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Alcune testimonianze di fraternità vissuta
INCONTRO CON I GIOVANI DELLE CARCERI. Come ormai da quattro anni
il penultimo e l'ultimo sabato di maggio i giovani della diocesi
dedicano un momento speciale di attenzione ai coetanei detenuti
nelle carceri che sono sul territorio della Diocesi di Milano (Bollate,
Busto, Monza, Opera, MI S. Vittore e Varese). La visita nelle carceri
è preceduta da un incontro con il cappellano e seguito da un convegno
che tratta i temi della giustizia e che quest'anno ha visto relatore
di esperienza Luca Massari, responsabile dell'area carcere della
Caritas insieme a suor Simona e suor Delia, volontarie presso il
carcere di Monza.
240 giovani sono dunque entrati, non senza le difficoltà legate
al faticoso apparato di sicurezza, nelle diverse carceri per incontrare,
ascoltare e perché no, annunciare con la presenza, quella sete di
fraternità che ci accomuna tutti e di cui ha parlato, con tanto
entusiasmo, don Virginio Colmegna durante il Convegno del volontariato
giovanile che si è tenuto presso il Centro Schuster a Milano a fine
giugno in occasione dell'avvio delle diverse iniziative estive per
i giovani.
Per esemplificare però al meglio e in modo immediato l'esperienza
in carcere sia per i giovani che hanno aderito alla proposta sia
per i detenuti, di seguito sono riportati ampi stralci di alcune
testimonianze che sono pervenute nei giorni immediatamente successivi
allo Sportello Volontariato e Giovani della Caritas che ha curato
il progetto, la promozione, l'iscrizione e l'accompagnamento dei
giovani.
Si tratta delle testimonianze di un gruppo giovanile di Suello che
ha incontrato i giovani del carcere di Opera, del resoconto di tre
detenuti e delle riflessioni di una giovane che è stata nel carcere
di Monza.
DAI GIOVANI DI SUELLO (LC). "Arrivati all'esterno del carcere,
dopo i consueti controlli, siamo entrati nel carcere: è un luogo
molto grande, circondato da alte mura e diviso in più sezioni. L'incontro
è avvenuto nella cappella del carcere, grazie all'intermediazione
dei due cappellani: don Marcellino, originario della Brianza, e
don Antonio, vecchia conoscenza di Suello e già rettore del Santuario
di Gallivaggio (SO). Abbiamo incontrato circa una quindicina di
carcerati delle varie sezioni, ci siamo presentati e abbiamo discusso
insieme. Fra le varie riflessioni emerse, i carcerati hanno sottolineato
come spesso ci siano dei diritti (come la possibilità di incontrare
degli educatori, di avere un'assistenza sanitaria adeguata), che
spesso non vengono rispettati a causa di strutture poco adeguate.
Per esempio a Opera, in base al numero dei carcerati, dovrebbero
esserci 15 educatori mentre attualmente ce ne sono solo 3!
Un altro problema è il lavoro: molti di loro vorrebbero lavorare
in carcere, sia per guadagnare un po' di soldi, sia per impegnare
in modo proficuo la giornata ma, anche in questo caso, non c'è posto
per tutti. Il numero di detenuti è ben oltre la capienza per cui
era stato progettato il carcere. Quello che mi ha colpito è la voglia
di riscatto di queste persone che già si pongono il problema del
reinserimento: alcune hanno una famiglia e già un lavoro che li
aspetta all'uscita dal carcere, mentre altri, purtroppo, non avendo
nessuno fuori, si chiedono come e cosa potranno fare in libertà.
Uno di loro ha fatto l'ipotesi di poter cancellare dai documenti
il fatto di essere stato carcerato, perché questo significa essere
discriminati nella ricerca di un lavoro o di una casa: forse questa
è un'idea troppo forte, ma sicuramente c'è molto da fare a livello
culturale per far sì che queste persone non siano discriminate all'uscita
dal carcere. Tutti loro sanno di avere sbagliato e ritengono giusto
dover scontare la propria colpa con la giustizia, ma chiedono che
i loro diritti di carcerati siano rispettati.
