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 VIVERE RICONCILIATI

"Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia
" (cfr. Mt 5, 5; 7).

Queste parole nell'attuale contesto sembrano una stonatura. Parlare di perdono e riconciliazione di questi tempi può sembrare quasi paradossale. Oggi sentiamo parlare di guerra, di armi, di terrorismo, di nemici: sembra che il modo migliore per affrontare e risolvere i conflitti sia quello di far vedere chi è il più forte. Quando c'è un conflitto il presupposto sembra essere questo: delle due parti in gioco una ha torto e l'altra ha ragione. Per dirla con uno slogan sentito anche in questi giorni ci si muove più nella logica della forza che non in quella della ragione: sembra prevalere la ragione della forza e non la forza della ragione. Si respira però anche un desiderio di ricomporre le fratture e lavorare per l'unità. Questo desiderio era stato evidenziato anche in un documento del 1984 di Giovanni Paolo II:
"Tale desiderio comporta in molti una vera nostalgia di riconciliazione, pur se questa parola non è usata. Per taluni si tratta di un'utopia, che potrebbe diventare la leva ideale per un vero mutamento della società; per altri invece è oggetto di un'ardua conquista, e quindi, un traguardo da raggiungere con un serio impegno di riflessione e di azione. In ogni caso l'aspirazione a una riconciliazione sincera e consistente è, senza ombra di dubbio, un motivo fondamentale della nostra società, quasi riflesso di un'incoercibile volontà di pace; lo è - anche se ciò è paradossale - tanto vigorosamente, quanto pericolosi sono gli stessi fattori di divisione" (cfr. n. 3 Esortazione apostolica "Reconciliatio et paenitentia").
Si tratta certo di argomenti molto complessi che richiederebbero un approfondimento: evitando facili riduzionismi o banalizzazioni inutili, vorrei tentare di segnalare alcuni spunti di riflessione.
- Affrontare la tensione o il conflitto non è certo facile: il desiderio di togliersi da una situazione faticosa può far cadere nella tentazione di demonizzare l'altro, addossandogli tutto il peso della situazione stessa. Inevitabilmente questa modalità porta ad affrontare i problemi con la forza. Questo metodo, ritenuto generalmente il più efficace, è senz'altro più sbrigativo ed in qualche modo comodo, in quanto non ci coinvolge direttamente ma porta il problema fuori di noi. Dobbiamo però riconoscere che il male e il bene non sono separati in modo netto nelle persone. Il male fa parte della nostra vita di uomini, di creature e sarebbe un'illusione pensare di eliminarlo totalmente. Anzi questo equivoco sarebbe solo fonte di frustrazione e farebbe sprecare molte energie inutilmente. E' altrettanto vero che noi siamo tentati di rimuovere il negativo che è in noi, fermandoci al positivo: questo "esercizio" lo facciamo anche con gli altri che rischiano così di essere ai nostri occhi o solo buoni o solo cattivi, a secondo di quello che preferiamo privilegiare o istintivamente vediamo. Ciascuno di noi può fare scelte che non perseguono una logica di bene, per sé e per gli altri. Avere questa consapevolezza permette di iniziare a guardare anche gli altri con un occhio diverso, senza dimenticare che c'è sempre qualcosa di buono nell'altro. L'uomo è "amabile" non tanto per quello che fa ma piuttosto per quello che è, in forza del suo essere creato da Dio. Potremmo anche dire che rifiutiamo ciò che fa l'uomo, ma non ciò che è.
Secondo quanto affermato anche da Papa Giovanni XXIII il peccato è altro dal peccatore: si condanna il peccato, salvaguardando l'attenzione e il rispetto all'uomo (cfr. n. 83 Enciclica Pacem in terris, 1963).
- Collocarsi in un'ottica di perdono e riconciliazione significa anzitutto lavorare per ripristinare una relazione di fiducia: è come se si lavorasse per trasformare il dolore, lasciandosi ricreare secondo il progetto originario d'amore di Dio. E' certamente un discorso non facile che richiederebbe un approfondimento per non essere appunto banalizzato, ma si può facilmente intuire che il perdono non è semplicemente un atto legato ad una trasgressione ma è piuttosto uno stile di vita. E' un modo concreto di porsi dinanzi a sé e agli altri, che a volte può anche impedire degli errori, perché non si scandalizza del limite, della miseria dell'altro ma sa comprendere e andare oltre.
E' utile però fare una precisazione: andare oltre non significa eludere la giustizia, piuttosto la suppone. Non è concepibile, infatti, un concetto di misericordia che legittimi l'ingiustizia. Agire secondo una logica di perdono, anche in ambito sociale e civile, significa fermare un processo di violenza, in cui si risponde al male col male, per innescarne un altro, in cui si arresta la violenza accettando di trattenere su di sé il male senza scaricarlo sugli altri. In fondo Gesù ha fatto questo. E questo è quello che molti hanno fatto e continuano a fare quotidianamente in ogni parte del mondo, fino al martirio. Credo possa essere collocato qui il senso della preghiera di intercessione a cui ci richiamava il Card. Martini il 29 gennaio 1991: "Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione. … E' il gesto di Gesù Cristo sulla croce. Egli è colui che è venuto per porsi nel mezzo di una situazione insanabile, di una inimicizia ormai giunta a putrefazione, nel mezzo di un conflitto senza soluzione umana".
- Ciascuno di noi è chiamato, nelle sue condizioni di vita ordinaria, ad agire secondo questa logica: a questo Gesù ci sollecita, ad esempio, anche nelle beatitudini, ricordandoci che tutti coloro che sanno vivere in questo modo sono beati. Beati noi allora quando abbiamo il coraggio di cercare e perseguire ciò che unisce gli uomini e non ciò che li divide; quando riusciamo ad evocare nell'altro la sua parte migliore. Questo sarà possibile nella misura in cui sappiamo riconoscerci per primi amati e perdonati da un Padre che è fedele e che ci dà sempre una possibilità. Il cammino è impegnativo e in alcuni momenti potrebbe sembrarci addirittura impossibile. La difficoltà a perdonare in fondo ci rivela che in noi è presente una forte aggressività, che appunto ci impedisce di muoverci in una logica di misericordia. E allora questo racconto, pur nella sua semplicità, potrebbe darci qualche utile suggerimento per aiutarci a vivere sempre più in questa logica: Un vecchio saggio indiano dava questo consiglio agli irruenti giovani della sua tribù: "Quando sei veramente adirato con qualcuno che ti ha mortalmente offeso e decidi di ucciderlo per lavare l'onta, prima di partire siediti, carica ben bene di tabacco una pipa e fumala. Finita la "prima pipa", ti accorgerai che la morte, tutto sommato, è una punizione troppo grave per la colpa commessa. Ti verrà in mente, allora, di andare a infliggergli una solenne bastonatura. Prima di impugnare un grosso randello, siediti, carica una "seconda pipa" e fumala fino in fondo. Alla fine penserai che degli insulti forti e coloriti potrebbero benissimo sostituire le bastonate. Bene! Quando stai per andare a insultare chi ti ha offeso, siediti, carica la "terza pipa", fumala, e quando avrai finito, avrai solo voglia di riconciliarti con quella persona".

Rosaria Arioldi

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