|
Anzitutto il “buon anno pastorale” a tutti i lettori di Farsi prossimo.
Dopo esserci soffermati sull’eucaristia e sulla sua carica missionaria, il Percorso Pastorale ci propone un’altra impegnativa e intrigante tappa. Quella della testimonianza del cristiano nei diversi ambiti di vita, in particolare quelli relativi al suo impegno sociale e politico.
Tutta la proposta di Caritas Ambrosiana ruoterà attorno a queste tematiche, dal convegno di Triuggio alla giornata diocesana, dai sussidi formativi alle giornate di eremo, …
Dicevo di una tappa impegnativa e intrigante. Impegnativa perché è davanti agli occhi di tutti la fatica a percepire il legame tra la fede nel Signore Gesù, morto e risorto, e la necessità di una sua traduzione in un ambito che travalichi quello dell’etica individuale. Si intuisce che il Vangelo debba plasmare il nostro modo di vivere in famiglia, i rapporti di lavoro e di amicizia, l’uso dei nostri soldi. Ben più difficile è avvertire le conseguenze evangeliche nel modo di pensare ai rapporti tra i popoli della terra, nel sapere organizzare la sanità in una regione, nella concezione di un bene comune che è la capacità di superare la mia individualità a favore di una comunitarietà in cui tutti possano stare bene.
Ma proprio per questo si tratta di qualcosa di intrigante, di stimolante. Perché viene messa in gioco una concezione della carità che va oltre i rapporti immediati e che cerca di porre le premesse affinché nessuno, anche di quelli che non incontrerò mai, finisca per rimanere indietro.
Quando questo succede la carità diventa impegno per la giustizia. E la giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare “a ciascuno il suo”, offrire a ogni persona ciò di cui ha bisogno per poter aspirare a quella felicità cui tutti hanno diritto.
Il cristiano, come cittadino, dovrà impegnarsi affinché stato e istituzioni non manchino di fornire “ciò che è giusto”. Come cristiano sarà chiamato ad aggiungere quella ciliegina sulla torta che è appunto la carità, quel “di più” che sono le relazioni, l’attenzione, la vicinanza, … capace di rendere la vita delle persone ancora più bella.
Ma guai se si dovesse confondere giustizia e carità. Già il Concilio ricordava che “non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia” (AA, 8). Non è infatti infrequente che gli enti locali guardino alla Caritas, alla comunità cristiana, al mondo del volontariato come ad una specie di “crocerossina” capace di mettere cerotti sulle loro inadempienze o assenze. Pensate a quanto è accaduto nei mesi estivi appena trascorsi. Alla fatica di richiamare gli enti locali - comuni, provincia, regione – alla loro responsabilità nei confronti di quella piccola ma significativa emergenza umanitaria rappresentata dai rom sfrattati dal campo di via Capo Rizzuto. Perché se ne dovette occupare Casa della Carità? Perché le istituzioni latitarono? Perché le castagne dal fuoco le dovette togliere il privato sociale, il volontariato?
Si tratta di un episodio, certo, ma che ritengo emblematico rispetto al discorso che stiamo facendo e che ribadisce l’opportunità di una riflessione come quella cui l’Arcivescovo ci provoca in quest’anno pastorale.
Siamo impegnati sul fronte della carità, ma di una carità che per essere vera deve essere anche capace di farsi appello di giustizia.
Don Roberto Davanzo
Torna all'indice
|
|