Altro problema importante, che loro stessi hanno sollevato, è l'assistenza
sanitaria, ridotta ai minimi termini: addirittura c'era un carcerato
diabetico che riceve 4 volte al giorno l'insulina ma che ha bisogno
di una dieta particolare che il carcere non offre. Perciò si deve
arrangiare da solo per procurarsi il cibo (parliamo di verdure,
frutta) che il carcere non offre. Ho notato, fra di loro, tanta
solidarietà.
Fra i carcerati c'è molta solidarietà e tutti cercano di aiutarsi
l'un l'altro, senza discriminazioni: anche questo è un esempio di
come la voglia di riscatto li spinga a cercare un'altra strada e
un futuro diverso.
Certo, sono persone che hanno sbagliato e che quindi, giustamente,
devono pagare l'errore commesso. Mi viene da chiedermi però, quanto
noi, che siamo "fuori", siamo realmente disposti ad accogliere gli
ex-detenuti: effettivamente, tendiamo a discriminare queste persone,
ci fanno paura, non ci ispirano fiducia e non crediamo che siano
realmente cambiate. Eppure, fra di noi, siamo capaci di perdonarci
e di dare fiducia anche a qualche persona a noi vicina che può aver
sbagliato. Credo che dobbiamo iniziare a cambiare mentalità, nel
senso di una maggiore apertura alla possibilità del cambiamento
delle persone, senza chiuderci in pregiudizi che non farebbero altro
che costruire delle prigioni virtuali intorno agli ex-detenuti.
Senza dimenticare le esigenze della giustizia, tesa a ristabilire
la verità, non solo dei fatti ma anche delle persone stesse.
Un primo piccolo passo che potremmo fare insieme, potrebbe essere
quello di ricordare nelle nostre preghiere tutti i detenuti e le
persone che lavorano nel carcere".
DAI DETENUTI DI OPERA. "Con piacere e gioia sentiamo di
volervi manifestare l'immenso piacere per averci dato con la vostra
visita qui all'interno del carcere quel raggio di sole e quella
boccata di ossigeno di cui sentivamo tanto il bisogno.
La vostra presenza ha portato luce e vita nei nostri cuori; siete
persone belle, semplici e trasparenti, ci avete portato tanta forza
e ci insegnate di non arrenderci per continuare verso sani obiettivi
. E' bello sapere che esistono persone come voi e la cosa ci fa
scorrere "dentro" tanta felicità che facciamo fatica a trovare le
parole per dirvi quanto siete speciali. Avremmo voluto che l'incontro
durasse un po' di più, per farci conoscere per quello che in realtà
siamo e non per come la struttura potrebbe descriverci. Per qualcuno
di noi esistono dei perché che motivano a volte certe scelte sbagliate
"che non sono assolutamente giustificabili". Però si cade. Abbiamo
assaporato diverse delusioni che - non arrendendoci - ci hanno permesso
di rinforzare il carattere. "Per fortuna". Ora sappiamo cosa vogliamo
e abbiamo le idee ben chiare: vogliamo vivere e renderci utili
. Dovremmo incontrare più spesso persone come voi! Quando ci siamo
ritirati nelle nostre stanze non abbiamo fatto altro che parlare
di voi e di quanto siamo rimasti soddisfatti di questo incontro.
Con il cuore vi diciamo che non vediamo l'ora di incontrarvi molto
presto in altre situazioni migliori
. Volevamo farvi sapere che ciò che conta è conoscersi e lasciare
parlare il cuore, poi il tempo ci aiuta a coltivare ogni sentimento
puro e sincero.
Ora non chiediamo altro che di trovare la forza per superare questi
ultimi ostacoli - "anche se a mio parere inutili" - e ritornare
al più presto ai nostri valori, affetti e sentimenti, incontrando
persone positive come lo siete voi, trovando quanto prima il reinserimento
di momenti positivi e sani".
UNA RAGAZZA DI MONZA. "Passeggiando con delle amiche per
Milano, ad un tratto un cartello ha interessato il mio sguardo:
"INCONTRO CON I GIOVANI NELLE CARCERI", sono rimasta incuriosita…tornata
a casa ho riflettuto…mi piacerebbe partecipare, ma è giusto? Perché
mi piacerebbe partecipare? Come reagiranno queste persone? Ci vedranno
come giovani curiosi o apprezzeranno la nostra visita?
