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Lunedì 17 Agosto 2020
L’altro virus, che non va dimenticato   versione testuale
18 agosto 2020

L’altro virus. Quello che al suo apparire, alcuni decenni fa, scatenò ondate “medioevali” di panico, con tanto di roghi di indumenti dei malati, e pregiudizi dilaganti, causa di discriminazioni dolorose, anche perché derivanti dalla trasmissione del contagio, in moltissimi casi per via sessuale. Oggi l’Hiv-Aids fa molto meno paura: si è imparato che è curabile, anche se non ancora guaribile, che la qualità di vita e l’integrazione sociale dei malati possono essere assicurate da calibrati cocktail di farmaci antiretrovirali, che campagne informative e di sensibilizzazione mirate possono abbattere i comportamenti a rischio e contribuire a ridurre drasticamente la circolazione del virus (e che, per converso, l’allentamento della tensione, su questo fronte, può produrre un abbassamento della consapevolezza pubblica, dunque inopinate resipiscenze del contagio: come anche negli anni scorsi è accaduto nel nostro paese).
Nel 2020, precisamente il 5 giugno, si è peraltro ricordato il 30° anniversario del varo della legge 135/90, ovvero il piano nazionale d’interventi urgenti in materia di prevenzione e lotta all’Aids, che gli organismi e le associazioni di settore continuano a ritenere una buona legge (sebbene ne invochino un aggiornamento, soprattutto sul versante delle ricadute operative), perché previde risorse e interventi adeguati a far fronte alla sfida che l’epidemia di Aids poneva ormai da un decennio alla società italiana, e perché nel contempo dispose l’espressa censura delle discriminazioni contro le persone con Hiv, prevedendo norme a tutela della loro privacy e della loro dignità, e di fatto affermando la pienezza dei loro diritti sociali e civili. 

Non esistono vaccini né cure definitive
L’altro virus, però, è una sfida medica, sanitaria e di civiltà tutt’altro che pienamente vinta. In circostanze sfavorevoli, è sempre in agguato la possibilità di passi indietro, sui fronti assistenziale e culturale. Così, lo scatenarsi del tornado costituito dal virus dei nostri giorni, il Sars-Cov-2, e l’emergenza planetaria imposta dalla pandemia di Covid-19, hanno costituito una fonte di ulteriore preoccupazione per i malati di Hiv-Aids, per i loro famigliari, per chi se ne cura. A inizio maggio, le principali associazioni di settore attive in Italia hanno denunciato, in un comunicato stampa e in una lettera aperta al ministro della Salute, Roberto Speranza, la «fortissima pressione cui l’emergenza Covid» ha sottoposto i centri d’infettivologia e gli operatori medico-sanitari che vi sono impegnati e il «forte impatto» generato su tutti i servizi: «Gran parte dei centri ha dovuto rinviare le visite mediche delle persone con Hiv in trattamento, ad eccezione delle urgenze, così come gli esami clinici connessi al controllo dell’infezione. Più complicata è divenuta anche la consegna dei farmaci antiretrovirali (…). Sospesi o ridotti risultano gran parte dei servizi di prevenzione e diagnosi gestiti sia dai servizi pubblici che dalle ong» e rivolti sia alla generalità della popolazione, sia alle key population.
Anche se la fisiologia dei servizi in estate è stata almeno in parte ristabilita, in prospettiva è importante, come ricordano le associazioni del nostro paese e come Oms e Unaids hanno chiesto agli stati, «che alle persone con Hiv, in ragione della complessità della patologia, siano garantiti livelli di assistenza adeguati, nonostante l’emergenza Covid». Il rischio, altrimenti, «è compromettere la salute delle persone (…), ma anche che i livelli di diffusione dell’Hiv possano tornare a crescere», perché – è bene sempre ricordarlo – per l’Hiv «non esistono al momento né vaccini né cure definitive».
 
Progetto nazionale, attenzione sempre desta
Combattere il Covid, senza perdere di vista la lotta all’Aids. In fondo, il traguardo è chiaro. L’Italia si è impegnata a raggiungere gli obiettivi Onu per uno sviluppo sostenibile, tra cui si annovera la sconfitta dell’Hiv-Aids entro il 2030. E l’emergenza imposta dal Coronavirus non può rappresentare una scusante per deflettere da tale obiettivo.
Lo pensano e lo proclamano, nei territori, anche molti malati, famigliari, volontari e operatori sanitari e socio-assistenziali che sono protagonisti di esperienze di assistenza, cura, prevenzione e sensibilizzazione proposte da realtà che fanno capo a numerose Caritas. Nel 2018 si è concluso un progetto nazionale che ha coinvolto 16 organismi diocesani, ma l’attenzione non è tramontata. Anzi – come mostrano le testimonianze provenienti da Milano e Bergamo, riportate nei due box – la sensibilità e la mobilitazione delle Caritas su questo fronte appare costante e crescente. Perché un virus non scaccia l’altro: alla sfida di nuovi contagi, deve corrispondere una risposta di solidarietà più generosa e articolata.