la legge di fatto offre in vista di un reinserimento
nella società. In questo senso operiamo anche nella Conferenza Regionale
Volontariato Giustizia della Lombardia e nel Coordinamento carcere
e comunità cristiana presso la Caritas Italiana. La Segreteria Carcere,
con la collaborazione delle associazioni di volontariato, delle
cooperative sociali e dei cappellani delle carceri, lavora per aiutare
i centri di ascolto ad affrontare il problema, anche con i famigliari.
Inoltre, accompagna i detenuti e gli ex detenuti verso un fine pena
progettato, perché non sia un trauma che lasci quasi insperata la
possibilità di vivere senza compiere reati. Si tratta naturalmente,
di una goccia nel mare, rispetto alle sette carceri presenti sulla
nostra Diocesi; per questa ragione stiamo anche aiutando alcuni
gruppi a specializzarsi e a fare da riferimento sui loro territori.
Stiamo lavorando a concrete opportunità perché le misure alternative
alla detenzione, già oggi possibili, siano realmente fruibili e
vadano a buon fine:
- attraverso l'inserimento lavorativo: operato dal consorzio di
cooperative sociali Condivisione Solidarietà Carcere (che si ispira
ai valori della Caritas Ambrosiana), e dall'Agenzia di Solidarietà
per il Lavoro (che raggruppa imprese, sindacati e volontariato ed
è presieduta dal direttore della Caritas Ambrosiana) che ha attivato
sportelli per l'inserimento lavorativo nelle carceri della provincia
di Milano;
- attraverso una rete di appartamenti (insieme ad associazioni sul
territorio) che rende disponibili 50 posti per chi non potrebbe
accedere a misure alternative solo perché privo di casa, proprio
recentemente finanziata dalla regione Lombardia e promossa con il
Comune di Milano;
- attraverso anche la riabilitazione, in quelle situazioni di particolare
debolezza e complessità dei percorsi di deriva sociale, anche in
comunità, quale Casa Abramo di Lecco, specificamente voluta dalla
Caritas e gestita dalla cooperativa Arcobaleno.
Stiamo cercando di rendere possibile l'incontro tra gli autori e
le vittime di reati, attraverso la mediazione penale, uno strumento
innovativo che consente alle due parti di riconoscere il punto di
vista dell'altro e giungere a qualche forma di riconciliazione.
Stiamo, infine, accompagnando, nell'ambito di Giovani e servizio,
molti giovani della diocesi ad entrare nel carcere e conoscere dei
giovani detenuti e a riflettere intorno al senso della pena.
Per informazioni: homepage dell'area carcere, tra le aree di bisogno,
sul sito www.caritas.it, oppure contattare la Segreteria Carcere
nei giorni di lunedì e venerdì tel. 02/58430292
carcere@caritasambrosiana.it
Luca Massari
Area Carcere
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