Aggiornamento del 29 giugno 2009
TERREMOTO IN ABRUZZO
A tre mesi dal terremoto, circa la metà dei settemila abitanti di Paganica vive ancora in tenda. Sotto lo stesso tetto di tela stanno gomito a gomito suocere e nuore, cugini e zii, ma anche vicini di casa che al massimo si scambiavano qualche saluto e che ora si ritrovano a condividere gli stessi spazi. Dopo tanto tempo la coabitazione forzata strema e avvilisce. «Anche cambiarsi una maglietta diventa difficile – spiega Giovanna, 37 anni, che nel suo nuovo appartamento delle pareti di stoffa vive con la famiglia 18enne, un insegnante single e un’altra giovane coppia –. Abbiamo tirato dei teli proprio in mezzo alle brande per avere un minimo di privacy. Ma, che vuole, l’intimità qui sotto resta sempre una concetto molto provvisorio. Se poi ti devi alzare di notte per andare in bagno: è un cinema. Bisogna scavalcare il letto dove dorme Mario, il professore, e poi devi fare attenzione a Luca che ha due anni e se si sveglia è capace di piangere fino al mattino».
Sono i problemi quotidiani degli attendati: i disagi e la fatica che poco alla volta rischiano di logorare anche quel senso di solidarietà che è scattato spontaneamente nei primi momenti dopo la grande scossa che ha cancellato il centro storico de L’Aquila e colpito pesantemente i 49 comuni del “cratere”, quelli cioè più vicini all’epicentro. La sciagura affratella, è vero. La consapevolezza di stare tutti sulla stessa barca unisce, certo. E lo si coglie ancora nei discorsi della gente in coda per il pranzo nelle mensa comune allestita dalla Protezione civile della Lombardia. Però quella strana e paradossale euforia che si è diffusa i primi giorni diventa sempre più flebile man mano che la gente fa i conti con la difficile convivenza di tutti i giorni. E l’affetto dei volontari che sono accorsi da tutta Italia può solo lenire il logorio della vita in tenda.
Il terremoto ha frantumato insieme ai tetti e ai muri delle case, le abitudini e i menage delle famiglie. «Niente di più facile – assicura Paolo Stratta, psichiatra del Centro di Salute Mentale dell’Ospedale de L’Aquila - Molti uomini hanno perso il lavoro e hanno improvvisamente più tempo libero. Ma, paradossalmente, questo non sempre fa bene all’unità delle famiglie. Il cambio repentino di abitudini può mettere a repentaglio ruoli, modi di fare. Relazioni che si credeva fossero costruite sulla roccia, improvvisamente scricchiolano. Un mio collega dice che ci saranno più nascite. Io sono convinto, invece, che vedremo più divorzi».
In crisi vanno anche gli equilibri che la comunità pensava di aver raggiunto e che ora scopre invece di dovere faticosamente ricostruire, in un conteso tanto diverso e particolare. Nell’ultima tendopoli allestita, Paganica 5, si sono sistemati molti stranieri. Su 221 ospiti 97 sono immigrati. Per lo più albanesi, macedoni e rumeni. Non sono più di quelli che avevano in affitto le case del paese e che la mattina presto erano già nei cantieri. Ma prima erano dispersi. Ora stanno tutti insieme. E fanno uno strano effetto.
«Ma no, è meglio ora. Prima gli italiani nemmeno ci salutavano, adesso che anche loro se la passano male, ci parlano», giura Besart operaio edile. Dopo la prima settimana ha rimandato in Macedonia moglie e bambino. Lui, invece, ha scelto di rimanere perché spera che la ricostruzione della città gli porti lavoro. Ma qualche tenda più avanti c’è chi la pensa molto diversamente. «Non ho nulla contro di loro – sostiene Anna, 40 anni – Ma sono troppi. Così tanti non li avevo mai visti da queste parti. E con loro è più difficile: tengono la musica alta fino a tardi, non rispettano le regole e hanno abitudini troppo diverse. Costringono le mogli a tenere il fazzoletto in testa e poi lanciano certe occhiate alle altre donne. Non mi hanno mai importunata ma per sicurezza ho vietato a mia figlia che ha 18 anni di girare da sola nel campo». Vecchie diffidenze, forse solo pregiudizi che il terremoto ha smosso e riportato in superficie.
«E’ vero, l’ultimo campo di Paganica rischia di diventare un ghetto – avverte il parroco del paese il colombiano don Dionisio Rodriguez, che è anche direttore della Caritas de L’Aquila, a sua volta sfollato e immigrato –. Bisogna evitare che gli stranieri si concentrino in alcune tendopoli, se non diventa tutto più complicato. Ma questo territorio ha una grande tradizione di accoglienza, come dimostra la presenza di tanti sacerdoti di origine straniera come me che si sono perfettamente inseriti. La verità è che la gente è stanca, esausta dopo mesi di convivenza precaria da cui non si sa bene come e quando si uscirà».
Già, l’incertezza per il futuro è l’altro tarlo che scava nelle esistenze degli attendati. Il governo ha promesso per l’autunno la costruzione di 13mila alloggi temporanei e antisismici, case in muratura ma sicure, capaci di resistere anche alle scosse che, tra l’altro, non accennano ancora a finire. Sono previste 20 aree, ma qualcuno dice che alla fine saranno 30, sparse tra L’Aquila e i dintorni. Per il momento però sono stati avviati solo due cantieri. E c’è anche chi sostiene, che anche se fossero realizzate in tempi record, le new town non basterebbero per tutti.
«Difficilmente crediamo che il piano C.a.s.e (come si chiama in gergo, n.d.r) – spiega don Dionisio – possa essere terminato prima dell’autunno. E l’autunno – sottolinea il sacerdote – qui comincia presto, già alla fine di agosto». Lo sanno bene soprattutto in montagna. La neve caduta in anticipo l’anno scorso è stata una benedizione per Rocca di Mezzo, piccolo paesino di 1500 anime che si ripopola d’inverno, con gli sciatori che salgono sulle piste di Campo Felice. Ma quest’anno non sarà la stessa cosa. «Qui il terremoto ha fatto meno danni che a L’Aquila – racconta il parroco don Vincenzo Catalfo che celebra la messa in tenda dal momento che la chiesa è inagibile – Ma la gente ha molta paura di rientrare nelle abitazioni, perché le scosse non sono finite. L’ultima è stata la prima domenica di giugno. Chi aveva finalmente trovato il coraggio di passare la notte sotto il proprio tetto e di nuovo tornato nella tendopoli». I primi freddi spingeranno molti a tornare nelle case. Ma non cancellerà l’angoscia di rivivere quella tragica notte del 6 aprile.
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