Sui giornali, sui libri, alla tv… spesso e volentieri ci troviamo
di fronte alla parola carcere… però sappiamo cosa vuol dire fino
in fondo? Io in prima persona no, per questo ho voluto "toccare
con mano" vedere cosa significa passare 10-15 anni in carcere, conoscere
queste persone, sentire le loro testimonianze per comprendere realmente
la situazione e non semplicemente per sentito dire. E così dopo
aver consegnato la mia adesione, mi sono trovata con altri giovani,
il cappellano e alcuni volontari di fronte al carcere di Monza…
Una tristezza profonda mi ha assalita… Per un attimo mi sono immaginata
di essere al loro posto; di aver commesso un reato e ritrovarmi
catapultata in questo ambiente logoro, senza i tuoi cari e con la
consapevolezza di aver sbagliato e non poter più tornare indietro…
Rabbrividivo al solo pensiero.
Dopo aver varcato l'ingresso le guardie ci hanno accompagnato nel
teatro del carcere, ci siamo seduti tutti quanti e un detenuto,
su suggerimento del cappellano, ha suonato la chitarra e insieme
abbiamo cantato… Non c'era differenza… Eravamo tutti lì insieme
con lo stesso scopo: comunicare tra noi, conoscerci e capire.
Dopo un momento introduttivo, abbiamo posto le nostre domande… Alcuni
hanno raccontato la loro storia, storie tristi, di abbandono, di
solitudine, hanno raccontato la loro vita nel carcere, vivono per
20 ore su 24 in una stanzetta per 2 persone ma ci vivono in 3, uno
dorme per terra con un materasso. Per richiedere un medico, un medicinale,
un libro devono compilare una domandina, hanno poche ore di "aria",
dove si ritrovano in una piccola area esterna e non possono far
altro che camminare avanti e indietro parlando tra loro e i discorsi,
ovviamente, quali sono? la giustizia, quanto manca per uscire… I
più "fortunati", dicono loro, sono quelli che riescono a lavorare…
Che riescono ad occupare quel tempo, quelle ore… Ma gli altri? coloro
che per varie ragioni non possono lavorare restano nella cella.
Chissà quanti di noi hanno parlato dei carcerati come dei mantenuti,
che fanno la bella vita… La cosa che più mi ha colpita è che questi
poveretti oltre a scontare la pena vivendo in modo disumano pagano
52 euro ogni mese! Come fanno? Ebbene chi ha la fortuna di lavorare,
riesce comunque a pagarli; chi non lavora, quando si ritroverà fuori,
dovrà pagare ratealmente tutti i mesi passati lì dentro.
Possono parlare 6 ore al mese con i loro cari, Vi sembra giusto
addirittura far perdere qualsiasi contatto umano con il mondo esterno?
Perdere in un solo colpo tutto? Non è facile, io per prima sono
rimasta perplessa… E' difficile non accusarli e criticarli quando
i loro comportamenti ci toccano così da vicino.
Non li sto giustificando, ma forse nessuno di noi ha il diritto
di annullare l'identità di un altro… Nessuno infatti potrà mai sapere
quanto l'educazione, l'ambiente, le esperienze abbiano giocato sulla
responsabilità di un colpevole. Di lui non si sa nulla, non si sa
come sia cresciuto, che genitori ha avuto, etc. Non si sa come è
giunto in carcere, per quali percorsi di violenze (magari subìte),
di immoralità, di educazione al male, di brutalità, di assenze di
valori, di miserie. Chi può dire che uno di noi, cresciuto in quelle
condizioni, si sarebbe comportato diversamente? Ricordiamoci sempre
di non giudicare mai a priori…
Un detto della saggezza degli indiani d'America recita: "Grande
spirito, preservami dal giudicare un uomo, non prima di aver percorso
un miglio nei suoi mocassini". La sfida è, quando si è superato
il miglio, di continuare a non giudicare e, se si vuole tentare
di essere Suoi testimoni, anche di continuare a perdonare".
Fraternità dunque, fraternità che ci accomuna tutti e che è
il messaggio stravolgente e dirompente del Vangelo. E' il desiderio
di far sperimentare ai giovani questo messaggio che spinge la Caritas
a promuovere tante e diverse iniziative per i giovani valorizzando
il tempo in cui anche i giovani ne hanno di più a disposizione,
come l'estate. E' quanto trapela dalle parole di don Virginio durante
il Convegno di cui parlavo all'inizio e di cui è a disposizione
il testo completo. In questa occasione il direttore della Caritas
riprendendo le parole che diceva l'anno prima e procedendo nella
riflessione coglieva alcuni doni importanti legati proprio a questo
messaggio di fraternità: la pace, la festa del perdono, l'ascolto,
il viaggio, l'amicizia, i privilegi che ne derivano.
