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La quaresima è
indubbiamente una grande invenzione. È la possibilità di ricominciare,
la possibilità di tornare, almeno nella vita di fede, al tempo del
fidanzamento.
Il tempo della quaresima è precisamente questo, ha questo scopo
e il Signore garantisce la sua presenza, la sua grazia particolare
perché chi crede in lui da tanti anni possa ritornare al tempo della
giovinezza, delle prime scoperte piene di entusiasmo, a quei momenti
in cui decidevamo che senza di lui la nostra vita non avrebbe avuto
senso. Come ogni anno la natura si risveglia e un po' rinasce, anche
noi abbiamo la possibilità di ri-scegliere, ri-decidere per lui.
Perché questo avvenga è necessario porre in essere un duplice atteggiamento:
uno per così dire "negativo", l'altro "positivo".
Il riferimento biblico di quanto vado dicendo è un brano di Isaia
al capitolo 58. La dimensione "negativa" della quaresima è espressa
da un concetto ormai desueto, ma bisognoso di essere ripreso, quello
del digiuno. Ascoltiamo Isaia:
Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni
iniqui.
Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il
vostro chiasso.
E` forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l'uomo
si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per
letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore?
È inutile illudersi: nessun cammino serio di fede può convivere
con uno stile di vita incapace di una seria ascesi. Pensare di potersi
concedere tutto, di non operare alcun taglio, di non dover dire
nessun "no", di non far fatica, …, significa condannarsi ad una
fede senza smalto, ad una idea di fede borghese, tranquillizzante,
adolescenziale.
Ma questo non è tutto. Anzi, non è neppure la cosa più importante.
Perché la parte migliore è rappresentata da quanto Isaia ricorda:
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene
inique,
togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare
ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre
in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza
distogliere gli occhi da quelli della tua carne?
Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il
parlare empio,
se offrirai il pane all'affamato, se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà
come il meriggio.
C'è un'indubbia "mortificazione" da operare nella nostra vita. Ma
non è fine a se stessa. Serve invece a far crescere quella vita
nuova che non riguarda primariamente il nostro rapporto con Dio,
bensì con il fratello più debole, più sofferente. O meglio, una
vita nuova, un nuovo rapporto con Dio che appare e si manifesta
in un impegno di giustizia e di solidarietà senza precedenti.
E' questa la vera quaresima dei cristiani. Non un esercizio da fachiri,
neppure un tempo di rinunce e di disprezzo delle gioie che la vita
peraltro dispensa con grande parsimonia. Piuttosto un tempo di grazia
nel quale vivere una specie di giubileo annuale, un tempo di grande
pacificazione. Un tempo per sognare e anticipare un altro mondo,
quello che ci verrà donato al termine della storia quando ogni barriera
crollerà e ogni ingiustizia sarà definitivamente azzerata.
E' questa la dimensione "positiva" della quaresima, quella che ci
deve maggiormente appassionare. Quanti abbiamo la fortuna di vivere
un servizio stabile a favore dei poveri dobbiamo sentire questo
tempo come "nostro". Non possiamo sprecare questa rinnovata opportunità
che il Signore ci offre per rendere questa storia un po' più vicina
al cuore di Dio.
Don Roberto
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