Proprio la fraternità è quanto hanno sperimentato i giovani che
sono partiti per le esperienze dei CANTIERI DELLA SOLIDARIETÀ
ALL'ESTERO, i giovani che anche quest'anno hanno fatto l'esperienza
di VOLONTARIATO GIOVANILE ESTATE IN DIOCESI e quanti sono
andati a sostenere IN MOLISE le popolazioni colpite a fine
2002 dal terremoto. A tal proposito citiamo tre brevi testimonianze
di giovani volontari che hanno risposto alla nostra domanda: "A
partire dalla vostra esperienza dello scorso anno, cosa si aspettano
da voi i paesi, i servizi, le persone, i giovani presso cui andrete
e che incontrerete?": si tratta della testimonianza di Sara che
l'anno scorso ha fatto il volontariato giovanile estate presso una
struttura residenziale in Milano e che ora sta svolgendo l'anno
di servizio civile, di Marco che da volontario in Bulgaria si è
impegnato quest'anno come coordinatore e di Maria che dopo l'esperienza
in Molise con i giovani del suo decanato ha cominciato il servizio
civile scegliendo la vita di comunità.
"SONO SARA, ho 25 anni, abito a Pandino in provincia di Cremona
e adesso sto facendo il servizio civile presso il SAI che è un servizio
di accoglienza di immigrati della Caritas Ambrosiana. Tutto è cominciato
perché l'anno scorso ho deciso di dedicare parte delle mie vacanze
estive al volontariato. Non avevo mai fatto volontariato prima di
allora però sentivo questo bisogno di avvicinarmi a realtà diverse
dalla mia e attraverso queste conoscere anche più me stessa, avevo
bisogno di riempire quel senso di vuoto, di insoddisfazione che
avevo e quindi ho cominciato a contattare diverse associazioni per
vedere quali erano le possibilità che mi potevano offrire. Tra queste
appunto ho contattato anche la Caritas tramite lo Sportello volontariato
e giovani e alla fine ho deciso di fare la mia esperienza.
Il mio desiderio era quello di fare un'attività con dei giovani
o con degli stranieri e mi è stato proposto un centro di pronto
intervento a Milano, La Zattera, che accoglie ragazze adolescenti
14-17enni che hanno alle spalle esperienze famigliari molto difficili
e che quindi hanno bisogno di trovare una collocazione in strutture
di accoglienza o presso altre famiglie. Per un periodo abbastanza
breve che va da qualche settimana ai 3 mesi queste ragazze rimangono
in questo centro per riflettere un po' e per fare il punto sulla
loro situazione. In questo centro mi era chiesto di stare con queste
ragazze nella loro quotidianità abbastanza ripetitiva e fatta dai
vari gesti quotidiani: la pulizia della casa, aiuto in cucina, i
compiti. Vista la loro situazione, solitamente difficile dal punto
di vista delle relazioni, raramente era consentito loro di uscire.
E' importante, ho capito, che in questa quotidianità ci sia qualcuno
che le accompagni, non solo le educatrici o le suore, ma qualcuno
che loro sentono più vicino come può essere una ragazza che va a
fare volontariato da loro.
Un'altra cosa importante è che così possano avere contatti con qualcuno
che magari ha un modo di vedere le cose, dei principi diversi da
quelli che loro sono abituati a conoscere. Per esempio loro erano
molto stupite dal fatto che io avessi voluto passare parte delle
mie vacanze con loro e questo non lo capivano, erano stupite da
questa cosa, quindi sicuramente per loro è stato un motivo di riflessione,
di stimolo per pensare che ci sono realtà e modi di vedere le cose
diverse da quelli che magari loro conoscono. Io sono rimasta là
una settimana, vivevo là ed è stata un'esperienza positiva perché
anche a me ha lasciato molti spunti di riflessione dai quali poi
ho maturato l'idea di fare il servizio civile".
"SONO MARCO, ho 25 anni, sono di Bollate e l'hanno scorso ho deciso
di vivere l'esperienza dei Cantieri della Solidarietà in Bulgaria
a Rakowsky. Quest'anno faccio il coordinatore sempre per la Bulgaria.
La nostra attività era: la mattina assistenza agli anziani con un
gruppo di infermiere, lavori manuali (stavamo costruendo l'oratorio),
il pomeriggio c'era la parte di animazione con circa 50 ragazzi
Rom.
Come mi vedono, come ci vedono? La cosa che ho visto l'anno scorso
anche parlando con gli altri era che tutti si aspettano molto, si
aspettano un gruppo di giovani che vivano questa esperienza in pienezza
che vuol dire senza momenti morti, senza cadute di tensione, in
qualunque cosa: dall'animazione al mettere a posto i mattoni, dall'animare
la preghiera alla Messa, tutti devono viverla in pienezza, con forza
ed energia e questa, in una realtà dove c'è appiattimento per ragioni
storiche, è una delle cose che loro si aspettano molto. Solo il
fatto che dei ragazzi italiani, che potrebbero andare in qualunque
altro posto a far le vacanze, decidono di pagare e venire per passare
due settimane con loro fa riflettere noi, ma fa riflettere soprattutto
loro.
Un'altra cosa è quella di essere d'esempio per questi ragazzi. I
ragazzi con cui abbiamo a che fare sono adolescenti, magari molto
più maturi dei nostri, però ragazzi di 15-18anni perché nel gruppo
i giovani più grandi non ci sono, non sono presenti perché non avendo
futuro, molti vanno all'estero, non rimangono. Avere qualcuno che
sia loro d'esempio è una cosa molto importante e loro si aspettano
questo. E questo è quello che ognuno di noi è chiamato a fare, non
è facile vivere sempre in pienezza, essere sempre d'esempio perché
può capitare che uno ha la giornata storta, che non ha voglia però
l'importante è impegnarci in questo. E' la sfida che ognuno di noi
dovrebbe portarsi quando va giù".
"SONO MARIA, ho 20 anni, anch'io sto facendo l'anno di servizio
civile e oltretutto sono in comunità con Sara, sono di Calco, faccio
servizio ad Arcore e la comunità è a Cernusco Lombardone. L'anno
scorso durante il mese di agosto ho vissuto l'esperienza di una
settimana in Molise e l'iniziativa ci è stata rivolta dal don della
Pastorale Giovanile del nostro decanato. L'idea era quella di recarsi
nelle zone dove l'anno prima c'era stato il terremoto e portare
un po' del nostro aiuto per ciò che riguardava l'animazione con
i minori, l'attività di supporto alle associazioni di volontariato
per handicappati e l'assistenza e compagnia agli anziani e alle
persone sole. Le attività erano più al pomeriggio, mentre al mattino
c'era l'organizzazione e, da non dimenticare, l'autogestione dei
pranzi, delle cene e delle serate. Il campo è durato circa due mesi
con l'alternarsi di vari gruppi di "ragazzi della Caritas" che davano
la possibilità di vivere un'estate alternativa a questi bambini
che non avevano mai vissuto l'attività dell'oratorio. Comunque i
giovani, gli anziani, la gente che ci incontrava in giro o nelle
piazze, quando capivano chi eravamo si sedevano, ci ascoltavano,
c'era proprio una sorta di disponibilità e l'intento era quello
di riuscire nel nostro piccolo a trasmettere ai ragazzi del luogo,
nei quali era riposta la fiducia della continuità, quello che era
per noi fare oratorio e aiutare gli altri. Pian piano anche i ragazzi
si aggregavano e ci aiutavano nell'organizzazione di questa attività
di animazione. Noi ci siamo dovuti mettere in gioco con tanto spirito
di adattamento in un paese con delle persone nuove, che avevano
delle modalità e ritmi di vita diversi".
Sono infine partiti anche altri due piccoli gruppi di giovani
per un'impegnativa esperienza IN GIORDANIA di dialogo e di
sostegno alla Chiesa locale e IN ETIOPIA per un progetto
di Caritas Italiana con le suore di Madre Teresa e la Diocesi della
Capitale… ascolteremo presto le loro testimonianze e il loro resoconto.
Giovanni Colombo
Sportello Volontariato e Giovani
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